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don Enzo Pacini, "Se i «nostri valori» sono solo una bandiera"

Se i «nostri valori» sono solo una bandiera
Domenica 2 settembre - XXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO. «Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini»

29/08/2018 di Enzo Pacini Cappellano del carcere di Prato
Riprende con questa domenica la lettura progressiva del Vangelo di Marco che ci presenta un argomento di una certa complessità, ovvero il rapporto di Gesù Cristo con la legge di Dio e le sue interpretazioni.

I Vangeli ci presentano il Cristo come colui che compie le esigenza più profonde della legge divina, non un semplice battitore libero dall’impostazione anarchica (cf. Mt 5,17), ciononostante nascono frizioni non da poco con le autorità religiose: le guarigioni operate di sabato (cf. Gv 9,16), come pure l’inosservanza di alcune norme, come nel vangelo di oggi (Mc 7,1-23), gli otterranno una vera e propria maledizione scagliata dai capi (cf. Gv 7,49) e perfino i primi annunciatori, come Stefano, dovranno scontrarsi contro la convinzione che Cristo sia venuto a sovvertire i costumi di Mosè (cf. At 6,14).

Sarebbe però abbastanza superficiale limitarsi a considerare tutto ciò solo come il richiamo ad un’osservanza che coinvolga tutto il proprio essere in contrapposizione al legalismo farisaico. In realtà quando si parla di legge, di ogni legge, questo rischio è sempre dietro l’angolo, non necessariamente per malafede o superficialità.

Nell’esperienza umana tutti i valori più profondi ed elevati richiedono una traduzione pratica, così come qualsiasi legge necessita di decreti attuativi perché non rimanga astratta, ma proprio lì si annida il rischio dell’inaridimento nei mille rivoli della casistica e la legge di Dio non fa differenza: il rischio della sua atomizzazione in comportamenti prefissati e controllabili tipici del legalismo non è una prerogativa del mondo ebraico, anche il Vangelo, nel corso dei secoli, ha corso più di una volta questo rischio, quando si è trasformato in codice, in tradizioni anche venerande, ma che hanno finito per assorbirne la novità, riducendolo a semplice «tradizione degli antichi», con quasi più nessuno slancio di novità.

Ogni legge si scontra con la difficoltà di offrire modelli di traduzione dei grandi valori nelle situazioni, è perciò necessario un centro di elaborazione che potremmo chiamare con vari nomi, coscienza, dialogo, confronto, ricerca del bene comune, ascolto. Se questo centro nodale dalle molteplici sfaccettature viene a mancare, la legge si svuota e diviene un ostacolo al valore che dovrebbe veicolare. Da questo punto di vista la ricerca di regole sempre più dettagliate per far fronte all’emergere di problemi diversi, tipica del nostro tempo, rischia di non portare a nulla se manca il centro della riflessione personale e comunitaria, la dialettica e il confronto. La proliferazione di leggi, leggine e regolamenti, a volte scaturita dal tentativo di evitare la difficoltà di questo confronto rischia di produrre effetti opposti a quelli auspicati.

La difficoltà anche nella Chiesa di riflettere su temi scottanti, su cambiamenti epocali e profondi, fino alle accuse di infedeltà alla tradizione rivolte allo stesso vescovo di Roma tacciato da alcuni di eccessive aperture, manifesta la fatica ad aprirsi a una ricerca feconda che vada al di là della riproposta di formule rassicuranti ma in realtà svuotate di significato.

E la stessa ansia di ribadire l’importanza di simboli identitari forti anche religiosi, i «nostri valori» spesso sbandierati, può distogliere da quell’attenzione all’orfano e alla vedova che per l’apostolo Giacomo è l’essenza di una religione pura e senza macchia (cf. Gc 1, 17-27; 2a lettura).

*Cappellano del carcere di Prato

Fonte:www.toscanaoggi.it

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