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FIGLIE DELLA CHIESA, Lectio XIII Domenica del Tempo Ordinario

XIII Domenica del Tempo Ordinario
 Lun, 25 Giu 18  Lectio Divina - Anno B

Il brano del Vangelo di Marco che la Liturgia offre alla nostra contemplazione presenta il Signore Gesù tutto proteso a dare pienezza di vita per chi si accosta a Lui con fede e riconosce in Lui la forza di Dio.
La vittoria sulla morte, terribile incognita che incombe sull’uomo e blocca brutalmente il suo bisogno di immortalità, è anche al centro della prima lettura; il libro della Sapienza assicura che tutto ciò che Dio ha creato è finalizzato alla vita, alla gioia, alla completezza; la sua bontà si espande su tutte le cose e in particolare sull’uomo, che è incamminato all’incorruttibilità in quanto fatto a immagine di Dio.
Anche il brano del Salmo che siamo invitati a cantare celebra la piena liberazione che Dio opera per i suoi fedeli; Egli che risolleva dalla morte e dagli inferi dona la capacità di lodare Dio per sempre, trasformando le lacrime in gioia e il lamento in danza.
E perfino l’esortazione di Paolo nella seconda lettera ai Corinzi perché siano generosi nella colletta a favore dei fratelli bisognosi può essere vista come un dono di vita che le Comunità si offrono reciprocamente; con il sostegno materiale si promuove una crescita spirituale che si riversa sui donatori secondo i criteri della munificenza e gratuità di Dio, che vuole provvedere a tutti i suoi figli con la loro generosa collaborazione.

v.21 Essendo passato di nuovo Gesù all'altra riva, gli si radunò attorno molta folla, ed egli stava lungo il mare. Gesù con i suoi è appena tornato dalla regione dei Gadareni, nella zona della Decapoli, dove ha liberato un uomo da una legione di demoni. Sulla sponda occidentale del “suo” mare, il Lago di Tiberiade, dove Egli aveva già iniziato la sua missione di predicatore e guaritore, subito si raduna la folla desiderosa di stare con Lui e di ascoltarlo.

vv.22 – 23 Si recò da lui uno dei capi della sinagoga, di nome Giàiro, il quale, vedutolo, gli si gettò ai piedi e lo pregava con insistenza: «La mia figlioletta è agli estremi; vieni a imporle le mani perché sia guarita e viva». Tra la folla vediamo farsi avanti un uomo degno di particolare riguardo sia dal punto di vista sociale che religioso, in quanto responsabile della Sinagoga del luogo. Egli porta un nome colmo di speranza: secondo alcuni infatti Giairo significa “risplenda la divinità”, oppure “egli risusciterà”. In realtà, qui si presenta come un povero padre distrutto dal dolore, perché vede la sua creatura già preda della morte e si trova impotente a darle qualsiasi forma di aiuto. Per questo si prostra umilmente ai piedi di Gesù e lo supplica con insistenza. Certamente qualcuno gli ha riferito o lui stesso ha visto il gesto di quel rabbì che non ha paura di rendersi impuro toccando con le sue mani le ferite del corpo e dello spirito degli innumerevoli ammalati che gli sono stati presentati; per questo gli chiede che con di ridonare salute e vita alla figlioletta.

v.24 Gesù andò con lui. Molta folla lo seguiva e gli si stringeva intorno. Il Signore mostra la sua sensibilità e condiscendenza mettendosi subito in cammino con Giairo, senza spazientirsi della grande folla che vuole accompagnarli e che si accalca intorno a loro… Un affollamento che può anche favorire l’anonimato, dove nella confusione è difficile individuare una persona… E’ questo precisamente il pensiero della donna anonima che Marco fa intervenire in questo tratto di strada…

vv.25 – 28 Or una donna, che da dodici anni era affetta da emorragia e aveva molto sofferto per opera di molti medici, spendendo tutti i suoi averi senza nessun vantaggio, anzi peggiorando, udito parlare di Gesù, venne tra la folla, alle sue spalle, e gli toccò il mantello. Diceva infatti: «Se riuscirò anche solo a toccare il suo mantello, sarò guarita». La malattia che da ben 12 anni affligge questa donna non le causa soltanto sofferenza fisica: la pone in uno stato di costante impurità legale, che si riverbera anche su coloro che vengono in contatto con lei (cfr. Lv 15, 25-27); è socialmente emarginata e pesa su di lei la convinzione comune che tale malattia sia conseguenza di una colpa… Perdere sangue è perdere vita, e lei si sente sempre più prigioniera della spirale di morte che la circonda e dalla quale nessun medico né il suo denaro hanno potuto strapparla. Perciò, desiderosa di restare nell’assoluto anonimato, si fa audace; una fede immensa nella potenza di guarigione del rabbì di Nazareth la spinge a osare ciò che le sarebbe proibito e decide di farlo con la massima discrezione possibile: toccherà soltanto il lembo del mantello!

vv.29 – 30 E subito le si fermò il flusso di sangue, e sentì nel suo corpo che era stata guarita da quel male. Ma subito Gesù, avvertita la potenza che era uscita da lui, si voltò alla folla dicendo: «Chi mi ha toccato il mantello?». La risposta alla grande fede della donna è immediata; in un istante si sente liberata da quell’infermità umiliante ed è pronta a sparire… Ma subito Gesù, consapevole del dono che ha fatto, pone la domanda che inquieta i suoi discepoli e sembra ai loro occhi un’assurda pretesa.

v.31 I discepoli gli dissero: «Tu vedi la folla che ti si stringe attorno e dici: Chi mi ha toccato?». I seguaci di Gesù ci somigliano molto; la domanda con cui rispondono all’interrogazione del Maestro è più che giustificata logicamente: pressato dalla gente, immerso nella calca… come può pensare di non essere toccato?

v.32 Egli intanto guardava intorno, per vedere colei che aveva fatto questo. Gesù sa ciò che chiede, è sicuro che una persona ha strappato da lui un miracolo; si guarda intorno cercando quel volto; uno sguardo di ricerca amorevole e penetrante, che non può essere ignorato e che attende una risposta.

v.33 E la donna impaurita e tremante, sapendo ciò che le era accaduto, venne, gli si gettò davanti e gli disse tutta la verità. La donna che voleva “scomparire” è piena di paura e trema: ciò che ha fatto potrebbe essere un ulteriore aggravamento della sua situazione; come ha potuto osare di coinvolgere nella sua impurità un rabbì? Cosa le potrà accadere? Per questo si prostra ai suoi piedi mentre gli racconta la sua vicenda e la sua ansia di vita.

v.34 Gesù rispose: «Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va’ in pace e sii guarita dal tuo male». La risposta di Gesù è un inno alla fede: alla donna anonima la salvezza è venuta da questa sua fiducia incrollabile e Gesù la chiama con il dolce nome di figlia, regalandole oltre alla guarigione fisica il dono della sua pace.

v.35 Mentre ancora parlava, dalla casa del capo della sinagoga vennero a dirgli: «Tua figlia è morta. Perché disturbi ancora il Maestro?». Il lieto fine per la donna sembra foriero di un dramma irreversibile per Giairo. Forse istanti preziosi sono stati consumati… e intanto la vita è sfuggita dal corpo della sua piccola. Per coloro che gli portano la notizia, tutto è finito e non è proprio il caso di incomodare nessuno.

vv.36 – 37 Ma Gesù, udito quanto dicevano, disse al capo della sinagoga: «Non temere, continua solo ad aver fede!». E non permise a nessuno di seguirlo fuorché a Pietro, Giacomo e Giovanni, fratello di Giacomo. L’invito di Gesù a Giairo a non perdere la fiducia ribadisce la centralità della fede nel rapporto con Lui; infatti davanti alla notizia letale appena ricevuta la disperazione poteva aver fatto già capolino nel cuore di quel padre, che si appoggia ora alla volontà del Maestro di proseguire verso la sua casa.
Anche il congedo della folla e la scelta dei tre apostoli che accompagneranno il Signore nella gloriosa trasfigurazione e nella misteriosa agonia nel Getsemani mostra la volontà di Gesù di agire: nella discrezione, però con testimoni qualificati.

v.38 Giunsero alla casa del capo della sinagoga ed egli vide trambusto e gente che piangeva e urlava. Il primo approccio alla casa mostra subito che i riti del lutto sono già incominciati; secondo l’uso orientale che prevedeva lamenti, urla, nenie funebri si percepiva una grande partecipazione a una sofferenza che è tanto più profonda davanti a una ragazzina alla quale venia strappato il futuro.

vv.39 – 40 Entrato, disse loro: «Perché fate tanto strepito e piangete? La bambina non è morta, ma dorme». Ed essi lo deridevano. Ma egli, cacciati tutti fuori, prese con sé il padre e la madre della fanciulla e quelli che erano con lui, ed entrò dove era la bambina. Gesù afferma qui la verità che riguarda ogni uomo; certo, la morte ghermisce il corpo, tuttavia essa si può giustamente definire un sonno tranquillo, in attesa del risveglio alla vita eterna. Non si spaventa se la sua affermazione suscita derisione, anzi mettere a tacere quelle manifestazioni scomposte di dolore e allontana con severità tutti gli estranei.

v.41-42 Presa la mano della bambina, le disse: «Talità kum», che significa: «Fanciulla, io ti dico, alzati!». Subito la fanciulla si alzò e si mise a camminare; aveva dodici anni. Essi furono presi da grande stupore. La parola di risurrezione che Gesù pronuncia, tenendo la mano dell’adolescente, è un’eco preziosa della sua lingua materna: è tempo di stare in piedi, di mettersi nella posizione della vigilanza e della lode, di intraprendere un nuovo percorso di vita; a dodici anni deve iniziare un cammino di responsabilità e libertà. E tutto questo desta stupore in tutti i presenti: lo stupore/timore che impregna tutti i racconti della Risurrezione.

Gesù raccomandò loro con insistenza che nessuno venisse a saperlo e ordinò di darle da mangiare. Risulta misteriosa la raccomandazione di Gesù di non far conoscere i particolari dell’accaduto; siamo nel contesto del “segreto messianico” che si potrà sciogliere soltanto quando a sua volta Egli vivrà l’esperienza della risurrezione che qui anticipa per una piccola figlia del suo popolo.

Fonte:figliedellachiesa.org

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