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Padre Paolo Berti, “Io sono il pane vivo, disceso dal cielo”

XX Domenica T. O.       
Gv 6,51-58 
“Io sono il pane vivo, disceso dal cielo”

Omelia 

Il discorso di Gesù sul mangiare la sua carne e bere il suo sangue era difficile da accettare; eppure Gesù lo fece. Gli apostoli non lo compresero, ma non si allontanarono da Gesù (Gv 6,68): “Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna”, disse Pietro. Altri discepoli, invece, malamente colpiti dal realismo delle parole di Gesù, si allontanarono scandalizzati pensando che fosse fuori di senno, in preda alla follia.
A noi invece viene da domandarci se qualcuno dei suoi ascoltatori potesse comprendere qualcosa, così che il discorso non sia da giudicare fatto apposta per urtare o per essere compreso in tutto e per tutto solo più tardi. La risposta è che se un qualche ascoltatore avesse approfondito le parole di Giovanni Battista “sull'agnello che toglie il peccato del mondo” si sarebbe trovato sulla pista giusta per intendere le parole di Gesù, anche se non poteva assolutamente arrivare a pensare al miracolo dell'Eucaristia. Il “bere il suo sangue” era certo una cosa difficile da comprendere, vista la proibizione di consumare il sangue, poiché in esso c'è la vita (Lv 17,11), questo sulla base dell'esperienza empirica della morte delle vittime sacrificali per dissanguamento. Chi credeva nella divinità di Cristo, avrebbe potuto intendere quelle parole come un ricevere da Dio la vita; inoltre quell'ascoltatore poteva accedere al pensiero che il bere il “suo sangue” significava un'azione santificatrice nel cuore (Cf. Lv 16,14s).
Purtroppo a seguito delle parole di Gesù ci fu una drammatica autoselezione tra i discepoli: molti se ne andarono scuotendo il capo.
Ma il discorso di Gesù era calibrato ed evitava la crudezza antropofagica del mangiare la sua carne e bere il suo sangue attraverso il concetto di pane vivo; di un pane che dà la vita eterna.
Le parole di Gesù non rimandavano all'antropofagia immaginata da quelli che se ne andarono; bisognava accoglierle quelle parole, accettando la loro carica di mistero. Questo fu quello che fecero gli apostoli.
Molte volte si sente dire che se anche non si va in chiesa si è ugualmente graditi a Dio, che è in cielo in terra e in ogni luogo, ma ciò è un discorso che dimentica che sull'altare, punto focale della chiesa, c'è Cristo. E' solo se si riceve Cristo presente realmente sotto i veli del pane e del vino che si ha la vita nel cuore. E' un'illusione tragica quella di confondere la presenza di immensità di Dio, con la sua presenza per inabitazione nel nostro cuore. La presenza per immensità è la sua presenza nella creazione, presenza che non significa che Dio non trascenda la creazione, inoltre essendo egli infinito non può essere circoscritto da nessun confine. La presenza per inabitazione è invece presenza di grazia: è Dio realmente presente, seppur misteriosamente, nei nostri cuori, con i suoi doni. Chi non è unito a Cristo, chi non partecipa all'Eucaristia e non riceve il corpo e il sangue del Signore, non ha la vita in lui; così abbiamo ascoltato: “Se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita”. Inutile dunque illudersi di essere graditi a Dio, scartando Cristo, poiché si è graditi a Dio solo in Cristo.
Mangiare il suo corpo e bere il suo sangue significa diventare suoi. La sua carne ci rende concorporei a lui e il suo sangue consanguinei a lui, e dunque suoi fratelli e figli perciò del Padre. Adamo, peccatore, comunicò ai suoi discendenti, a tutti gli uomini, carne e sangue per via di generazione, ma fu generazione priva della vita della grazia, della comunione con Dio; infatti se Adamo non avesse peccato ogni nuovo nato sarebbe nato con la presenza di Dio nel cuore. Il nuovo Adamo ci ha rigenerati con il suo sacrificio e così in lui riabbiamo la vita di comunione con Dio, e con più intensità di quella che avevano Adamo ed Eva.
Adamo ci trasmette carne e sangue, ma nessuna vita nell'anima; Cristo, invece, dandoci la sua carne immolata e il suo sangue versato ci fa di stirpe nuova (Cf. 1Pt 2,9), cioè sua discendenza (Cf. Is 53,10). Egli, Cristo, vive in noi; egli si è ”costruita la sua casa”, cioè la Chiesa; casa che ha sette colonne, cioè i Sacramenti. Egli, nato sotto la Legge, ha celebrato l'antica Pasqua con banchetto di carni di agnello, mescendo vino, ma poi ha istituito una nuova celebrazione pasquale e ha mandato “le sue ancelle” a invitare tutti gli uomini: “Venite, mangiate il mio pane, bevete il vino che io ho preparato”. Tutti siamo invitati a mangiare un pane, che non è più pane, ma il suo Corpo, e a bere un vino, che non è più vino, ma il suo Sangue; ma per accedere a tale banchetto di vita bisogna abbandonare “l'inesperienza”, che nasce dalla volontà di essere lontani da Dio, per lasciarsi guidare dalla sua Sapienza, che dona l'esperienza della fedeltà, dell'amore di Dio: “Abbandonate l’inesperienza e vivrete”.
Paolo ci presenta l'uomo dedito al vino, che perde il controllo di sé, che è stolto perché fa cattivo uso del suo tempo. Lo stolto si lascia andare, è vittima del presente perché si è chiuso al futuro di Dio. Non cammina verso una meta su strada sicura, ma fugge da se stesso e da Dio, non arretrando neppure di fronte alla consapevolezza della sua rovina, ma nutrendosi di illusione che l'esito finale sarà felice (Cf. Lc 13,24).
Chi beve il sangue di Cristo e mangia la sua carne, non segue la stoltezza, ma ricco dello Spirito Santo, vigila su se stesso. Il mondo segue la stoltezza, sempre segue la stoltezza, e per questo procede follemente verso baratri e rovine, addirittura nell'illusione di credere di costruire, di consolidare la pace.
La Sapienza “ha mandato le sue ancelle”, le Chiese particolari, le comunità, a dire, ad annunciare, la presenza di un banchetto che comunica vita. La nostra proposta è l'Eucaristia, è invitare all'Eucaristia, a stare con noi attorno all'altare del Signore. Paolo ci dice di intrattenerci a vicenda con “salmi, inni, canti ispirati”. Ci si deve intrattenere a vicenda, in momenti di preghiera comune che scaturiscono dalla profonda comunione che si forma attorno all'altare del Signore.
Una comunità non può essere solo celebrazione Eucaristica, ma anche deve essere momenti di preghiera ben costruiti. In essi ognuno deve essere impegnato a nutrire la preghiera dell'altro, a sostenere la preghiera dell'altro. Momenti di preghiera dove si alimenta il senso della fraternità. Paolo delinea in tutto e per tutto una riunione di preghiera veramente comunitaria: “cantando e inneggiando al Signore con il vostro cuore, rendendo continuamente grazie per ogni cosa a Dio Padre, nel nome del Signore nostro Gesù Cristo”.
Ma, la preghiera comunitaria ha come fonte l'Eucaristia e orienta all'Eucaristia. Dalla Messa procede la forza, la vivacità della preghiera comunitaria, e anche, ovviamente, di quella personale. E' nella celebrazione Eucaristica, nel ricevere il corpo e il sangue del Signore, che si diventa sempre più ricolmi di Spirito Santo. Nel Canone terzo leggiamo: “E a noi, che ci nutriamo del corpo e del sangue del tuo Figlio, dona la pienezza dello Spirito Santo perché diventiamo in Cristo un solo corpo e un solo spirito”. E' da questo essere uni in Cristo che si attua quanto ci chiede l'apostolo Paolo: non ci resta che metterlo in pratica. Amen. Ave Maria. Vieni, Signore Gesù.

Fonte:http://www.perfettaletizia.it