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padre Gian Franco Scarpitta,"Ciascuno il suo e a ciascuno il suo"

Ciascuno il suo e a ciascuno il suo
padre Gian Franco Scarpitta  
XXIX Domenica del Tempo Ordinario (Anno A) (22/10/2017)
Vangelo: Mt 22,15-21
Isaia preconizza l'esistenza di un solo Dio e Signore universale, accanto al quale non si ammettono
altre divinità e al quale ciascun uomo deve mostrare riverenza e sottomissione. E se Dio è Uno e unico, occorre che tutti ci si predisponga a fare la sua volontà, a vivere secondo i suoi dettami anche quando queste contrastino con determinate posizioni sociali. L'atteggiamento dell'uomo è quello apofatico, del nulla in cui si trova ad essere lui di fronte al tutto in cui Dio mostra di essere nei suoi confronti. Ma se occorre sottomettersi in tutto alla volontà di Dio, come atteggiarsi di fronte alle disposizioni umane? Come adoperarci quando ci si pongono davanti degli obblighi inesorabili verso il governo e le istituzioni? La domanda apre un serio dibattito sui rapporti fra religione e politica e tante volte alla questione si è voluto rispondere per mezzo di un'accurata esegesi del brano evangelico di oggi. A Gesù infatti si avvicinano persone smaliziate e lestofanti, che, dopo che alcuni avevano messo in dubbio la sua autorità messianica, tendono a porgli un tranello con la domanda: “E' lecito o no pagare il tributo a Cesare? E' necessario che ci soffermiamo attentamente sul senso reale delle parole contenute nella frase. Infatti ci si trova in tempo di dominio romano, sotto l'imperatore Tiberio e vi è la prescrizione che tutti i cittadini (quindi anche quelli d'Israele e dintorni) dai 14 ai 65 anni debbano pagare il “testatico”, cioè la tassa annuale di un denaro pro capite. Pagare questo gabello indirettamente equivale a riconoscere nell'imperatore il Divino, l'augusto al quale restare sottomessi e forse era anche per questo motivo che la tassa veniva imposta: con essa si intendeva costringere tutti alla sottomissione all'erario di Roma e così riconoscere l'unicità dell'impero romano e restarvi sottomessi. Ma questo non piaceva a determinati gruppi nazionalisti quali si presentavano al tempo di Gesù. In nome dell'unico Dio d'Israele, al quale, unico, tutti devono obbedienza e rispetto, parecchi movimenti auspicavano la liberazione dal dominio di Roma. Fra questi possiamo menzionare gli Zeloti, ma un certo sentire di emancipazione e di libertà albergava un po' in tutto Israele.
Il tranello che con il quesito viene posto a Gesù (E' lecito o no pagare il tributo a Cesare?) è quindi molto intricato e delicato. Se infatti lui rispondesse: “Si, è lecito pagarlo” scatenerebbe su di sé l'ira di tanti suoi connazionali che lo accuserebbero di rinnegare l'autorità dell'unico Dio d'Israele; se invece rispondesse “No, non è lecito pagare il tributo” allora dimostrerebbe di essere un ribelle e un insubordinato alle leggi dell'Impero, un probabile sovversivo. Da una parte la coerenza e la linearità dell'accettazione globale dell'unica Autorità divina che Israele fedelmente coltiva, dall'altra la subordinazione doverosa al sistema legalistico vigente.
Si vuole che Gesù, rispondendo alla domanda, offra anche la soluzione al problema predetto della conciliabilità fra religione e politica, separando l'una dall'altra. In realtà non affronta direttamente la questione, ma nella soluzione del problema scioglie ogni enigma sui rapporti che debbano esserci fra il mondo politico e quello della fede e della religione. La moneta che ostenta alla visione dei suoi interlocutori mostra la figura dell'Imperatore Tiberio (Cesare Tiberio Augusto), che i Giudei detestano raffigurata sul disco monetario; esclamando poi “A Cesare quel che è di Cesare e Dio quel che è di Dio”, Gesù osserva che la sottomissione al potere terreno è doverosa, in quanto dall'autorità terrena dipende anche la nostra vita e la nostra convivenza. Riflettiamo un istante: non è contradditorio, e per certi versi anche lesivo, che si deprezzi la moneta con cui ogni giorno spendiamo per vivere? Se dall'Impero derivano tasse e tributi, sempre dall'Impero ci provengono anche le monete che adoperiamo per sopravvivere ogni giorno, non importa se con un conio biasimevole. Rispettare l'autorità è quindi necessario anche per la nostra stessa convivenza, poiché comunque essa è garante dell'amministrazione del paese in cui viviamo. D'altra parte l'obbedienza alle istituzioni è sinonimo di ottemperanza al potere, che a sua volta ha in ogni caso origine divina. Ogni autorità deriva da Dio e va rispettata.
Pagare le tasse equivale a contribuire al progresso e allo sviluppo del paese, fare la propria parte perché si creino condizioni agevoli e strutture di ausilio per un retto equilibrio sociale. Restare sottomessi all'autorità comporta creare l'oceano a partire da una goccia: una sola goccia non fa' l'oceano, ma se non ci fosse quella, l'oceano ne resterebbe senza. Anche per questo è importante che l'onere stesso dei tributi non gravi su pochi cittadini, costretti tante volte a colmare le lacune di altri inadempienti, ma che tutti, ciascuno in relazione alle proprie sostanze e alle proprie possibilità, spronino se stessi alla responsabilità nell'adempiere tale obbligo. E se tutti fossimo puntuali nel rispetto delle leggi e dei doveri certamente si instaurerebbe un regime di pacifica convivenza a vantaggio di tutti. In Gesù vi è quindi il sentimento di riconoscere nel regime politico umano la presenza ispiratrice di Dio e pertanto concede all'imperatore ciò che gli è dovuto. Non però che Gesù voglia mostrarsi acritico e neutrale intorno ai problemi e alle tensioni che un sistema di governo può ingenerare sul popolo: in un altro brano di Matteo (17, 24 - 27) si mostra solerte nell'adempiere all'obbligo di pagamento della tassa del tempio, eppure osserva che “i re di questo mondo (di Roma) riscuotono i tributi non dai loro sudditi (i figli) ma dagli altri popoli loro sottomessi. Sono cioè ingiusti e imparziali. Proprio di Gesù è insomma essere ben disposto verso le autorità legittime, ma anche chiedere ad esse una giusta amministrazione e un adeguato perseguimento della giustizia, dell'equità e del bene comune. Come osserva qualche esegeta, se infatti l'immagine coniata sulla moneta è dell'imperatore, l'immagine di Dio è quella dell'uomo e di conseguenza occorre che a Dio venga dato “ciò che gli è di pertinenza”, ossia l'uomo con la sua dignità, i suoi valori e i suoi diritti. Spetta insomma all'uomo rispettare il regime politico al quale appartiene e ad attenersi a tutte le sue prescrizioni, ma compete a qualsiasi istituzione difendere e promuovere la centralità dell'uomo e questo non ostacolando l'obiettività degli imperativi etici.
Politica e religione certamente viaggiano ciascuno sul suo campo di pertinenza, ma nulla oppone che esse possano conciliarsi e vivere in stratta simbiosi, perché del resto l'obbedienza al re può configurarsi come servizio disinteressato a Dio. Scrive infatti Pietro: State sottomessi ad ogni istituzione umana per amore del Signore: sia al re come sovrano, sia ai governatori come ai suoi inviati per punire i malfattori e premiare i buoni. Onorate tutti, amate i vostri fratelli, temete Dio, onorate il re.”(1Pt 2, 14. 16 - 17). Le condizioni che si pongono sono quelle della reciproca intesa fra i doveri del cittadino verso le Istituzioni e gli obblighi di queste nei suoi confronti e pertanto sulla promozione della buona e retta convivenza.

Fonte:www.qumran2.net

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