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fr. Massimo Rossi,“Molti sono i chiamati, ma pochi gli eletti”

Commento su Matteo 22,1-14
fr. Massimo Rossi 
XXVIII Domenica del Tempo Ordinario (Anno A) (15/10/2017)
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La scorsa domenica abbiamo riflettuto sul regno dei Cieli, a partire dalla famosa parabola dei
vignaioli omicidi; oggi è la volta di un'altra parabola, famosa anche questa, del banchetto allestito da un re per le nozze del figlio. Come al solito, il racconto è volontariamente forzato nei toni: il banchetto è perfetto, il re non bada a spese, pur di regalare al proprio figlio un giorno indimenticabile; la sua magnanimità è tale che il sovrano illuminato insiste perché anche i sudditi partecipino alla gioia sua e del futuro erede al trono.
Dall'altra parte ci sono gli invitati, ci siamo noi: non manca nessuno, dal più ricco dei notabili di corte, all'ultimo poveraccio senza neanche uno straccetto firmato da mettersi addosso per entrare nella sala delle feste.
Dio è tanto buono... Noi invece siamo cattivi, siamo insensibili, siamo menefreghisti... pensiamo solo agli affari nostri... In una parola, siamo indegni: indegni di prendere parte alla gioia del nostro Signore. In verità, fuor di metafora, è come se noi non volessimo avere niente a che fare con le cose del Cielo... Salvo poi accusare più o meno esplicitamente il Buon Dio, perché non ci aiuta, perché non viene incontro alle nostre necessità spirituali, fisiche e materiali... Come si dice: solo diritti, ma nessun dovere... Che, poi, se si eccettua la questioncina dell'abito della festa, nella parabola non si parla neppure di doveri, ma solo di piaceri... i piaceri della buona tavola.
Ripeto, se Dio ci avesse chiesto qualcosa di faticoso, di doloroso, di sgradevole... Ma si tratta di un banchetto di nozze, santo cielo!...e non si pretende neppure che compriamo il regalo per gli sposi! Del resto, siamo nel regno dei cieli, mica sulla terra! Non ci sono liste nozze... è tutto pagato!!
Più di così!
Già questo particolare potrebbe destare perplessità: chi rinuncerebbe ad un invito del genere? Eppure, gli invitati della prima ora, più vicini al trono, a motivo del rango sociale, lo rifiutano.
Ma anche i poveri dell'ultima ora non mostrano particolare attenzione, la cura necessaria a presentarsi al cospetto del re... Anche riguardo a questo fatto, perdonatemi, ma io mi chiedo: se quel povero Cristo, appunto, era povero, come poteva il Re pretendere che vestisse l'abito da festa? In verità il povero straccione ammutolì, precisa il Vangelo; si sentiva forse in colpa? aveva la coscienza sporca?... pare di sì.
Ora, potremmo continuare a cercare il pelo nell'uovo, rilevando le incongruenze della parabola... ma sarebbe un esercizio letterario ozioso, inutile e del tutto fuoriluogo.
La parabola è volutamente concepita come un insieme di paradossi, per suscitare la riflessione, per mettere in crisi chi ascolta, per far discutere...
E allora discutiamo!
Il primo aspetto importante è rappresentato dai destinatari delle parole di Gesù: non si tratta di coloro che vivono fuori, i cosiddetti lontani... Sono i cristiani convinti, almeno a parole.
Il Signore si rivolge ai preti, in primo luogo, ai fedeli che vanno a Messa, alle persone religiose, a tutti quelli che danno il buon esempio, che occupano i primi posti, che hanno incarichi importanti... In un altro passo del Vangelo, il Signore dichiara che “a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più” (cfr. Lc 12,48).
Ebbene, sono proprio questi che, convinti di non aver nient'altro da imparare, da aggiungere... da convertire, puntano i piedi davanti al Vangelo e arrivano financo a uccidere, in nome della morale cristiana.
La morale religiosa diventa una corazza impenetrabile; nessuno può violarla... neanche Dio!
È il paradosso dei paradossi: negare Dio...in nome di Dio!
Facciamoci un veloce esame di coscienza - beh, non troppo veloce! - e proviamo a porre le nostre convinzioni, le certezze che non siamo disposti a discutere, sotto la lente del Vangelo.
Sono certo che qualche contraddizione la scopriremo.
A questo punto ci troveremo ad un bivio: tirare dritto per la nostra strada eliminando tutto ciò che ci ostacola...Vangelo compreso; oppure convertirci.
“C'è più gioia in cielo per un peccatore convertito, che non per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione”, dichiara il Signore (Lc 15,7).
Vi sarà senz'altro capitato di incontrare persone che si proclamano peccatori, ma poi non sono in grado di trovare neanche un peccato, neanche un peso sulla propria coscienza, per il quale valga la pena convertirsi: quando succede ai preti in confessionale, verrebbe voglia di reagire, mostrando loro la porta...
E a proposito di peccatucci o peccatacci... veniamo al famigerato abito della festa; è opinione condivisa da autorevoli biblisti - Barbaglio, Fabris, Maggioni... - che l'abito della festa rappresenti la fedeltà dell'impegno cristiano: non basta appartenere ufficialmente alla Chiesa; la chiamata alla fede - e di chiamate, Dio ce ne ha fatte molte, come la stessa parabola ricorda - non assicura per se stessa la salvezza finale, non è garanzia ‘magica' di partecipazione alla festa del Regno.
Nella stessa direzione va la chiusa della parabola: “Molti sono i chiamati, ma pochi gli eletti”; il segreto per essere eletti, oltre che chiamati è ancora e sempre la coerenza della vita all'insegnamento di Cristo; o, come amano dire i preti: “la conformità del vissuto al celebrato”.
In other words: Messa domenicale sì, Rosario sì, opere pie sì... Ma, se la vita non segue ogni giorno, la (nostra) tanto decantata identità cristiana si riduce a un abito della festa, che indossiamo solo per andare in Chiesa, ma immediatamente svestiamo una volta tornati a casa... forse per non sporcarlo...
Ma chi pensiamo di prendere in giro?

Fonte:www.qumran2.net

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