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Mons. Francesco Follo, "Mangiare il Pane del Cielo per essere capaci di amare come siamo amati"

Mangiare il Pane del Cielo per essere capaci di amare come siamo amati

Domenica XX del Tempo Ordinario – Anno B – 19 agosto 2018
Rito Romano
Pr 9,1-6; Sal 33; Ef 5,15-20; Gv 6,51-58


Rito Ambrosiano
2Cr 36,17c-23; Sal 105; Rm 10,16-20; Lc 7,1b-10
XIII Domenica dopo Pentecoste


Il pane del cielo da mangiare e da condividere.
In questa XX domenica del Tempo Ordinario la liturgia ci fa leggere ancora il Vangelo di San Giovanni, proponendo la continuazione del capitolo 6°, che è tutto centrato sull’Eucaristia. Nelle domeniche precedenti abbiamo contemplato il dono del pane, che Gesù fa sulla riva del lago di Tiberiade, dove la gente è saziata e ne avanzano dodici ceste piene. In tal modo, abbiamo visto che la gente cerca il Messia perché vuole del pane e che Cristo spiega che l’importante non è il pane della terra. Il pane vero che Cristo vuol dare è Lui stesso, Pane del Cielo che ci mette in comunione col Padre e con i fratelli.
Questo pane dà la vita eterna. Esso è la vita eterna, che è il dimorare in Dio, in pace e gioia. Anche quest’oggi Cristo dice: “Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo … Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno” (Gv 6, 51.58).
Con queste affermazioni, Gesù giunge al cuore del suo insegnamento sul pane di vita e rivela che chi ha fede in Lui, il Messia inviato dal Padre, non solo professa la fede in lui, ma se ne nutre ed ha la vita per sempre.
Lungo la storia, più o meno recente, ci sono stati “esperti” che hanno insegnato che Gesù pensava solamente in termini simbolici e che non si trattava del vero suo corpo, ma solo del pane che simboleggiava il suo corpo. Si tratta di un’interpretazione sbagliata. Gesù parla molto chiaramente ed usa il verbo “mangiare”, lo stesso verbo che è usato un pranzo terrestre.
Sentendo Cristo parlare così e che avrebbero dovuto mangiarne il corpo, i suoi sono rimasti perplessi, e non solo loro... Si sono quasi scandalizzati. Probabilmente anche noi ci saremmo scandalizzati, se non avessimo l’esperienza di Cristo risorto, con il suo vero corpo, risorto e il Magistero della Chiesa che costantemente ci ripropone questo insegnamento di Cristo.
Grazie alla liturgia di questa Domenica, il Signore anche oggi ci manifesta il suo antico ma mai spento desiderio di abitare in mezzo agli uomini che Lui ama, e di farsi vero cibo, celeste ma non meno vero e reale di quello terreno. Gesù non è come la manna del deserto, Lui è la vera manna del cielo per il cammino verso la pienezza della vita, che possiamo trovare unicamente in Lui.
A questo punto, viene da chiedersi: “Quali sono le condizioni necessarie per mangiare questo pane pieno di vita ?”. La prima è di coltivare in noi la fame di Dio. Solamente chi non soffoca il desiderio di Dio può rispondere all’invito al banchetto celeste ed essere sfamato da Dio. La seconda è quella di avere un cuore contrito, che mendichi la vita e il cibo che l’alimenta, domandando perdono per averla cercata lontano da Lui e di aver cercato di soddisfare la fame di infinito riempiendoci con infinite cose.
Preghiamo il Signore che con l’Eucaristia ci renda capaci di condurre un’esistenza, nella quale siamo sempre testimoni della verità delle sue parole, e di vivere in lui, per lui, a causa di lui. Preghiamo, infine, perché insieme con tutti i cristiani sappiamo ricevere Gesù non solo nel pane eucaristico, ma anche nel malato, nel bisognoso, nel povero, nel sofferente e in tutti i fratelli e sorelle in umanità.

Parole che fanno discutere. Perché?
La scena che il Vangelo di oggi descrive è drammatica. La reazione degli ascoltatori delle parole di Gesù che vuole donarsi è quella di discutere aspramente fra di loro. I presenti litigano tra di loro ma in fondo è a Cristo ed alle sue parole che si oppongono. Esiste per i Giudei che ascoltano Cristo nella sinagoga di Cafarnao una barriera invalicabile, ed è proprio la carne di Gesù. Credono di conoscerlo, lo hanno visto crescere, sanno tutto della sua famiglia. Gesù di Nazareth ha una storia esattamente uguale alla loro. Uno come loro non può salvarli, il corpo di Cristo carne è carne come la loro, non può dare la vita. I loro occhi, i loro pensieri, i loro cuori si fermano sull'uscio della casa, non possono entrarvi. Restano alla superficie delle cose e non capiscono il dono di Gesù. Certo è un dono che supera ogni umana immaginazione: è il Dono di Se stesso, come cibo della Vita.
E’ un dono che i Giudei non riuscirono a capire, accogliere e ... discutevano animatamente- e noi?
Anche noi facciamo fatica a comprendere come la carne di Cristo possa essere cibo dello spirito. Possiamo capire abbastanza facilmente la straordinarietà di un miracolo, che guarisce il corpo. Possiamo capire anche quella particolare grazia che, attraverso il sacramento della Confessione, ci aiuta a cogliere la grandezza del Cuore di Dio, che dona senza misura la sua misericordia, creando in noi il desiderio della conversione, cancellando le nostre colpe.
Ma “capire” e accettare la frase di Cristo: “Chi mangia la mia carne avrà la vita eterna”, fu duro per i discepoli di allora e per noi, i discepoli di oggi, che altaleniamo tra una Comunione vissuta in modo abitudinario ed una lontananza dalla Messa, perché si prende la scusa di non avere tempo o si pensa che non cambi la nostra vita.
Se il mondo e tanti cristiani non conoscono la verità e la bellezza della vita, è proprio perché non conoscono e non accolgono il Pane della Vita.
Facciamo un esame di coscienza per vedere qual è il posto che l’Eucarestia ha nella nostra vita. In questo Sacramento Gesù svela un mistero stupendo: Lui è cibo di vita vera, che ci porta a vivere per Lui, in Lui, con Lui e con i nostri fratelli amati in Lui. Cristo è pane di vita vera “per mezzo del quale siamo già trasportati e immessi dal flusso rapido del tempo alla sponda dell'eternità” (Paolo VI, 5 giugno 1969) L'Eucarestia non è una semplice devozione, ma Dio stesso che si fa
nostro cibo e nostra bevanda per darci la forza di essere pellegrini nel mondo e camminare nell’esodo della vita,
medicina per curare le ferite della vita e
amico per conversare con noi come ha fatto con i discepoli di Emmaus.
Facciamo diventare le nostre eucaristie un tempo e uno spazio di autenticità e di fede, di bellezza e lode, perché nessuno possa fare a meno di parteciparvi.
Sulle tavole delle nostre case c’è tutto per la vita del corpo, sulla “tavola” del nostro cuore mettiamo il pane necessario per la vita dello spirito: Gesù Cristo. Lui è l’unico Pane che sazia davvero la nostra fame di felicità, di infinito, di eternità, accompagnandoci nel nostro sofferto esistere verso la sola mèta duratura: la Casa del Padre.
Nell’Eucaristia, donando se stesso, il Figlio di Dio dona pace e gioia al “mestiere di vivere” al quale siamo chiamati.
Vivendo come donne eucaristiche, le Vergini consacrate ci ricordano che Cristo Sposo nell’Eucaristia è anzitutto Comunione,
con Lui che è Dio da Dio, Luce da Luce, Amore da Amore, vivo, vero, sostanzialmente e sacramentalmente presente,
con Lui che è Agnello immolato per la nostra salvezza, manna ristoratrice per la vita eterna, amico, fratello e – scusate se lo ripeto - sposo, con il quale dimorare nel cuore del Padre.
Nell’Eucaristia le Vergini consacrate trovano ispirazione ed alimento per la loro totale dedizione a Cristo. Grazie all’Eucaristia possono essere fedeli immagini della Chiesa Sposa e testimoniano che se è vero l’Eucaristia è un grande mistero che la mente non comprende, è altrettanto vero che si può accogliere l’amore che vi risplende, vivendo la vita eucaristicamente cioè come dono del Corpo di Cristo ricevuto, come ringraziamento per essere da Lui amati e come condivisione casta di questo amore.




Lettura Patristica
Narsaj il Lebbroso
Expositio myst.



    Nostro Signore Gesù ci ha lasciati per salire in alto, affinché, al momento del suo ritorno, potesse farci salire con lui nel regno dei cieli. E poiché andava in un luogo troppo lontano perché noi potessimo conoscerlo, volle confortarci con il suo corpo e il suo sangue fino al suo ritorno. E siccome non era possibile che egli desse il suo corpo e il suo sangue alla sua Chiesa, ci ordinò di realizzare questo sacramento con il pane e il vino. Beato il popolo dei cristiani! Quale dono possiede e quale speranza custodisce per sempre nei cieli!

       Infatti, quando giunse l’ora della Passione di colui che dà la vita a tutte le cose, egli mangiò la Pasqua legale con i suoi discepoli. Poi, prese il pane, lo benedisse, lo spezzò e lo dette ai discepoli, dicendo: Questo è il mio corpo in verità, senza alcun dubbio (Lc 22,19 1Co 11,24-25). Quindi, prese il calice, rese grazie, lo benedisse e lo dette agli apostoli, dicendo: Questo è in verità il mio sangue, dato per voi. E ordinò a tutti di prenderlo e di berne, perché fossero rimesse le loro colpe per sempre ().

       "Preghiera di Gesù durante la Cena secondo Teodoro di Mopsuestia"

       È scritto, nel Vangelo pieno di vita, che Egli "rese grazie e benedisse ()". Ma, ciò che disse gli apostoli da lui scelti non ce lo hanno fatto conoscere. Il grande dottore e interprete Teodoro ci ha trasmesso ciò che nostro Signore ha detto prendendo il pane:

       «La tua natura divina, o Signore di tutte le cose, merita ogni gloria, ogni confessione e ogni lode, poiché, in tutte le generazioni, tu hai compiuto e realizzato la tua Economia [disegno di salvezza], come per la vita e la salvezza degli uomini; e quantunque essi si dimostrassero molto ingrati con le loro azioni, tu non hai cessato di soccorrerli con la tua misericordia. E per realizzare la salvezza e la restaurazione di tutti, tu hai preso me che sono della stessa natura di Adamo, e mi hai unito a te. In me si compiranno tutte le promesse e tutte le alleanze, e in me si realizzeranno i misteri e le figure che furono manifestati ai giusti. Perché sono senza macchia e ho adempiuto ogni giustizia, tu, per mio tramite, hai estirpato dall’umanità ogni peccato. E perché muoio senza essere colpevole e senza aver peccato, tu decreti, per mezzo mio, una risurrezione dei corpi per l’intera natura».

       Così il Figlio dell’Altissimo rese grazie a suo Padre e, donando il suo corpo e il suo sangue, pronunciò queste parole: «Questo è il mio corpo che io ho dato per i peccati del mondo, e questo, inoltre, è il mio sangue che ho voluto versare a causa delle offese. Chiunque mangia la mia carne con amore, e beve il mio sangue, vivrà per sempre; egli dimora in me, e io in lui. Fate così in memoria di me, all’interno delle vostre riunioni, e ricevete con fede il mio corpo e il mio sangue. Offrite il pane e il vino come io vi ho insegnato, e io agirò, facendo di essi il corpo e il sangue. Faccio del pane il corpo e del vino il sangue, per la venuta e l’opera dello Spirito Santo».

       Così parlò colui che dà la vita ai mondi, chiamando il pane suo corpo e il vino suo sangue. Non li denominò né simboli e neppure somiglianza, bensì corpo reale e sangue vero. Ed anche se la natura del pane e del vino è incommensurabilmente lontana da lui, tuttavia per il potere e per l’unione, il corpo è uno. Che gli angeli e gli uomini ti rendano grazie senza posa, Signore, Cristo, nostra speranza, che ti sei dato per noi! Per il suo potere, il corpo che i sacerdoti spezzano nella Chiesa, non fa che uno con il corpo che siede nella gloria alla destra del Padre. E così come il Dio di tutte le cose è unito alle «primizie» della nostra specie, del pari il Cristo è unito al pane e al vino che sono sull’altare. Ecco perché il pane è realmente il corpo di nostro Signore, e il vino, in senso proprio e vero, il suo sangue. Così ordinò a coloro che vi sono ammessi, di mangiare il suo corpo, e consigliò ai suoi fedeli di bere il suo sangue.

       Beato chi crede in lui e chi si fida della sua parola, poiché, se è morto, vivrà, se è vivo, non morirà per aver peccato!

       Gli apostoli adottarono con diligenza il comando del loro Signore, e lo trasmisero con cura a coloro che vennero dopo di loro. Esso è stato presente fino ad oggi nella Chiesa, e sarà conservato fino a quando Cristo stesso non abolisca il suo sacramento con la sua apparizione e la sua manifestazione.

       A tal fine, il sacerdote rende grazie davanti a Dio ed eleva la sua voce al termine della sua preghiera, per far sì che il popolo la senta. Fa sentire la sua voce e con la mano segna le offerte deposte sull’altare, e il popolo esprime il proprio assenso, dicendo: Amen!, approvando in tal modo la preghiera del sacerdote.

Fonte:http://francescofolloit.blogspot.com/