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Don Angelo Casati"La parola della domenica"

Anno liturgico A
omelia di don Angelo nella IV Domenica di Quaresima
secondo il rito romano
1Sam 16,1b.4a.6-7.10-13
Sal 22
Ef 5,8-14
Gv 9, 1-41
Non possiamo sfuggire al contrasto, che non è marginale, non è alla superficie, è di fondo: un contrasto che attraversa tutto l'episodio del Vangelo, che oggi abbiamo ascoltato: quel cieco, di cui non è detto il nome, e quel gruppo di farisei.
Un contrasto insanabile che dilaga in tutto il racconto. Al punto che Gesù è confinato all'inizio e alla fine.

E il cieco, che ora ha gli occhi aperti, sorprendentemente aperti, il cieco in apparenza solo - Gesù è assente- solo, a sostenere la contrapposizione. Dura, estenuante contrapposizione! E c'è un termine che ricorre più volte, insistente nel brano del Vangelo, il termine "peccato": lo apre e lo chiude.

"Chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché egli nascesse cieco?": all'inizio.
E alla fine: "Siccome dite: noi vediamo, il vostro peccato rimane".

E non è solo all'inizio e alla fine! Sulle labbra di quei farisei il termine "peccato" è il più ricorrente, quasi un'ossessione.

Una religione ridotta a questioni di peccato. La questione è il peccato.

E andiamo adagio ad attribuire questa ossessione solo a quel gruppo di farisei. Non ne erano esenti nemmeno i discepoli, tant'è che vedendo il cieco, nato cieco, loro disquisiscono. Su che cosa? Sul peccato: "Rabbi, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché egli nascesse cieco?".

Come se il peccato fosse l'unica categoria interpretativa della realtà o la categoria più decisiva della fede.

E Gesù sbarazza subito il campo: "Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è così perché si manifestassero in lui le opere di Dio". Come a dire: non inaridite la fede, non impoveritela in una questione di peccati. La fede è stare in attesa dell'opera di Dio. È sconsolante dirlo, ma a quel gruppo di farisei -ma non solo a loro, succede anche a noi- non interessava l'opera di Dio, anzi la negavano: l'avevano davanti agli occhi nella figura del cieco nato, ma a loro non interessava, perché più delle sorprese di Dio per loro contava la categoria del peccato, le loro classificazioni circa il peccato.

"Quest'uomo non viene da Dio perché non osserva il sabato". E ancora: "Noi sappiamo che quest'uomo è un peccatore".

E alla fine, al cieco: "Sei nato tutto nei peccati e vuoi insegnare a noi!".
Ebbene, questa categoria -che sembra in apparenza religiosa- la categoria del peccato, acceca, rende ciechi.

Sei cieco davanti all'altro, perché neppure ti sfiora il suo caso personale: per te è solo il pretesto per dibattere sul peccato.
Sei cieco davanti a Dio, perché lui opera al di là dei tuoi schemi, e tu non te ne accorgi.
La categoria, povera, del peccato, rende ciechi.

Sull'altro versante assistiamo invece a un'illuminazione, progressiva, emozionante del cieco.
Immaginiamolo mentre se ne va, guidato da qualcuno o solamente dal suo bastone, a occhi chiusi, verso la piscina di Siloe. Si lava e acquista la vista.

Ma non è una luce solo negli occhi, è una luce dentro, che lo porta, d'intuizione in intuizione, a scoprire la realtà di colui che gli ha aperto gli occhi: "Quell'uomo che si chiama Gesù" e poi "È un profeta...", "È da Dio", "Io credo che tu sei il Figlio dell'uomo". E questa illuminazione, questa luce interiore, lo rende libero, coraggioso, disarmante, nei confronti di quel gruppo di farisei, legati ai loro libri, alle loro classificazioni, ai loro schemi, alla loro presunzione di sapere tutto, di vedere tutto, di dettare leggi. Che pesantezza!

Hanno così complicato la religione, che non guardano più in faccia la vita.

La fede in Gesù lo rende leggero, estraneo a tutte le complicazioni dogmatiche, moralistiche: va al cuore, al cuore della persona, al cuore del problema, al cuore della questione.
A chi assomigliamo come chiesa? Come chiesa, ma anche come singoli cristiani?
Uno ti incontra e dice: Ma che luce che ha dentro, e come fa bene, com'è bello stare e camminare con lui.

Uno ti incontra e dice: Parla come un libro stampato! Questi sa tutto. Che presunzione, che noia!

A chi assomigliamo? Il Signore ci renda luminosi, luminosi dentro e sul volto, come Mosè sul monte.


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