ARCHIVIO PER RICERCHE N. OMELIE 16200

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Padre Paolo Berti,“Io sono il pane della vita...”

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XVIII Domenica del T. O.   
Gv 6,24-35  
“Io sono il pane della vita...”

Omelia 

La mormorazione e lo scontento di fronte a Dio e di fronte alle guide della Chiesa sono un danno che non deve mai esserci.
Israele nel deserto mormorava, sognava l'abbondanza lasciata in Egitto, dimenticando di essere stato schiavo in Egitto. Israele aveva vissuto all'egiziana, anche se non fino al punto da giungere a rinunciare alla propria identità religiosa ricevuta da Abramo. Israele stava ormai per cedere di fronte al fascino del potere del faraone, quando Mosè gli diede una speranza di vittoria, di autonomia dal faraone. Ma, ecco, nel deserto, molti di Israele cominciarono a mormorare: “Fossimo morti per mano del Signore nel paese d'Egitto, quando eravamo seduti presso la pentola della carne...”. I mormoratori volevano la libertà senza fatica; una libertà che avrebbero voluto che si risolvesse subito in benessere e non nella sottrazione alla pressione idolatrica dell'Egitto. Mosè, quando presentò al faraone il comando di Dio di compiere sacrifici nel deserto, affermò l'identità religiosa di Israele contro gli dei d'Egitto: la libertà data dall'esodo non fu tanto la sottrazione da una schiavitù penosa, quanto la libertà di potere esercitare il proprio culto a Dio.
Ma ecco, avevano seguito Mosè per un immediato benessere e quando si trovarono di fronte alle prime difficoltà si diedero per delusi, per traditi da Dio. L'uomo privo di luce non vuole difficoltà, vuole benessere, benessere terreno, benessere della carne. Quanti seguivano Gesù per l'attaccamento al benessere? Tanti e Gesù dovette dire: “In verità, in verità vi dico: voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati”. Proprio lo stesso che accadde a Mosè; tanti l'avevano seguito per una speranza di benessere, ma non di piena fiducia in Dio. Così, quando videro deluse le loro aspettative, mormorarono contro Dio e contro Mosé.
Un processo di liberazione deve includere la liberazione dall'attaccamento al benessere; deve includere l'accettazione del sacrificio, del disagio. La liberazione ha un costo. Poi la gioia di avere Dio, di obbedire a lui, di essere sulla strada magnifica che conduce alla terra promessa di un'intima unione con Dio. Israele non doveva temere: la manna sarebbe discesa, le quaglie sarebbero piovute dal cielo, l'acqua sarebbe sgorgata. Non doveva pensare che colui che aveva fiaccato l'Egitto con grandi interventi non avrebbe poi sostenuto il suo popolo. Un processo di liberazione è un cammino segnato dalla fede. Ed è la fede in Dio l'inizio della liberazione. La liberazione dall'oppressione dei potenti, la liberazione dalla fame, vengono dopo la liberazione dal peccato, e la liberazione dal peccato viene con la fede viva, cioè quella che opera mediante l'amore obbedendo al Vangelo.
Prima della dolce intimità con Dio c'è un cammino di purificazione da percorrere, che il libro del Siracide presenta con termini che ricordano il cammino di difficoltà di Israele nel deserto (4,17): “Dapprima lo condurrà per vie tortuose, gli incuterà timore e paura, lo tormenterà con la sua disciplina, finché possa fidarsi di lui, e lo abbia provato con in suoi decreti; ma poi lo ricondurrà su una via diritta e lo allieterà, gli manifesterà i propri segreti”.
Chi lascia il mondo - il persistente Egitto e la persistente Babilonia - deve essere pronto a fare un esodo coraggioso. Deve essere pronto a rivedere i suoi rapporti con le persone con le quali prima solidarizzava nel peccato; deve saper vincere l'inclinazione al piacere, deve essere pronto ad accogliere quel popolo, la Chiesa, che lo ha invitato a Dio, e a sé, e lo ha accolto perché diventasse uno con tutti in essa. Due che si accolgono si abbracciano in segno di unità. Colui che lascia il mondo abbraccia la Chiesa, e da essa è abbracciato.
Forse non è distante il tempo in cui l'Egitto e la Babilonia di oggi, dopo averci avvolti con le loro seduzioni, premeranno su di noi con un attacco frontale, così come avvenne in Egitto ad Israele, messo sotto l'oppressione del faraone. Allora dobbiamo essere pronti a lasciare prima le seduzioni dell'Egitto e le seduzioni di Babilonia, poi a sostenere le persecuzioni dell'Egitto e di Babilonia, e ciò addentrandoci nel deserto, cioè nel silenzio orante, nella penitenza; uniti attorno alla mensa del Pane disceso dal cielo.
Israele andò nel deserto per offrire sacrifici a Dio; noi dobbiamo andare nel deserto per un culto Eucaristico vivo, ardente (Cf. Ap 12,14).
San Paolo ci invita a non comportarci più come i pagani, cioè ci invita ad un esodo dalla pressione pagana, oggi ben più raffinata di allora nella sua forza seduttrice e intimidatoria. E' l'invito della possente voce di Dio dal cielo (Ap 18,4): “Uscite, popolo mio, da Babilonia per non associarvi ai suoi peccati”. Dobbiamo, fratelli e sorelle, uscire dalla Babilonia, dall'Egitto di questo primo scorcio del terzo millennio; uscire senza uscire; uscire per rimanere luce e sale del mondo.
San Paolo ci esplicita: “Voi siete stati istruiti, secondo la verità che è in Gesù, ad abbandonare, l’uomo vecchio che si corrompe secondo le passioni ingannevoli, a rinnovarvi nello spirito della vostra mente e a rivestire l’uomo nuovo, creato secondo Dio nella giustizia e nella vera santità”. Non dobbiamo seguire Gesù perché vogliamo essere saziati di beni terreni. Così fraintendiamo Cristo. Lui ci parla del Pane di vita, di Pane dal cielo, e noi insistiamo ottusamente: “Signore, dacci sempre questo pane”.
Il Signore ci dà il pane del sostentamento del corpo: glielo chiediamo nel Padre Nostro; ma ci dà un Pane che sostiene l'anima, la mantiene in vita nella carità.
“Il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno prima ancora che gliele chiediate”, dice Gesù (Mt 6,8). Quali cose intende qui Gesù? Le cose terrene, per le quali addirittura moltiplichiamo le parole, come i pagani, quasi che Dio debba essere informato o sia privo di udito, come è privo di udito un idolo. Queste cose Dio ce le dona se cerchiamo lui, se amiamo lui (Mt 6,32-33): “Di tutte queste cose vanno in cerca i pagani. Il Padre vostro celeste, infatti, sa che ne avete bisogno. Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta”. Dio sa di che cosa abbiamo principalmente bisogno: abbiamo bisogno di comunione con lui, di essere suo regno mediante l'osservanza del Vangelo. Non può darci questo se non lo desideriamo. Noi troppo spesso vogliamo sì le cose materiali, ma non vogliamo lui. Proprio come quelli che seguivano Gesù perché si erano saziati. Proprio come quelli che quando incontrano difficoltà lasciano di seguire il Signore. “Dacci sempre questo pane”, dissero; del tutto similmente alla Samaritana presa dalle cose della terra, dei sensi (Gv 4,15): “Dammi di quest'acqua, perché io non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua”. Similmente a Nicodemo che ironizzando le parole di Gesù dimostrava di avere uno sguardo fermo all'orizzonte della terra (Gv 3,4): “Come può nascere un uomo quando è vecchio? Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere?”. Noi, fratelli e sorelle, dobbiamo volere lui, desiderare lui. Di lui abbiamo bisogno, perché siamo stati creati per lui. In questo desiderio di lui sta la preghiera, nell'amare gli altri in lui sta la preghiera.
Ma certo noi, fratelli e sorelle, oltre la gola per le cose materiali, corriamo il rischio di avere la gola per le cose della vita spirituale: gola di sentire, di vedere, di gustare. Troppo spesso dimostriamo di amare piuttosto le consolazioni di Dio, che il Dio delle consolazioni, cosicché, se non le abbiamo, rallentiamo delusi il pregare, credendoci abbandonati da Dio, quando invece, nell'aridità, siamo più che mai invitati da lui ad amare lui. Momenti di aridità, momenti di prova come per Israele l'assenza di cibo e di acqua nel deserto; momenti di aridità che non devono trovarci deboli e pronti a tornare indietro, ai livelli più bassi, desiderosi di sentire, di gustare, di vedere, ma che ci devono trovare pronti a procedere, sapendo che prossima è la terra promessa di un'autentica devozione a Dio, e anche non distante la meta eterna. Amen. Ave Maria. Vieni, Signore Gesù.

Fonte:http://www.perfettaletizia.it

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