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p. José María CASTILLO, "LA MIA CARNE E’ VERO CIBO E IL MIO SANGUE VERA BEVANDA"

XX TEMPO ORDINARIO – 19 agosto 2018 - Commento al Vangelo
LA MIA CARNE E’ VERO CIBO E IL MIO SANGUE VERA BEVANDA

di p. José María CASTILLO

Gv 6, 51-58
[In quel tempo,] Gesù disse alla folla: «Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».
Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?». Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell'uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell'ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda.
Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me.
Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».
Queste parole di Gesù, che secondo la linea del vangelo di Giovanni spiegano il significato dell’eucaristia, dicono varie cose: 1) Che nell’eucaristia è presente lo stesso Gesù, la sua carne ed il suo sangue; 2) Che questa presenza è legata al pane ed al vino; 3) Che questo pane e questo vino sono vero cibo e vera bevanda; 4) Che questo cibo e questa bevanda danno vita, una vita piena, abbondante, senza alcun limite. Cosa che vuole dire questo: se quello che noi uomini desideriamo di più è avere vita, una vita che non si veda minacciata, priva di gioia e di felicità, nell’eucaristia la nostra vita si unisce alla vita di Gesù ed acquisisce la pienezza di vita che ha caratterizzato la vita di Gesù. Una vita così piena che supera persino il limite della morte. È vita totale, che oltrepassa la storia, cioè supera le limitazioni proprie del tempo e dello spazio.
Si osservi che Gesù non mette in evidenza la sua spiegazione sul fatto della sua “presenza” nell’eucaristia. Gesù con le sue parole mette soprattutto l’accento sulla “vita” che avrà e condurrà chi la riceve mangiando “il pane della vita”. Mai si è messo in dubbio il fatto della presenza di Gesù nell’eucaristia. Altra cosa è stata la spiegazione di questo fatto. Fino al sec. XI la spiegazione comune si è presa dalla filosofia di Platone. Era la spiegazione simbolica. Dopo si è imposta la spiegazione a partire dalla filosofia di Aristotele, la realtà come sostanza ed accidenti. Questa è la dottrina ufficiale della Chiesa. Nel sec. XX si è iniziato a parlare della spiegazione fenomenologica, cioè quello che importa è la “finalità” ed il “significato” del pane e del vino nell’eucaristia.
Nell’eucaristia non riceviamo il corpo “storico” di Gesù, perché questo corpo non esiste più. Riceviamo il corpo “risuscitato”. Nell’eucaristia non prendiamo carne e sangue (cf. Gv 6,63). Riceviamo una persona, Gesù stesso. Ma due persone (il credente e Gesù) non possono unirsi in nessun modo se non mediante espressioni simboliche, in questo modo si esprimono la dedizione, il dono e l’unione di un essere personale con un altro. Il pane ed il vino dell’eucaristia, se sono analizzati da un chimico, continuano ad essere pane e vino. Ma per il credente questo pane e questo vino sono il simbolo e contengono la presenza di Gesù nelle nostre vite. Comunicarsi quindi non è ricevere una “cosa sacra”, ma unirsi a Gesù, in maniera tale che la vita di Gesù sia vita nella nostra vita e nel nostro modo di vivere. Per questo Gesù insiste più sulla “vita” che sulla “presenza”. Quello che importa non è sapere che Gesù sta nell’eucaristia, ma vivere come Gesù ha vissuto ed avere la vita che ha Gesù, il Signore della vita.