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P. Marko Ivan Rupnik, Commento V Domenica di Pasqua

V Domenica di Pasqua – Anno B
Gv 15,1-8
Congregatio pro Clericis

L’immagine della vigna è molto conosciuta nell’Antico Testamento, il Signore è il vignaiolo che ha piantato la vigna che è Israele, il suo popolo, immagine alla quale i profeti spesso si sono rifatti denunciando la mancanza di frutto. Per questo il Padre manda il suo Figlio: “Io sono la vite e il Padre è l’agricoltore” (Gv 15,1), il Figlio di Dio ha dovuto farsi vitigno per recuperare la vigna che non ha dato frutto al suo agricoltore. Di questa vite che è Cristo noi siamo i tralci.

In Ez 15 si dice: “Figlio dell’uomo, che pregi ha il legno della vite di fronte a tutti gli altri legni della foresta? Si adopera forse quel legno per farne un oggetto? Ci si fa forse un piolo per attaccarci qualcosa? Ecco, lo si getta sul fuoco a bruciare, il fuoco ne divora i due capi e anche il centro è bruciacchiato. Potrà essere utile a qualche lavoro? Anche quand’era intatto, non serviva a niente: ora, dopo che il fuoco lo ha divorato, l’ha bruciato, ci si ricaverà forse qualcosa?” (Ez 15, 2-5).

È un legno che non serve assolutamente a niente, né quando è intero né quando è bruciato, dunque il vero senso di questo legno è solo il frutto. Non serve a nient’altro se non a far passare la linfa e mentre questa passa assorbe qualcosa del legno e produce l’uva, il frutto. Solo a questo serve, però è indispensabile proprio questo legno, non si raccoglie l’uva dal rovo (cf Lc 6,44; Mt 7,16).

Cristo è la vite e noi i tralci. Il frutto che viene è questa umanità vissuta da Dio, cioè l’amore. Questa è la divinoumanità di Cristo, questa linfa che passa è la vita di Dio e il frutto che viene fuori è il frutto della vita di Dio. E siccome la vita di Dio è l’amore e il dono di sé, l’unica cosa che serve all’uomo è vivere da dono di sé. Cioè l’unico senso dell’uomo è l’amore, far passare attraverso di sé l’amore di Dio fino a vederne il frutto.

Altrimenti, proprio come il vitigno, l’uomo non serve a niente. Mentre il resto del creato serve a far sopravvivere l’uomo, l’uomo serve solo se porta il frutto che è l’amore, che è la vita di Dio. Cioè solo se diventa divino-umano. Per questo Cristo dice “Rimanete in me” (Gv 15,5). Un rimanere che nella sua radice significa anche resistere, termine che non ha la sfumatura romantica del rimanere e che ci rimanda piuttosto alla potatura dei versetti seguenti, necessaria per portare frutto.

Cristo fa vedere un contadino che taglia e brucia. Ma la cosa grande e che non siamo noi stessi a potarci secondo varie ideologie e fissazioni, ma è il Padre che attraverso la storia fa la potatura.  I tagli che fa il Padre ci liberano da tutto quello che ci impedisce di portare il frutto, e di cui da soli non riusciamo a liberarci e magari neanche a rendercene conto. Perciò c’è infatti anche un fuoco che verifica, lo dice Giovanni (cf 15,6) e lo dice anche Paolo (cf 1Cor 3,13).

Questo mistero dei tagli, di eliminare e bruciare è ciò che è da considerare nella nostra vita spirituale. Ma ancor di più è da prendere in considerazione la seconda potatura, ben conosciuta dai vignaioli, quella necessaria quando già si vede come si sviluppa la crescita per alzare la qualità e anche la quantità.

Si alza così la qualità dell’uva e dunque di conseguenza del vino. Si pota perché porti più frutto. Perché il frutto è il vino e non l’uva.

Il termine potare letteralmente è purificare. È il Padre che purifica perché portiamo più frutto. La questione centrale è questa, è il Padre che purifica, non siamo noi. Come è il Padre che esalta il Figlio (cf Fil 2,9) che si fa obbediente fino alla morte di croce. Non è questione di impegno nostro per migliorare, finendo per concentrarsi su di sé in una ricerca di perfezione che ci fa solo rimanere chiusi nel proprio io.

Questa immagine di Giovanni - lui non ha parabole ma ha immagini - è essenziale per la vita perché è l’immagine della divino umanità che è opera del Padre. Noi non possiamo fare da noi stessi un dono integro dell’amore come Cristo per passare così nella risurrezione. Questa è opera del Padre perché è il Padre che sa cosa giova a noi affinché possiamo essere un dono libero, gratuito, affinché davvero possiamo offrire noi stessi. Tanti secoli di formalismo della perfezione dell’individuo può creare una pesante illusione di arrivarci sotto molti aspetti morali ed etici ma facilmente ci rende totalmente anemici, incapaci di trasmettere l’amore, di trasmettere il dono di sé, di mostrare uno stile di vita dove l’uomo è il dono d’amore nella concretezza quotidiana della vita. Si diventa facilmente duri di cuore e di giudizio spietato verso gli altri.

Essere perfetti o essere dono, questa è la domanda. Il Padre sa cosa è necessario di ciò che io sono affinché io possa vivere da dono che si spreca e non risparmiandomi gestendo me stesso. Dio è più grande del nostro cuore e conosce ogni cosa (1Gv 3,20), solo Lui conosce come andare oltre le nostre ideologie e le nostre maniere.

Per questo bisogna che il Padre purifichi.

Qui è l’atteggiamento del credente, l’accoglienza di ciò che la vita porta perché sa che il Padre gestisce e non ha bisogno di combattere con la vita. Ti capita una cosa? Come sfruttarla affinché cambi il tuo cuore e le tue relazioni, a partire dalla relazione con Dio?  È il Padre che sta facendo affinché tu possa diventare dono e portare non il grappolo dell’uva, ma il vino.



P. Marko Ivan Rupnik

Fonte:http://www.clerus.va

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