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DON Tonino Lasconi, "Non un surrogato ma vero cibo"

XX Domenica del Tempo Ordinario - Anno B - 2018

I Giudei non riuscivano a capire come Gesù potesse essere vero cibo e vera bevanda. Noi corriamo lo stesso rischio di non capire di fronte all'Eucaristia, alla Messa.

«Come può costui darci la sua carne da mangiare?», discutono "aspramente" tra di loro i Giudei, mentre aumentano la loro delusione e il loro sconcerto. Gesù non attenua il suo discorso. Al contrario, accentua sempre di più il peso delle sue parole: «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell'ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda».
Poveri Giudei! Ad accettare che la sua carne e il suo sangue fossero per la vita eterna ci potevano anche arrivare, tanto cosa è mai questa vita eterna e vai a sapere se ci sarà davvero, ma che la sua carne fosse vero cibo e il suo sangue vera bevanda a questo proprio non ci potevano arrivare.

Non commiseriamo i Giudei prima di essere sicuri di non dovere commiserare noi stessi. Infatti, crediamo davvero che la sua carne è vero cibo e il suo sangue è vera bevanda? Cioè, siamo proprio sicuri di credere che la Messa è vero cibo e vera bevanda? È facile rispondere di sì, ma se guardiamo attentamente la realtà non è sempre così evidente che quello che celebriamo sia la cena nella quale il Signore ci si dona come vero cibo e vera bevanda. Senza considerare che le celebrazioni eucaristiche richiamano sempre più l'immagine di gente che si è ritrovata lì per caso: pare infatti che l'unica cosa che le unisce sia il tetto dell'edificio, per il resto ognuno per conto suo... altro che celebrazioni belle, vivaci, partecipate! C'è in queste persone la consapevolezza che si sta lì per ricevere il Corpo e il Sangue di Gesù, vero cibo e vera bevanda, oppure i motivi che uniscono sono altri? È una domanda che ci dobbiamo porre con sincerità e profondità. Il pericolo è sempre in agguato.

C'è un'altra affermazione di Gesù che merita il nostro approfondimento: «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell'ultimo giorno». Potremmo pensare che sì, la carne e il sangue di Gesù sono vero cibo e vera bevanda, ma per la vita eterna, per dopo, per entrare in Paradiso... non per la nostra vita di ogni giorno. Perché per quaggiù, per oggi, ci vogliono pane e companatico. In fondo è quello che afferma Gesù: «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell'ultimo giorno». Risusciterà nell'ultimo giorno chi si nutre del suo corpo e del suo sangue. "Nell'ultimo giorno", non adesso.
Intendere le parole di Gesù in questo senso "spirituale" sarebbe annullare il significato e l'importanza del dono. La carne e il sangue di Gesù sono vero cibo per lo spirito, ma non nel senso che intendiamo noi, cioè per le cose spirituali, ma per lo Spirito, quello di cui san Paolo ci invita a essere ricolmi per una vita "non da stolti ma da saggi".

«Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui». È straordinario! La carne e il sangue di Gesù, cioè l'Eucaristia, la Messa, diventano corpo e sangue nostro. Non sono un flash di Gesù dentro di noi, ma una identificazione con noi. A noi, "gente di poca fede" queste parole sembrano incredibili e un po' ci spaventano anche. Non la pensavano e non la pensano così i grandi cristiani che facevano e fanno della Messa il centro della propria vita.

Ma come può Gesù "rimanere" in noi, nella nostra piccola vita, fatta di cose così semplici, ripetitive, stancanti, banali? Portare in tutte le cose della nostra semplice vita i sentimenti, gli atteggiamenti, i comportamenti di Gesù, non come un peso, ma "cantando e inneggiando al Signore, rendendo continuamente grazie per ogni cosa a Dio Padre, nel nome del Signore nostro Gesù Cristo" è vivere con Gesù. È vivere come Gesù. È vivere con la forza della sua carne, vero cibo, e del suo sangue, vera bevanda.

Fonte:http://www.paoline.it/blog