ARCHIVIO PER RICERCHE

Mostra di più

AUTORI ED ETICHETTE

Mostra di più

Abbazia Santa Maria di Pulsano Letture patristiche della Domenica “di Lazzaro”

V di Quaresima A
Gv 11,1-45;  Ez 37,12-14;  Sal 129;  Rm 8,8-11
1. Era necessaria la morte di Lazzaro, perché con Lazzaro già sepolto tornasse in vita la fede dei discepoli
Lazzaro tornato dall'oltretomba ci viene incontro, per insegnarci come vincere la morte con l'esempio della sua risurrezione. Prima di esaminare in profondità questo avvenimento, osserviamo il fatto esterno della sua risurrezione, riconoscendo che questo è il più straordinario dei miracoli, la massima manifestazione di potenza, la più grande delle meraviglie.
Il Signore aveva risuscitato la figlia di Giairo,capo della Sinagoga, semplicemente restituendo la vita alla fanciulla, ma senza varcare i confini dell'oltretomba. Risuscitò anche l'unico figlio della madre di Naim; ma fermò il feretro anticipando i tempi sul sepolcro sì da prevenire il corso della corruzione: rese la vita al morto prima che la morte avesse fatto in tempo a ghermirlo del tutto e a rivendicare in pieno tutti i suoi diritti.

Ciò che operò in Lazzaro, invece, è del tutto singolare, poiché la sua morte e la sua risurrezione non hanno nulla di comune con gli esempi già ricordati. In lui la morte ha operato con tutta la sua potenza. E il modo della sua risurrezione è quasi un'anticipazione di quella del Signore;se non che, Cristo è ritornato in vita dopo tre giorni, come Signore, Lazzaro invece è richiamato dopo quattro giorni,come servo. Per provare quanto abbiamo detto, esaminiamo altri punti del passo evangelico.
«Le sorelle mandarono dunque a dirgli: Signore, ecco, il tuo amico è malato» (Gv 11,3). Così dicendo eccitano l'affetto,sollecitano l'amore, si appellano alla carità, cercano di stimolare l'amicizia mostrando la necessità. Ma Cristo, a cui più importa vincere la morte che allontanare la malattia,e il cui amore si manifesta non risanando l'amico, ma richiamandolo dalla morte alla vita, non gli offre un rimedio per il male, ma gli prepara subito la gloria della risurrezione.
E per di più, «quand'ebbe sentito che Lazzaro era malato, si trattenne due giorni nel luogo dove si trovava» (Gv 11, 6). Vedete come concede alla morte il tempo di agire, al sepolcro la libertà di operare; lascia alla corruzione tutto il suo potere, senza impedire neanche la putrefazione e il fetore; concede che gli inferi conquistino, travolgano, posseggano; in una parola, egli fa in modo che svanisca completamente la speranza umana e abbia il sopravvento con tutta la sua forza la terrena disperazione, affinché ciò che sta per fare sia un segno divino e non umano. Resta nel luogo dove si trova nell'attesa della morte, fino a quando può annunziare egli stesso che Lazzaro è morto e insieme dichiarare che andrà da lui. «Lazzaro è morto egli dice - e io sono contento» (Gv 1 1, 14). E questo il modo di amare? Ma Cristo godeva « per voi »; e perché per voi? Perché la morte e risurrezione di Lazzaro raffigurava precisamente la morte e risurrezione del Signore; e ciò che stava per avvenire in lui era anticipato nel servo. Era dunque necessaria la morte di Lazzaro, perché assieme a Lazzaro sepolto risorgesse anche la fede dei discepoli.

Dai «Discorsi» di san Pietro Crisologo, vescovo.


2. La risurrezione di Lazzaro

Il Signore e Salvatore nostro Cristo Gesú ha certo manifestato la potenza della sua divinità con numerosi segni e con miracoli di ogni specie, ma particolarmente alla morte di Lazzaro, come avete appena udito, carissimi, nella presente lettura, mostrando di essere colui del quale era stato scritto: "Il Signore della potenza è con noi, nostra rocca è il Dio di Giacobbe" (Sal 45,8). Questi miracoli, il Signore e Salvatore nostro li ha operati sotto due aspetti: materiale e spirituale, cioè producendo un effetto visibile e un altro invisibile, manifestando per mezzo dell`effetto visibile la sua invisibile potenza. Prima, con un`opera visibile, rese al cieco nato la vista della luce (cf.Gv 9,1-38) per illuminare con la luce della sua conoscenza, per mezzo della sua invisibile potenza, la cecità dei Giudei. Nella presente lettura, egli rese la vita a Lazzaro che era morto (cf.Gv 11,1-44), al fine di risuscitare dalla morte del peccato alla vita i cuori increduli dei Giudei. Di fatto molti Giudei credettero a Cristo Signore a causa di Lazzaro: riconobbero nella sua risurrezione una manifestazione della potenza del Figlio di Dio, poiché comandare alla morte in forza della propria potenza non rientra fra le capacità della condizione umana, ma è proprio della natura divina. Leggiamo invero che anche gli apostoli hanno risuscitato dei morti, ma essi hanno implorato il Signore perché li risuscitasse (cf. At 9,40; 20,9-12); essi li hanno sí risuscitati, non però con le loro forze, o per virtù propria, ma dopo aver invocato il nome di Cristo che comanda alla morte e alla vita: il Figlio di Dio invece ha risuscitato Lazzaro per virtù propria. Infatti appena il Signore disse: "Lazzaro, vieni fuori" (Gv 11,43), quegli uscí subito dal sepolcro: ;la morte non poteva trattenere colui che veniva chiamato dalla Vita. Il fetore della tomba era ancora nelle narici dei presenti allorché Lazzaro era già in piedi e vivo. La morte non attese di sentirsi ripetere il comando dalla voce del Salvatore, perché essa non era in grado di resistere alla potenza della Vita; e pertanto a una sola parola del Signore la morte fece uscire dal sepolcro il corpo di Lazzaro e la sua anima dagli inferi, cosí tutto Lazzaro uscí vivo dal sepolcro, dove non era completo ma solo col suo corpo. Ci si risveglia piú lentamente dal sonno che non Lazzaro dalla morte. Il fetore del cadavere era ancora nelle narici dei Giudei che già Lazzaro stava in piedi e vivo. Ma consideriamo ora l`inizio della stessa lettura.
Il Signore disse dunque ai suoi discepoli, come avete udito carissimi, nella presente lettura: "Lazzaro, l`amico nostro, dorme ma io vado a risvegliarlo" (Gv 11,11). Il Signore disse bene. "Lazzaro, l`amico nostro, dorme," perché in realtà egli stava per risuscitarlo da morte come da un sonno. Ma i discepoli, ignorando il significato delle parole del Signore, gli dicono: "Signore, se dorme, guarirà" (Gv 11,12). Allora in risposta "disse loro chiaro: Lazzaro è morto, ma sono contento per voi di non essere stato là affinché crediate" (Gv 11,14-15). Se il Signore qui afferma di rallegrarsi per la morte di Lazzaro in vista dei suoi discepoli, come si spiega che in seguito pianse sulla morte di Lazzaro? (cf.Gv 11,35). Occorre, al riguardo, badare al motivo della sua contentezza e delle sue lacrime. Il Signore si rallegrava per i discepoli, piangeva per i Giudei. Si rallegrava per i discepoli, perché con la risurrezione di Lazzaro egli sapeva di confermare la loro fede nel Cristo; ma piangeva per l`incredulità dei Giudei, perché neppure di fronte a Lazzaro risorto avrebbero creduto a Cristo Signore. O forse il Signore pianse per cancellare con le sue lacrime i peccati del mondo. Se le lacrime versate da Pietro poterono lavare i suoi peccati, perché non credere che i peccati del mondo siano stati cancellati dalle lacrime del Signore? In effetti, dopo il pianto del Signore, molti fra il popolo dei Giudei credettero. La tenerezza della bontà del Signore vinse in parte l`incredulità dei Giudei e le lacrime da lui teneramente versate addolcirono i loro cuori ostili. E forse per questo la presente lettura ci riferisce l`uno e l`altro sentimento del Signore, cioè la sua gioia e il suo pianto, perché "chi semina nelle lacrime", com`è scritto, "mieterà nella gioia" (Sal 125,5). Le lacrime del Signore sono dunque la gioia del mondo: infatti per questo egli versò lacrime, perché noi meritassimo la gioia. Ma ritorniamo al tema. Disse dunque ai suoi discepoli: "Lazzaro, l`amico nostro, è morto; ma io sono contento per voi di non essere stato là, affinché crediate". Rileviamo anche qui un mistero: come il Signore può dire di non essere stato là [dove Lazzaro era morto]? Infatti quando dice chiaramente: "Lazzaro è morto" dimostra all`evidenza di essere stato lí presente. Né il Signore avrebbe potuto parlare cosí, dal momento che nessuno l`aveva informato, se non fosse stato lí presente. Come il Signore poteva non essere presente nel luogo dove Lazzaro era morto, lui che abbraccia con la sua divina maestà ogni regione del mondo? Ma anche qui il Signore e Salvatore nostro manifesta il mistero della sua umanità e della sua divinità. Egli non si trovava lí con la sua umanità, ma era lí con la sua divinità, perché Dio è in ogni luogo.
Quando il Signore giunse da Maria e da Marta, sorelle di Lazzaro, alla vista della folla dei Giudei, chiese: "Dove l`avete messo?" (Gv 11,34). Forse che il Signore poteva ignorare dove era stato posto Lazzaro, lui che, sebbene assente, aveva preannunciato la morte di Lazzaro e che con la maestà del suo essere divino è presente dappertutto? Ma il Signore, cosí facendo, si attenne a un`antica sua consuetudine. Infatti, allo stesso modo chiese ad Adamo: "Adamo, dove sei?" (Gen 3,9). Egli interrogò Adamo non perché ignorava dove si trovasse, ma perché Adamo confessasse il suo peccato con le proprie labbra e potesse cosí meritarne il perdono. Interrogò anche Caino: "Dov`è tuo fratello Abele"? ed egli rispose: "Non so" (Gen 4,9). Dio non interrogò Caino quasi che non sapesse dove si trovava Abele, ma per potergli imputare, sulla base della sua risposta negativa il delitto commesso contro il fratello. Di fatto Adamo ebbe il perdono perché confessò il peccato commesso al Signore che lo interrogava; Caino invece fu condannato alla pena eterna, perché negò il suo delitto. Cosí anche nel nostro caso, quando il Signore chiede: "Dove l`avete messo?" non pone la domanda quasi che ignori dove sia stato sepolto Lazzaro, ma perché la folla dei Giudei lo segua fino al suo sepolcro e, constatando nella risurrezione di Lazzaro la divina potenza di Cristo, essi divengano testimoni contro sé stessi qualora non credano a un miracolo cosí grande. Infatti il Signore aveva loro detto in precedenza: "Se non credete a me, credete almeno alle mie opere e sappiate che il Padre è in me e io sono in lui" (Gv 10,38). Quando poi giunse presso il sepolcro, disse ai Giudei che stavano intorno: "Levate via la pietra" (Gv 11,39). Che dobbiamo dire? Forse che il Signore non poteva rimuovere la pietra dal sepolcro con un semplice comando, lui che, con la sua potenza, ha rimosso le sbarre degli inferi? Ma il Signore ha ordinato agli uomini di fare ciò che era nelle loro possibilità; ciò che invece appartiene alla virtù divina, lo ha manifestato con la propria potenza. Infatti rimuovere la pietra dal sepolcro è possibile alle forze umane, ma richiamare un`anima dagli inferi è solo in potere di Dio. Ma, se l`avesse voluto, avrebbe potuto rimuovere facilmente la pietra dal sepolcro con una sola parola chi con la sua parola creò il mondo.
Quand`ebbero dunque rimosso la pietra dal sepolcro, il Signore disse a gran voce: "Lazzaro, vieni fuori", dimostrando cosí di essere colui del quale era stato scritto: "La voce del Signore è potente, la voce del Signore è maestosa" (Sal 28,4), e ancora: "Ecco che darà una voce forte alla sua potenza" (Sal 67,34). Questa voce che ha subito richiamato Lazzaro dalla morte alla vita è veramente una voce potente e maestosa, e l`anima fu restituita al corpo di Lazzaro prima che il Signore avesse fatto uscire il suono della sua voce. Sebbene il corpo fosse in un luogo e l`anima in un altro, tuttavia questa voce del Signore restituí subito l`anima al corpo e il corpo obbedí all`anima. La morte infatti fu rimossa alla voce di una cosí grande potenza. E nulla di strano, certamente, che Lazzaro sia potuto risorgere per una sola parola del Signore, quando ha dichiarato egli stesso nel Vangelo che quanti sono nei sepolcri risorgeranno alla sola e unica parola, dicendo: "Viene l`ora in cui i morti ascolteranno la voce del Figlio di Dio e risorgeranno" (Gv 5,25). Senza dubbio, all`udire la parola del Signore, la morte avrebbe potuto allora lasciar liberi tutti i morti, se non avesse capito che era stato chiamato soltanto Lazzaro. Dunque, quando il Signore disse: "Lazzaro, vieni fuori, subito egli uscí legato piedi e mani e la faccia ravvolta in un sudario" (Gv 11,44). Che diremo qui ancora? Forse che il Signore non poteva spezzare le bende nelle quali Lazzaro era stato sepolto, lui che aveva spezzato i legami della morte? Ma qui il Signore e Salvatore nostro manifesta nella risurrezione di Lazzaro la duplice potenza della sua operazione per tentare d`infondere almeno cosí la fede nei Giudei increduli. Infatti non desta minor meraviglia veder Lazzaro poter camminare a piedi legati che vederlo risuscitare dai morti...

(Cromazio di Aquileia, Sermo 27, 1-4)


3. Le lacrime del Signore

Egli andò per trarre fuori il morto dal sepolcro e interrogò: "Dove lo avete deposto? E comparvero le lacrime sugli occhi di Nostro Signore" (Gv 11,34-35), le sue lacrime furono come la pioggia, e Lazaro come il grano, e il sepolcro come la terra. Egli gridò con voce di tuono e la morte tremò alla sua voce; Lazzaro si erse come il grano, uscí fuori e adorò il Signore che lo aveva risuscitato.

(Efrem, Diatessaron, 17, 7)


3. La risurrezione di Lazzaro (Gv 11,1-45)

Come Lazzaro, (tuo) amico,
Io morto fui messo nella tomba;
Ed è non da quattro giorni ma da lunghi anni
Che l`anima mia morta giace nel mio corpo.

Fa` risuonare in me la voce tua celeste
E fammi intendere la (tua) Parola;
Scioglimi dai vincoli infernali,
Ritraimi dalla mia casa tenebrosa.

(Nerses Snorhalí, Jesus, 666-667)

4. La speranza nella risurrezione è importante per la nostra vita morale

La speranza della risurrezione è la radice di ogni opera buona. L`aspettativa della retribuzione, infatti, rafforza l`anima nel ben operare. Ogni lavoratore è pronto a sobbarcarsi la fatica se vede la ricompensa dei suoi travagli, mentre a quelli che faticano senza mercede vengono meno le forze e l`animo. Il soldato, che si aspetta il premio, è pronto alla battaglia, mentre nessuno che combatta per un re sconsiderato, che non sa premiare le fatiche, è pronto a morire per lui. Così ogni anima, che crede nella risurrezione, è ovvio che sa trattarsi con cura, mentre, se non ha fede nella risurrezione, si getta da se stessa in perdizione. Chi crede che il corpo si conserva per la risurrezione, ha cura di questa sua veste e non la contamina con l`impudicizia; chi non crede nella risurrezione, lo abbandona all`impurità e abusa del proprio corpo come fosse qualcosa a lui estraneo. E` grande perciò il messaggio, la dottrina della santa Chiesa cattolica: la fede nella risurrezione dei morti; è grande e necessaria: molti le si oppongono, ma la stessa verità la comprova. Le si oppongono i greci, non le credono i samaritani, la stravolgono gli eretici. La controversia ha varie sfaccettature, ma la verità è semplice.
I greci e i samaritani ci obiettano: «Quando l`uomo muore, imputridisce e si dissolve tutto in vermi; anche i vermi poi muoiono; una simile putrefazione e distruzione invade tutto il corpo: come può dunque risuscitare? I pesci divorano i naufraghi, poi anch`essi vengono divorati; gli orsi e i leoni maciullano e divorano persino le ossa dei gladiatori che combattono con le fiere; gli avvoltoi e i corvi mangiano le carni dei cadaveri umani dispersi e volano in tutto il mondo: donde mai sarà raccolto e ricomposto il corpo? Gli uccelli che lo hanno divorato, può darsi che siano finiti uno in India, l`altro in Persia, l`altro ancora nel paese dei goti. Altri uomini, infine, vengono distrutti dal fuoco e la pioggia e il vento ne disperdono perfino le ceneri: donde sarà raccolto e ricomposto il corpo?». Per te, che sei un uomo minuscolo e impotente, l`India è lontana dal paese dei goti, la Spagna dalla Persia; ma per Iddio, che contiene tutto il mondo nel pugno, tutte le regioni sono vicine.
Non attribuire dunque impotenza a Dio, commisurandolo con la tua debolezza: rifletti piuttosto al suo potere! Ecco, il sole, piccola opera di Dio, con un solo suo raggio riscalda tutto il mondo; l`aria, che Dio ha creato, circonda tutto sulla terra. Starà dunque lontano dal mondo Dio, creatore del sole e dell`aria? A te, che sei debole nella fede, propongo esempi molto semplici. Supponi che siano stati mescolati semi di diversa natura e supponi che questi semi siano in una delle tue mani. Per te, che sei uomo, è facile o difficile discernere ciò che hai in mano, riunire i semi secondo la loro natura, restituendoli alla loro specie? Tu, dunque, puoi discernere ciò che hai in mano, e Dio non sarebbe in grado di discernere e rimettere a posto ciò che ha nel pugno? Rifletti a quanto dico e vedi se non sia empio negare la risurrezione.

Cirillo di Gerusalemme, Catechesi battesimali, 18,1-3


5. L`aspetto del corpo risorto

Resterebbe da vedere se la vita che speriamo sarà come la vita presente. Se fosse così, direi che gli uomini dovrebbero rifuggire dalla speranza della risurrezione. Se i corpi fossero restituiti alla vita tali e quali sono quando cessano di vivere, gli uomini non si aspetterebbero altro dalla risurrezione che una sventura senza fine. Ci sarebbe uno spettacolo più miserando dei corpi rattrappiti dalla vecchiaia, mutati in bruttura e deformità, con la carne consumata dal tempo, la pelle rugosa, rinsecchita intorno alle ossa? Quando i nervi non più irrorati e nutriti dall`umore naturale si contraggono e perciò tutto il corpo si incurva, ci si offre uno spettacolo disgustoso e miserando: il capo è piegato in direzione delle ginocchia e le mani, di qua e di là, si agitano incessantemente per un tremore involontario, inabili ai loro compiti usuali.
Come si presentano i corpi devastati da lunghe malattie? Si distinguono da un cumulo d`ossa nude solo perché appaiono coperti da un po` di cute sottile e già consunta. E i corpi degli ammalati di idropisia? E quali parole sarebbero sufficienti per rappresentare la vergogna e la bruttura dei lebbrosi? Tutte le loro membra e i loro sensi vengono a poco a poco divorati dalla putredine che non si arresta. Come si presentano i corpi di quelli che, storpiati dal terremoto, dalla guerra o da qualche altra causa sono sopravvissuti per un po` di tempo alla loro sciagura? Che v`è da dire di quelli che, colpiti dalla nascita, sono cresciuti storpi nelle loro membra? Dei fanciulli appena nati, che vengono esposti o soffocati, o che muoiono da sé, che dobbiamo pensare? Se vengono riportati in vita tali e quali, resteranno sempre infanti - e cosa vi è di più misero -, o saranno condotti a un`età più matura? Con quale latte la natura li sosterrà?
Perciò, se rivivremo con lo stesso corpo assolutamente identico, sarà per noi una sventura ciò che ci aspettiamo; se non con lo stesso corpo, il risorto sarà un altro, diverso dal defunto. Se infatti è morto fanciullo e risorge adulto, o viceversa, come si può dire che il morto sia ridiventato uomo, dato che, riguardo all`età, è tanto mutato? Chi al posto di un fanciullo vede un uomo, al posto d`un vecchio un giovanotto, vede uno al posto dell`altro; così invece di un mutilato, un uomo sano, invece di un povero macilento, uno tutto florido - e tutti gli altri casi, per non essere tedioso col mio discorso riportandoli -. Se dunque non risorge lo stesso corpo, precisamente quale era quando fu affidato alla terra, non risorge il morto, ma con la terra viene plasmato un altro uomo. Che me ne importa dunque della risurrezione, se invece di me è un altro che rivive? Come riconoscerei me stesso, non vedendo me in me? Non sarei infatti veramente io, se non riscontrassi in tutto me stesso. Se conservassi nella memoria l`immagine di qualcuno, come era in questa vita - poniamo per esempio che avesse i capelli radi, le labbra sporgenti, il naso camuso, pallido, gli occhi azzurri, canuto e rugoso - e mentre cerco proprio costui, incontro un giovanotto dalla chioma folta, dal naso aquilino, dalla carnagione scura, ossia tutto diverso d`aspetto. Crederei forse di aver visto il primo? Ma che bisogno c`è di soffermarsi in questi particolari minori e secondari, tralasciando ciò che più importa? Chi non sa che la natura umana assomiglia a un fiume, che è in continuo movimento dalla nascita alla morte e solo allora cessa di scorrere, quando cessa di essere? Questo movimento non è uno spostarsi da luogo a luogo - la natura infatti non esce da se stessa -, ma è un processo di continua mutazione. Ma la mutazione, almeno fino a quando la parola conserverà il suo significato, non resta mai nello stesso stato: come può conservarsi nello stesso stato ciò che muta?... Nella natura del nostro corpo l`afflusso e il deflusso, dovuti al processo metabolico, procedono senza posa, e solo allora cesseranno, quando cesserà la vita; ma fino a quando c`è vita, non hanno pausa: vi è un riempimento o uno svuotamento o i due processi si compiono contemporaneamente. Se uno dunque non è oggi ciò che era ieri, ma è diverso per il continuo mutamento, quando la risurrezione ricondurrà i nostri corpi in vita, uno diventerà per così dire un popolo d`uomini, e nulla mancherà al risorto: infante, fanciullo, ragazzo, giovanotto, uomo, padre, vecchio e ogni altra età...
Devo dire un`altra delle obiezioni mosse da coloro che non accettano la dottrina della risurrezione? La natura non ha fatto nel nostro corpo nessun organo inutile. Alcuni organi mantengono il corpo in vita e in forza, e senza di loro non potrebbe sussistere questo nostro vivere nella carne; così il cuore, il fegato, il cervello, i polmoni, lo stomaco e le altre viscere; altri sono destinati all`attività sensoriale, altri servono al movimento e al lavoro, e altri infine sono necessari per comunicare la vita ai posteri. Orbene, se con questi organi si svolgerà la vita futura, non vi è mutamento alcuno; ma se è vera la parola scritturistica - come in realtà è vera -, la quale afferma che la vita dopo la risurrezione non conoscerà matrimonio (cf. Mt 22,30) e si sosterrà senza cibo e bevanda, che bisogno ci sarà di quelle membra, dato che in quella vita non ci aspettiamo ciò per cui esse ora sono destinate? Se dunque le membra destinate al matrimonio sono in vista del matrimonio, quando il matrimonio non v`è, non c`è bisogno di quelle. E così le mani per operare, i piedi per camminare, la bocca per assumere cibo, i denti per collaborare al processo di nutrizione, le viscere per la digestione, e i condotti efferenti per l`escrezione di ciò che più non serve. Quando dunque non esistono più le funzioni per cui sono stati fatti, che necessità vi è che ci siano tali organi? Se, con ciò, il corpo non ha più nessuno degli organi, che sarebbero superflui per quella vita, non avremo più nessuna di quelle parti che costituiscono tutto il corpo nella sua pienezza, perché la vita sarà tutta diversa; non si parli dunque di risurrezione, perché tutte le membra, ad una ad una non risorgeranno col corpo, essendo inutili. Ma se, invece, la virtù della risurrezione si estenderà a tutte le membra, dobbiamo ammettere che Colui che opera la risurrezione produce in noi qualcosa di inutile e vano per quella vita...
Ma nel primo stato di vita, quello creato dallo stesso Iddio, non vi era vecchiaia, come è chiaro, né fanciullezza, né vi erano i malanni di varie infermità, né ogni altra miseria del corpo (non conveniva infatti a Dio creare tali guai; la natura umana era qualcosa di divino prima che in essa si affermasse la brama del male). Tutti questi guai l`assalirono quando in lei subentrò il peccato. Perciò una vita libera dal peccato non è necessariamente soggetta ai mali venuti per il peccato. Come a chi cammina al freddo capita di raggelarsi nel corpo, mentre a chi cammina sotto i raggi del sole gli si abbronza la pelle, ma ambedue, se non sono più in quella situazione, cessano del tutto rispettivamente di congelarsi o di abbronzarsi e, venendo meno le cause, nessuno si aspetta più ragionevolmente i loro effetti, così è per la nostra natura: abbandonatasi alle passioni è stata avvinta da ciò che alla vita di passioni consegue; ma tornata nella beatitudine, in cui non vige la passione, non sarà più astretta dalle conseguenze del peccato. Ciò che, proprio di una vita irrazionale, è mescolato alla natura umana, non si riscontrò in noi prima che la natura umana cadesse, per il peccato, nella passione; di necessità se siamo liberi dalla passione, abbandoneremo anche tutto ciò che con la passione si riscontra. Perciò non sarebbe ragionevole chi in quella vita cercasse quello che a noi proviene dalle passioni. Come chi porta addosso una tunica lacera, quando se ne spoglia non vede più in sé la vergogna di un vestito indecente, così noi, spogliata quella veste di morte e turpitudine, veste fatta di pelli d`animali irragionevoli (cf. Gen 3,21) (e udendo pelle ritengo di dover intendere la forma della natura irrazionale, di cui siamo stati circondati per la nostra intima adesione alle passioni), svestendo quella tunica, deporremo anche tutto ciò che è proprio della pelle priva di ragione.

Gregorio di Nissa, Dialogo con Macrina, 17-18,1


6. In Gesù Cristo, siamo già risorti

Anche se abbiamo conosciuto Cristo secondo la carne, dice san Paolo, ora non lo conosciamo più così (2Cor 5,16). La risurrezione del Signore non ha distrutto la sua carne, l`ha trasformata. Dandole maggior forza, non ne ha distrutto la sostanza. La qualità è cambiata, la natura non è scomparsa. E` stato possibile crocifiggere questo corpo: ora è divenuto impassibile; è stato possibile ucciderlo: ora è divenuto immortale; è stato possibile assassinarlo: ora è divenuto incorruttibile. A ragione l`Apostolo afferma di non conoscere la carne di Cristo nello stato in cui si era mostrata, perché in lei nulla è più soggetto alla sofferenza o alla debolezza. Essa è essenzialmente la stessa, ma è diversa riguardo alla gloria.
Perché meravigliarsi se l`Apostolo si esprime così nei confronti del corpo di Gesù Cristo, quando, parlando di tutti i cristiani che vivono secondo lo spirito, dice: Non conosce più nessuno secondo la carne? (2Cor 5,16). Così egli ci insegna che la nostra risurrezione è cominciata in Gesù Cristo. In lui, che è morto per tutti, ci ha preceduto il modello di ogni nostra speranza. Per noi, non c`è dubbio o esitazione, non siamo sospesi a una incerta attesa: le promesse hanno cominciato ad attuarsi e noi vediamo già, con gli occhi della fede, i beni futuri. L`elevazione della nostra natura ci rallegra; possediamo già l`oggetto della nostra fede...
Il popolo di Dio divenga dunque consapevole di essere in Cristo una nuova creatura, e comprenda per mezzo di chi ha assunto questo nuovo essere e da chi è stato accolto. L`uomo rinnovato non ritorni all`instabilità del suo vecchio stato. Se ha messo mano all`aratro (cf. Lc 9,62), non cessi dal suo sforzo; vegli sul grano che ha seminato e non volga lo sguardo a ciò che ha abbandonato. Nessuno ricada in ciò da cui si era sollevato; se a causa della sua debolezza umana giace ancora in qualche malattia, prenda la ferma risoluzione di guarire e di risollevarsi. Questa è la via della salvezza e questo è il modo per imitare la risurrezione iniziata in Gesù Cristo.
Inoltre, poiché le occasioni di passi falsi e di cadute non mancano sul pendio scosceso di questa vita, allontaniamo i nostri passi dalle sabbie mobili per calpestare la terra ferma, come sta scritto: Il Signore fa sicuri i passi dell`uomo e segue con amore il suo cammino. Se cade, non rimane a terra, perché il Signore lo tiene per mano (Sal 36,23-24).
Fratelli miei, queste riflessioni non valgano soltanto nella festa di Pasqua, ma servano per la santificazione di tutta la vita. Gli esercizi di questi giorni devono tendere a trasformare in abitudine le pratiche che per breve tempo hanno rallegrato il cuore dei fedeli, conservare tutta la loro portata e cancellare con un pronto pentimento ogni colpa che potrebbe sorprenderci.
Dato che una malattia vecchia richiede cure lunghe e difficili, dobbiamo applicare i rimedi con tanta maggiore premura quanto più le ferite sono recenti. Così, rialzandoci sempre sani e salvi da tutte le nostre cadute, meriteremo di giungere a quella incorruttibile risurrezione della carne che sarà glorificata in Cristo che vive e regna con il Padre e lo Spirito Santo nei secoli dei secoli. Amen.

Leone Magno, Sermone 1 (sulla risurrezione), 4,6





lunedì 31 marzo 2014
Abbazia Santa Maria di Pulsano

Commenti