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padre Antonio Rungi,"Pastori, mercenari e lupi rapaci"

Pastori, mercenari e lupi rapaci
padre Antonio Rungi
IV Domenica di Pasqua (Anno B) (22/04/2018)

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La quarta domenica di Pasqua è una domenica speciale per quanti il Signore ha chiamato alla vita sacerdotale e religiosa. Oggi, infatti, con la domenica del Buon Pastore, noi ricordiamo in modo singolare quanti sono impegnati nella missione evangelizzatrice e santificatrice della Chiesa o che saranno quanto prima sacerdoti e consacrati a Cristo, in quanto in cammino vocazionale. Oggi, quindi, la chiesa tutta è invitata a pregare per quanti sono sacerdoti di Cristo, affinché siano ottimi pastori, che danno la vita per i fedeli, che vanno alla ricerca della pecorella smarrita e mai si stanchino di cercarla, se è uscita dall'ovile o semplicemente perché ha perso il suo orientamento.
Il significato più vero di questa domenica sta nel testo del Vangelo di Giovanni, da cui attinge anche il titolo. Infatti, leggiamo in esso che Gesù disse: «Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore”. Gesù, quindi si identifica con il pastore coraggioso e martire, che dona la vita per il gruppo di appartenenza. Gesù prende le distanze dalla figura del mercenario, che non è pastore e al quale le pecore non appartengono e fa le cose per scopi economici; se costretto, abbandona il gregge e scappa via da esso.
Il mercenario se vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, per non rischiare la vita, ma lascia che il lupo le rapisca e le disperda; perché è un mercenario e non gli importa delle pecore. E' un soggetto centrato su stesso, motivato solo dal salvare la propria pelle, al contrario del pastore che dona la vita per il suo gregge.

Mercenari e lupi, nella parabola di oggi esprimono il negativo, in senso assoluto, di come non curare il gregge che il Signore ha affidato in primo luogo a Pietro e al Collegio degli Apostoli e con loro a tutti i collaboratori del successore di Pietro, cioè il Papa, e degli apostoli, ovvero i vescovi.
Chi è questo lupo? Certamente l'immagine usata da Gesù, tratta la pastorizia, tipica della Palestina, ha avuto qualche riscontro da parte sua, al punto tale che parla di questo animale come qualcosa di estremamente pericoloso e pauroso. Nella coscienza collettiva, la figura del lupo è stata sempre vista come negativa al punto tale che nella pedagogia di ieri e recente si usava spesso questo simbolismo per far mettere paura. Questo lupo della parabola è certamente chiunque diventa nemico di Cristo e del Vangelo e vuole la distruzione della Chiesa, della fede, della comunione tra tutte le pecore con il loro pastore.
Gesù si presenta come “il buon pastore” che conosce le sue pecore e come le pecore conoscono bene Lui. In altre parole c'è uno stretto rapporto di conoscenza, ovvero di amore reciproco, a punto tale che il Pastore non può fare a meno delle pecore e le pecore non possono fare a meno del loro pastore.
Un rapporto questo del pastore-pecore assimilato a quello di Gesù con il Padre, il quale conosce il Figlio e il Figlio conosce il Padre, in quanto Trinità di amore.
Questo pastore che dona la vita per le pecore, non è altro che Cristo Crocifisso che muore sulla croce per la sua chiesa e per l'umanità intera. Infatti è Gesù stesso che estende la sua protezione salvifica alle altre pecore che non provengono da suo recinto. Anche quelle Egli deve guidare alla salvezza. E se sono pecore disponibili, esse ascolteranno la sua voce e andranno ad ampliare il gregge del Signore, la Chiesa, per formare un cuor solo ed un'anima sola, sotto la guida dell'unico pastore, che è Cristo.

Sul mandato esplicito di questo unico grande pastore che è Gesù, la chiesa continua nel tempo, come ci narrano gli Atti degli Apostoli, la sua opera e a partire dalla prima comunità cristiana di Gerusalemme, guidata da Pietro, siamo chiamati a guarire le ferite del corpo e dello spirito delle tante pecore dell'ovile e fuori il recinto, ma anche a professare con coraggio che “Gesù è la pietra, che è stata scartata da voi, costruttori, e che è diventata la pietra d'angolo. In nessun altro c'è salvezza; non vi è infatti, sotto il cielo, altro nome dato agli uomini, nel quale è stabilito che noi siamo salvati”.

Solo in Cristo c'è la vera e certa salvezza dell'uomo dalla sua condizione di peccatore, in quanto, come ci ricorda san Giovanni Apostolo nel brano della seconda lettura di oggi, che “noi fin d'ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è”. Per cui, a ben ragione, dobbiamo sperare nella salvezza eterna che Cristo con la sua morte e risurrezione ci ha donato, elevandoci alla dignità di figli di Dio.

Sia questa la nostra preghiera oggi per noi e per tutti coloro che sono membri della Chiesa, hanno un officio pastorale in essa o ne faranno parte, mediante l'unzione battesimale, crismale e sacerdotale: O Dio, creatore e Padre, che fai risplendere la gloria del Signore risorto quando nel suo nome è risanata l'infermità della condizione umana, raduna gli uomini dispersi nell'unità di una sola famiglia, perché aderendo a Cristo buon pastore gustino la gioia di essere tuoi figli”. Amen.

Fonte:www.qumran2.net

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