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P. Marko Ivan Rupnik, Commento XIX Domenica del Tempo Ordinario - Anno B

XIX Domenica del Tempo Ordinario - Anno B
Gv 6,41-51
Congregatio pro Clericis
Si dice che i Giudei mormoravano (Gv 6,41), ma suona strano perché siamo a Cafarnao e lì ci sono i Galilei: Giovanni vuole immediatamente precisare che si riferisce a quelli che in qualche modo appartengono allo zoccolo duro della tradizione e del regime religioso, che è infatti quello che resiste a Cristo.

Il termine mormorare è lo stesso che nella LXX viene usato per esprimere la rivolta del popolo a Mosè (Es 16,2) e che dunque più che con brontolare è meglio tradotto con criticare che registra la rabbia e l’opposizione di quelli che lo ascoltano mentre dice che Lui è il pane disceso dal cielo. Nella tradizione ebraica, nella scuola degli scribi, il pane disceso dal cielo è la Torah e ora Lui viene a dire che questo pane è Lui. La Torah è per la vita degli uomini, perciò molte volte si legge ho mangiato il libro, ho divorato il libro, mangiato la parola, come ad esempio: “Quando la tua parola mi venne incontro la divorai con avidità...” (Ger 15,16). Ora Cristo identifica sé stesso con questo pane e dice che discende. Ed è chiaro che sorga l’obiezione del versetto 42: “Ma costui non è Gesù, il figlio di Giuseppe, di cui conosciamo il padre e la madre?” Qui appare palese la difficoltà di una mentalità di ordine della natura, che non riesce a cogliere l’ordine dello Spirito, che è la comunione, che è la Figliolanza con il Padre, cioè del suo Io che esprime la Persona divina, esprime la relazione del Padre e non la semplice ed isolata natura umana.

Il problema è la divina umanità di Cristo, la figliolanza. La legge è un dominio perché è intoccabile, è di Dio, quindi qualcosa di sacro identificato con l’autorità. Cristo parte da una relazione come l’unico ‘luogo’ in cui si conosce Lui. E lo si conosce perché si è “attirati dal Padre” (Gv 6,44). Il termine attirare appartiene al mondo dell’amore, del linguaggio amoroso e Giovanni lo usa solo un’altra volta quando dice: “Quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me” (Gv 12,32). È questo amore che attirerà questo dono (cf Ger 31,3; Os 2,16). Il Padre che attira viene proprio contrapposto all’autorità della legge. Cristo fa emergere un Dio che è Padre, che dona e che si dona. Lui è questo dono che è disceso dal cielo perché il Padre lo ha mandato. Perciò non si conosce Cristo senza il Padre e non si conosce il Padre senza il Figlio. “Non conoscete né me né il Padre mio; se mi conosceste conoscereste anche il Padre mio” (Gv 8,19). La conoscenza è la relazione d’amore. Fuori da questa relazione tutto diventa problematico, perciò brontolano, criticano e non accettano. Non si colma l’abisso compiendo la legge. È il Padre che colma la distanza donando suo Figlio che nell’incarnazione ha assunto tutta l’umanità e ha superato l’abisso aprendo all’uomo la partecipazione alla vita divina. È la persona di Cristo che fa con noi ciò che il Padre fa con Lui (cf Gv 6, 39-40.44). Non si tratta di fare qualcosa per tornare a Dio ma di accogliere Colui che il Padre ha mandato a noi ed aderire a Lui che è il pane della vita (cf Gv 6,48). Non pane per la vita, ma pane della vita e quando lo ripete (cf Gv 6,51), in greco cambia il termine così che è da tradurre pane vivente, il pane che vivifica, pane che è vivo, è vita. Si mangia allora il pane vivificante, il pane che è la vita e colui che lo mangia assimila la vita del Vivente, la vita come Amore e vive da questa vita. Non è qui usato il termine soma, corpo, come nell’ultima cena, ma si dice chi mangia la mia carne, a dire la situazione sua umana. Tutta la situazione sua umana che hanno davanti ai loro occhi è questo cibo, è questa vita, quella zoè che è la vita filiale, la vita di Dio.

Perciò è chiaro che se intendiamo l’Eucaristia solo una ‘cosa’ sacra, una presenza di Dio localizzata davanti alla quale ci troviamo e ci mettiamo in un atteggiamento religioso, è un riduzionismo che impoverisce terribilmente il Sacramento e tutta la nostra vita spirituale ed ecclesiale che crescono e si realizzano proprio nell’Eucaristia.

Cabasilas è insuperabile dicendo che “carne della carne diventiamo, sangue del suo sangue diventiamo”. Cioè la sua vera vita. Ma questo suppone una visione trinitaria dove la vita di Dio non è una energia ma è la comunione del Figlio e del Padre nello Spirito Santo. Noi siamo abituati che il cibo nutre il corpo, ma la vita divina che è l’amore, si nutre con l’amore. Cristo nutre, diventa questo pane e questo pane è dono, “quando sarò innalzato”, quando è il sacrificio suo. Il corpo assume, la vita divina si dona. Il corpo per vivere deve assumere, ma la vita divina si nutre donandosi, diventando dono. È un passaggio notevole e questa è l’Eucarestia. Perciò l’unità delle due mense: dell’Eucarestia e della carità. Perché non si può mangiare l’Eucarestia se non diventando ciò che si mangia. Si diventa parte della sua umanità riconciliata nel Figlio con il Padre, si entra nella comunione del suo corpo. Si conosce il Padre da figli tessuti nel Corpo del Figlio insieme a fratelli e sorelle. Si conosce il Padre come Chiesa, comunione di persone.



P. Marko Ivan Rupnik

Fonte:http://www.clerus.va