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fr. Massimo Rossi, Commento VI Domenica di Pasqua

Commento su Giovanni 15,9-17
fr. Massimo Rossi  
VI Domenica di Pasqua (Anno B) 

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"A chi annunciamo il Vangelo? a coloro che conoscono già le Scritture, ai Giudei soltanto, oppure anche ai pagani?". Gli Atti degli Apostoli presentano entrambe le tesi: Pietro rappresenta coloro i quali ritenevano meritevoli di ricevere l'annuncio di salvezza solo i credenti di provenienza giudaica, i circoncisi; chi avesse voluto aderire alla fede cristiana, ma non proveniva dal giudaismo, era costretto a farsi circoncidere, e a sottoscrivere la Legge di Mosè e i Profeti: in sostanza, la condizione per credere in Cristo era che si appartenesse al popolo eletto: emerge ancora l'antica convinzione della elezione di un popolo, e di un popolo soltanto. Inoltre, Gesù era un giudeo, un circonciso; e aveva detto: "Io non sono stato mandato che alle pecore perdute della casa d'Israele" (Mt 15,21-28). Dunque, la scelta di annunciare il Vangelo ai Giudei risaliva alla persona di Gesù. In effetti, il ragionamento non fa una piega.

Tuttavia il Vangelo riporta anche queste parole del Signore:"Ho altre pecore che non sono di questo ovile; anche quelle devo raccogliere ed esse ascolteranno la mia voce, e vi sarà un solo gregge e un solo pastore" (Gv 10,16). Senza dubbio, questa dichiarazione del Maestro di Nazareth allude ad una salvezza universale, ad una banchetto di unità e di pace al quale tutti sono invitati, circoncisi e non circoncisi.

San Paolo, nonostante fosse un giudeo, anzi, un giudeo tra i più radicali e intransigenti, era convinto che il Vangelo dovesse varcare i confini della sua religione, per raggiungere tutti gli uomini di buona volontà.

La Chiesa nascente non prese immediatamente coscienza della sua ‘missio ad gentes'. La vicenda raccontata nella prima lettura di oggi testimonia un progresso, un'autentica rivoluzione copernicana, vera e propria conversione nel cammino della prima comunità cristiana: ma non sarà Pietro, bensì Paolo, ripeto, a superare i confini del giudaismo.

Il battesimo nel nome di Gesù Cristo era in uso nella chiesa primitiva, quando la riflessione teologica non aveva ancora preso pienamente coscienza della relazione tra le tre Persone della Trinità: la celebre finale del Vangelo di Matteo: "Andate e ammaestrate tutte le genti, battezzandole nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo" (28,19) costituisce un caso unico nello stesso Nuovo Testamento, che conosce solo la formula Cristologica (cfr. At 2,38; 8,16; 19,5; Rm 6,3; Gal 3,27).

Ci fu un tempo in cui la formula Cristologica conviveva con quella trinitaria: la chiave della doppia formula è ravvisata nel contesto dell'ambiente giudeocristiano originario e della successiva missione paganocristiana, a cui ho fatto riferimento sopra. La formula Cristologica, era commisurata alla conversione di un giudeo a Gesù: la grande sfida per i Giudei era infatti riconoscere, quale atteso Messia, la persona di Gesù Cristo; con il passaggio alla missione ai pagani, la formula diviene trinitaria: per pagani la conversione consisteva nell'abbandonare gli idoli falsi delle fedi politeiste, per aderire al vero Dio Uno e Trino.

Venendo al Vangelo, vi confesso che mi ha sempre sorpreso questa celebrazione dell'amicizia, come icona dell'amore perfetto: nell'Antico Testamento, il rapporto tra Dio e il suo popolo era simboleggiato dalla similitudine del matrimonio, dalla relazione padre-figlio, madre-figlio, o anche signore-servo.

Arriva Gesù e dichiara che non ci chiama più servi, ma amici.

L'amicizia rende pari, l'amicizia stabilisce una simmetria tra le due parti. Esiste un codice di comportamento tra gli amici e per gli amici? la risposta è Sì!

C'è molta confusione, specie tra i giovani, su che cosa è l'amicizia, sulle responsabilità dell'amico, nei confronti dell'amico...

Lascio la parola al miglior teologo dell'amicizia della tradizione medievale cristiana, Aelredo di Rievaulx (1110-1167); nel suo trattato "l'Amicizia Spirituale" leggiamo: "L'amico è come un custode dell'amore, o, come ha detto qualcuno, un custode dell'animo stesso, poiché l'amico, come lo intendo io, deve essere il custode dell'amore vicendevole, o meglio, del mio stesso animo: deve conservare in un silenzio fedele tutti i segreti del mio animo; curare e tollerare, secondo le sue forze, quanto vi trova di imperfetto; gioire quando l'amico gioisce; soffrire quando soffre, sentire come proprio tutto ciò che è dell'amico. L'amicizia dunque è quella virtù che lega gli animi in un patto così forte di amore e di dolcezza, che quelli che prima erano due ora sono uno.".
...E poi, dare la vita!

Proviamo a pensare ai nostri amici, al rapporto che abbiamo con loro: alla luce della nostra esperienza, siamo d'accordo con quello che scrive il famoso monaco cistercense di Rievaulx? saremmo disposti a dare la vita come insegna Gesù?

In verità, più che riflettere sulle nostre amicizie, questa domenica Cristo ci chiede di riflettere sulla nostra amicizia con Lui: è Lui l'amico e noi siamo chiamati a diventare amici suoi. È Lui che ha dato la vita per noi e ci chiede di dare anche noi la vita per Lui; quella vita che Simon Pietro credeva di poter dare per il Signore, pochi istanti prima del rinnegamento (cfr. Gv 13,36); quell'amore che lo stesso Pietro credeva di nutrire per il Signore, che lo chiamava, invece, ad un altro amore (cfr. Gv 21,15).

Vorrei credere anch'io che tutti noi saremmo disposti a dare la vita per il Signore... Tuttavia temo che anche noi siamo un po' come san Pietro: in linea di principio, nessun dubbio, tutti disponibili a morire per Cristo, se necessario. Ma quando dal piano dei principi si passa a quello della realtà, beh... le cose si complicano e la volontà non è più così pronta; o, come dice il Vangelo: "lo spirito è forte, ma la carne è debole!".

Concludo allo stesso modo con cui si conclude il Vangelo, un po' a sorpresa, per la verità: "...perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda.": apparentemente la dichiarazione del Signore non sequitur, non consegue all'insegnamento sulla vite e i tralci.

A meno che la preghiera al Padre nel nome di Cristo non sia proprio quella relazione stretta con Gesù, come lo sono i tralci alla vite: rimanere in Lui significa mantenere il contatto; e l'unico modo per mantenere il contatto con Cristo è rivolgersi a Lui nella preghiera, in tute le sue forme, individuale, personale e comunitaria, quella liturgica, quella che stiamo vivendo in questo preciso istante.

Fonte:www.qumran2.net

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