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padre Gian Franco Scarpitta "Facile o difficile?"

Facile o difficile?
padre Gian Franco Scarpitta  

XX Domenica del Tempo Ordinario (Anno B) (19/08/2018)
  Visualizza Gv 6,51-58
Il discorso di Gesù intorno al pane di vita diventava sempre più perentorio nelle Domeniche precedenti e adesso si presenta nella forma inequivocabile: Gesù stesso è il pane della vita, non paragonabile al pane materiale, pur necessario e indispensabile ma ancora insufficiente, ma ulteriormente capace di dare vita piena al presente e per l'eternità. Gesù riafferma se stesso pane e alimento soprattutto con un'espressione cruda e diretta: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell'ultimo giorno. Perché la mia carne è il vero cibo, il mio sangue vera bevanda.” L'invito è questa volta perentorio: Gesù non vuole che lo si assuma solamente in senso metaforico o spirituale; non è sufficiente seguirlo in tutte le sue vie e configurarsi a lui in ogni situazione, assimilando i suoi sentieri in tutte le circostanze e in tutte le occasioni, felici e avverse. Vuole che di lui ci si nutra in senso materiale, che lo si “mangi” nella vera accezione del termine ai fini di avere la vita al presente e al futuro.

Se per sopravvivere occorre trarre nutrimento, alimentarsi di enzimi, carboidrati e proteine, per vivere pienamente in questa e nell'altra vita, occorre inderogabilmente mangiare di Cristo, pane vivo in quanto Dio stesso incarnato. Proprio questa è la ragione della necessità che noi assumiamo il Cristo e che ci cibiamo di lui: Egli il Verbo, la Verità fatta carne che ci offre come cibo la sua carne; Cristo è l'obiettivo inconsapevole di ogni uomo e quale obiettivo o traguardo è possibile conseguire se non mangiando di esso? Tutte le volte che si mangia l'obiettivo è raggiunto, per questo Gesù Cristo, pane vivo disceso dal cielo vuole che si mangi di sé. Offrendosi egli stesso come alimento.

Evidentemente mangiare la carne del Cristo in senso materiale è possibile nella specificità sacramentale eucaristica, ossia nel Sacramento in cui il pane diventa inequivocabilmente il suo Corpo, secondo il mandato che egli stesso conferì agli apostoli. Tutte le volte che ci si accosta all'Eucarestia al termine di una celebrazione domenicale avviene l'incontro con la Verità, l'accesso alla Totalità del mistero che è Dio, l'apertura all'Assoluto, perché il pane vivo Cristo che è Dio egli stesso ci immedesima nel mistero di Dio. E nell'Eucarestia si trova la forza, la motivazione, il coraggio per vivere al meglio il quotidiano perseverando nelle fatiche e ridendo delle nostre apprensioni. Cristo stesso agisce nel Sacramento per infonderci fiducia, coraggio e conforto nelle desolazioni e nelle prove ed è mia personale esperienza che l'Eucarestia, ricevuta con fede ad ogni celebrazione eucaristica, aiuta a guardare con maggiore serenità ogni situazione e a sconfiggere sconforto e arrendevolezza. Nell'Eucarestia si fa esperienza della compagnia costante dello stesso Signore, che è ben distante dalla concezione avulsa e fredda di una divinità assolutamente trascendentale e distaccata, ma che si rende solidale in tutto con noi percorrendo le nostre stesse strade.

Il pane vivo disceso dal cielo di cui siamo chiamati a nutrirci nel Sacramento è la modalità stessa con cui Cristo preferisce presenziare nella nostra vita proprio come era presente fra il popolo di Galilea e Giudea e avvalorarci di questa presenza è sinonimo di sapienza e lungimiranza.

Non a caso la liturgia di oggi affina il pane vivo alla Sapienza, prerogativa divina di supporto allo spirito umano, che nel Nuovo Testamento viene a identificarsi con lo stesso Signore Gesù Cristo. Giacomo insiste sul fatto che qualora il dono della Sapienza venga chiesto senza esitazione, viene concesso a piene mani purché non lo si sperperi (Gc 1, 5 e ss) e poiché la Sapienza è lo stesso Cristo, questi nel Sacramento ci si dona egli stesso a piene mani.

Gesù ha fatto abbondantemente la sua parte presentando se stesso come il pane vivo disceso dal cielo del quale è necessario nutrirsi per vivere costantemente in Dio. Occorre che adesso siamo noi a corrispondervi impegnando la nostra iniziativa per la libera adesione, perché lo accogliamo come tale, lo assumiamo e ne facciamo dono per noi stessi e per gli altri. E' indispensabile reagire adeguatamente alla gratuità di questo Mistero che ci si offre, accoglierlo con fede e viverlo nella speranza, condividendolo nella carità.

E' possibile accettare allora il linguaggio di Gesù, effettivamente sorprendente e illogico se considerato dal punto di vista umano? Si tratta di un annuncio entusiasmane oppure duro e cruento, di difficile comprensione? Stando alle obiezioni dei Giudei, si dà solamente la seconda ipotesi: Gesù espone un concetto troppo tassativo e arduo a potersi accettare... E' già difficile accogliere un Messia umile e dimesso che mostrerà la sua vera forza sul legno della croce, ancora più inaudito un Dio che si fa nostro cibo offrendo la sua carne da mangiare, cosa che in ambito giudaico si traduce in termini di cannibalismo o di crudeltà. Occorre allora fare ricorso alle parole illuminanti di Paolo, che colgono nel segno: “Mentre i Giudei chiedono miracoli e i Greci cercano la sapienza, noi predichiamo Cristo Crocifisso, scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani, ma... ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini”(1Cor 1, 17 - 23. 25) Dio sceglie cioè parametri del tutto differenti dai nostri per manifestare la sua potenza e la sua gloria, le sue vie sono spesso opposte ai nostri procedimenti di scelta e di elezione, di conseguenza non dobbiamo stupirci quando si dica che egli è perfino nostro alimento e che va mangiata la sua carne. Piuttosto è nella fede, cioè nella libera adesione incondizionata, che troviamo la risposta definitiva agli enigmi che sconvolsero i Giudei, ma che non deprimono né demotivano coloro che accolgono la salvezza come dono.

La fede è di fatto la risposta risolutiva al fatto che Dio ci si presenta tale e quale come egli è; la prerogativa per cui possiamo semplicemente accettarlo e lasciarci coinvolgere dal suo fascino, senza recalcitrare e opporre resistenza. La virtù illuminante per la quale riconosciamo nell'Ostia consacrata la sua carne da mangiare e siamo disposti a recarne la gioia a tutti coloro che si attendono la vera testimonianza.

Fonte:www.qumran2.net