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P. Marko Ivan Rupnik, Questa parola “è dura”

XXI Domenica del Tempo Ordinario - Anno B
Gv 6,60-69
Congregatio pro Clericis
Siamo alla fine del lungo discorso che Cristo ha fatto dopo il segno del pane. Nel vangelo di Giovanni questo è il primo grande momento drammatico del fallimento dell’annuncio di Cristo. Non riesce a spiegarsi, non riesce a convincere e addirittura molti di quelli che lo hanno seguito fino a questo punto cominciano a partire.

Questa parola “è dura” (Gv 6,60) è la constatazione. Ma Lui ha solo detto loro “Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo” (Gv 6, 51). Che cosa c’è qui di duro?

Ci aiuta l’etimologia della parola che viene qui usata: skleros non è il termine che si usa per dire che una pietra è dura – perché è logico che lo sia - ma quando è dura una cosa che si pensava fosse morbida. Perciò nel significato traslato c’è il rimando a qualcosa che ti insulta, che ti delude, che ti offende, perché tu aspetti una cosa e poi ne trovi un’altra. Sclerosi infatti è una cosa che di per sé dovrebbe funzionare, essere sciolta, scorrere ma si indurisce.

Loro seguivano Cristo perché “volevano farlo re” (Gv 6,15) e possibilmente essere “i più vicini” di questo messia. Ma Lui ha fatto capire che ben di altra cosa si tratta e questo cambio di attese scandalizza (Gv 6, 62). Hanno capito molto bene il suo discorso sul cibo, hanno capito che si tratta di un cambiamento nell’uomo che si unisce così tanto a Lui da essere, come Lui, un dono nelle mani degli uomini; chi mangia questa vita riceve questo modo di essere, diventerà anche lui dono. Hanno ben capito che una unione così intima determina un passaggio essenziale, dal servire Dio con le opere esterne a ricevere la vita divina, un modo di esistere che porta al dono di sé. La prima lettura apre questa stessa prospettiva, servire il Signore o servire gli dei del paese straniero in cui si abita (cf Gs 24,15). Paolo lo ha capito molto bene esplicitandolo definitivamente nel servire Dio con le opere o essere partecipi della vita di Dio in Cristo (cf Gal 5,1-6; Ef 2,8-10). Confidare nelle opere della carne per ottenere in questo modo qualcosa porta alla morte (cf Rom 7,5; Gal 6,8). In Paolo le “opere della carne” sono  perversioni di una natura umana che non accoglie il dono dello Spirito che le offre l’amore come la vera vita. Ma tra le opere della carne secondo Paolo rientrano anche le opere religiose, là dove l’uomo pensa di raggiungere Dio con il proprio impegno, da solo e di arrivare con il proprio sforzo alla vita eterna. È lo Spirito che dà la vita, che è la vita, la carne non giova a nulla (cf Gv 6,63). Io posso fare le opere della carne secondo un precetto religioso ma la mia vita non cambia, perché la vita non sta nella mia carne.

Piegando la mia carne a una disciplina religiosa non arriverò a partecipare alla vita divina, non diventerò mai figlio di Dio sforzandomi. Figli non si diventa da soli. Accogliendo Lui come il cibo che mi dà un’altra vita e la nutre, questa vita che è lo Spirito sarà capace di muovere la mia carne alle opere che davvero durano in eterno, che Dio non dimentica. Quando lo Spirito muove me stesso a diventare dono, anche la mia carne si salva.

La direzione è esattamente opposta, non funziona a partire da me: dalla carne non si slitta allo Spirito, non importa quale sforzo uno possa fare. Lo Spirito penetra, illumina, vivifica la carne e la dirige, la gestisce in modo tale che anche le opere della carne diventano dono di sé, sono espressione dell’amore, allora anche la carne si salva. Siamo sempre sull’orizzonte del binomio fede e religione di cui hanno scritto con tanta lucidità autori come Berdjaev e Schmemann.

Cristo non chiede semplicemente “Volete andarvene anche voi?” (Gv 6,67) ma letteralmente dice “Non è che anche voi volete andarvene?” che ha una sfumatura di dispiacere che è determinante. Cristo guarda la gente che se ne va e gli dispiace. Proprio nessuno capisce perché sono venuto? Non a insegnare una dottrina, ma a dare la vita, carne e sangue per la vita del mondo. Il Signore ci dà la sua vita e poi ci insegna come viverla e lo fa diventando cibo, cioè questa stessa vita realizzata, che noi possiamo assimilare.





P. Marko Ivan Rupnik

Fonte:http://www.clerus.va

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