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padre Antonio Rungi, "Potare i tralci secchi perché tutta la vite si rigeneri"

Potare i tralci secchi perché tutta la vite si rigeneri
padre Antonio Rungi
V Domenica di Pasqua (Anno B) (29/04/2018)

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Il Vangelo di questa quinta domenica di Pasqua, tratto dall'Evangelista Giovanni, ci porta in campagna ad osservare la vigna e la vite, che come ben sappiamo produce uva e dall'uva viene poi prodotto il vino.
Gesù non ci invita ad essere agricoltori e potatori di viti vere e reali, ma, attraverso questa immagine tratta dalla vita agricola, ci invita a capire e a valutare il nostro grado di appartenenza alla chiesa, da Lui fondata e inviata nel mondo a portare frutti di gioia, pace e fraternità.
Come in tutte le vigne e le viti ci possono essere tralci che non vanno, non producono più, anzi assorbono linfa e la vite rischia di essiccarsi e morire.
Cosa si fa allora in agricoltura? Si pota, perché i rami secchi vadano buttati via e bruciati, mentre quelli che potenzialmente possono continuare a produrre uva, si potano e così danno più uva, più saporita e giovane.
Ebbene, l'immagine assunta da Gesù per illustrare il cammino che la sua chiesa deve fare è utile per capire, come dobbiamo vivere e cosa dobbiamo testimoniare in quanto discepoli di Cristo: bisogna rimanere in Cristo, radicati profondamente in Lui, perché chi rimane in Gesù e Lui noi porta molto frutto, perché senza di Cristo non possiamo far nulla.
Non illudiamoci che possiamo fare tutto o poco senza Cristo. Senza di Lui non possiamo neppure alzarci al mattino e aprire gli occhi al nuovo giorno che inizia. Tutto è possibile in Lui e con Lui, in quanto nulla è impossibile a Dio. Per cui, chi non rimane in Cristo e si allontana da Lui con il peccato o rinnegando la propria fede, viene gettato via come il tralcio, che poi secca e di conseguenza lo raccolgono per gettarlo nel fuoco e bruciarlo.
Sono immagini tratte dalla vita contadina e che, se trasferite su un piano spirituale, come è facile capire dal discorso fatto da Gesù, si riferiscono al nostro agire, in vista dell'eternità.
La vite è Cristo, la linfa è la sua grazia, l'essere ancorati a Lui, significa crescere in santità di vita. Allontanarsi da Lui, significa vivere nel peccato, senza grazia che ci santifica, con le conseguenze ben note di rischiare la condanna eterna ed essere gettati nel fuoco dell'inferno, rappresentato dal tralcio secco, tagliato e bruciato. Forte appello a cambiare stile di vita ed a improntare tutto il nostro essere cristiani sulla grazia che ci fortifica, ci santifica e ci prepara per il Paradiso.

Come realizzare questo progetto di santità, mediante la grazia, la vera linfa vitale della nostra anima?
Ebbene ci viene in aiuto san Giovanni con la sua prima lettera inserita nei testi biblici di oggi, come seconda lettura della parola di Dio: “non amiamo a parole né con la lingua, ma con i fatti e nella verità”; poi nella comunione con Cristo, il nostro cuore si rassicura, qualunque cosa esso ci posa rimproverare, se abbiamo una coscienza retta e sensibile.
Dio, infatti è infinitamente più grande del nostro povero e limitato cuore, in quanto a Dio è noto tutto.
Davanti ad una presa di coscienza delle nostre debolezze o delle nostre ricchezze, bisogna pure capire una cosa importante: “se il nostro cuore non ci rimprovera nulla, abbiamo fiducia in Dio, e qualunque cosa chiediamo, la riceviamo da lui, perché osserviamo i suoi comandamenti e facciamo quello che gli è gradito”.
Da dove partire allora per essere graditi a Dio? “Credere nel nome del Figlio suo Gesù Cristo e amarci gli uni gli altri, secondo il precetto che ci ha dato”.
L'amore ci radica profondamente in Dio. Infatti, chi osserva i suoi comandamenti rimane in Dio e Dio in lui. In questo conosciamo che egli rimane in noi: dallo Spirito che ci ha dato”.

L'altro mirabile esempio di come l'amore possa trasformare il cuore di un peccatore in un santo, di un violento in un pacificatore, di un ateo in un credente, di un persecutore in apostolo del Signore, è Paolo di Tarso, di cui gli Atti degli Apostoli ci parlano, oggi, nel brano della prima lettura, in modo speciale del suo ingresso ufficiale nella Chiesa di Gerusalemme, nella quale il suo nome era noto e la sua persona molto temuta per l'odio che nutriva verso i cristiani. Fu Barnaba, compagno dei viaggi apostolici di Paolo, a presentare Paolo alla comunità e ad assicurarla sulla sua persona, in quanto lungo la via di Damasco aveva visto il Signore “che gli aveva parlato e come in Damasco aveva predicato con coraggio nel nome di Gesù. Così egli poté stare con loro e andava e veniva in Gerusalemme, predicando apertamente nel nome del Signore. Parlava e discuteva con quelli di lingua greca; ma questi tentavano di ucciderlo”. Per difenderlo da queste minacce, Paolo su disposizione della Chiesa di Gerusalemme fu trasferito a Tarso.
Nonostante questi problemi di gestione e di organizzazione della Chiesa, essa “era in pace per tutta la Giudea, la Galilea e la Samarìa: si consolidava e camminava nel timore del Signore e, con il conforto dello Spirito Santo, cresceva di numero”.
Una chiesa in espansione, che si apre al nuovo, alle nuove realtà locali, una chiesa che varca i confini di ogni tipo, una chiesa, come ci ricorda Papa Francesco, in uscita per incontrare e non per stare alla poltrona in attesa che arrivi qualcuno per essere accolto al suo interno, nella comodità massima e nella mondanità del modo di pensare e vivere di chi già ha consolidato il suo essere superficiale e improduttivo all'interno della stessa Chiesa.
Per cui, sia questa la nostra umile preghiera che eleviamo al Signore in questo giorno di festa: “O Dio, che ci hai inseriti in Cristo come tralci nella vera vite, donaci il tuo Spirito, perché, amandoci gli uni gli altri di sincero amore, diventiamo primizie di umanità nuova e portiamo frutti di santità e di pace”.

Fonte:www.qumran2.net

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