ARCHIVIO PER RICERCHE N. OMELIE 16200

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Paolo Curtaz, "Dove vuoi che andiamo?"

XXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – Anno B
Dove vuoi che andiamo?



La tragedia è ormai consumata.

Il miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci, il più eclatante, il più straordinario, segna paradossalmente l’inizio della fine di Gesù.

Il lungo e complesso discorso che abbiamo ascoltato nell’ultimo mese giunge ormai alla fine; il giudizio su Gesù da parte della folla è cambiato: da grande predicatore e profeta, guaritore e operatore di prodigi capace di smuovere cinquemila famiglie ad ascoltarlo, Gesù viene preso per un visionario e un pazzo che indugia su discorsi incomprensibili e inaccettabili.

La parabola di Gesù è discendente: fino a quando Dio ci obbedisce e ci esaudisce lo seguiamo, quando è esigente e chiede, lo abbandoniamo.

Gli apostoli stessi, sgomenti, non sanno più che pensare del loro imprevedibile Rabbi.

Sempre in attesa di un qualche salvatore della situazione, corriamo dietro al guru del momento sperando che risolva i problemi senza doverci affaticare troppo…

Ma Gesù non ci sta. È diverso. Non accetta quel ruolo, non vuole assecondare le nostre pigrizie mentali…



Sangue

Gesù ha toccato il fondo: ha chiesto alla folla di saziarsi della sua carne, di dissetarsi al suo sangue. Cristo ha già in mente l’estremo dono, l’eucarestia. Chiede ai suoi di non seguirlo solo per le cose magnifiche che dice, né solamente per i prodigi. Ma di accogliere la sua carne, che nella Scrittura indica la fragilità, e il suo sangue cioè la sua essenza. Di nutrirci della sua presenza, di cristificarci, di accedere a Dio attraverso il suo sguardo.

È troppo. Davvero. La folla è sgomenta e irritata: questo pazzo furioso sta loro chiedendo di diventare dei cannibali? Ma chi si crede di essere?

È bastato un confronto duro per far crollare la fama del Nazareno.

Parole che scarnificano, che mettono all’angolo, che impongono una scelta, come ha dovuto fare il popolo di Israele nell’assemblea di Sichem.

Gesù è chiaro, diretto, inequivocabile.

Ora si tratta di scegliere da che parte stare.

Fino a quando Gesù sfama le folle è idolatrato, quando parla di Dio, è abbandonato.

Fino a quando Dio risponde alle nostre esigenze e alle nostre richieste è grande, quando - a nostro avviso - ciò non avviene più, è rinnegato e rigettato.

Dramma di un Dio che mendica la nostra adesione!

Dramma inaudito di un Dio che si fa carne e compassione e che viene ignorato perché ci risulta più comprensibile un dio intangibile nella sua asettica e lontana divinità.



Crescere

Gesù non cede al gioco del politicamente corretto. Non annusa l’aria per proferire parole che blandiscono. Ha parlato con le parole di Dio. La folla le considera eccessive, abituata com’è a vivere di compromessi. Credenti sì, ma senza eccessi. Devoti, certo, ma senza esagerare.

Ossessionati dal rimarcare le distanze, dal dirci cattolici sì, ma…, ossessionati dal non apparire fuori luogo, fuori moda, fuori tempo.

No, non se l’aspettava questa reazione da parte della folla che ama con tenerezza. Forse pensava (ingenuo Dio!) di convertire i cuori con le parole e lo sguardo. Gesù, indurito, scosso, attonito, si rivolge agli apostoli.

La domanda, inquietante e tagliente come una lama, è rivolta a ciascuno di noi: Volete andarvene anche voi?

Non blandisce gli apostoli sgomenti, non recede dalle sue parole, non chiede appoggio o carezza o consolazione. Non elemosina consensi, nemmeno dai suoi amici più fedeli, con cui ha condiviso tanto.

A Gesù sta più a cuore il Regno della compagnia, la verità dell’applauso.

È libero. Sa, Gesù, quanto possa diventare ambiguo un rapporto spirituale, sa quanto possa tarpare le ali il discepolato, invece di far crescere il discepolo. Gesù non è un guru, è un vero Maestro. Libero. Sa che l’obiettivo di ogni discepolo è di crescere, non di appassire ai piedi del Maestro.

Sa che ogni Maestro ha un solo desiderio: che il discepolo diventi autonomo. Che se ne vada, finalmente autonomo.

Volete andarvene anche voi?

È solo il Rabbi, non è stato così solo.



Vuoi andartene?

E tu che leggi, vuoi andartene?

Ora che incontri le prime difficoltà vuoi lasciare tutto per tornare a chiuderti nel tuo piccolo mondo di tiepide certezze? Rinunci al sogno di Dio?  Vuoi davvero lasciare questa fragile Chiesa che, ora più che mai, ha bisogno di discepoli fedeli, sofferenti ma fedeli, disposti a rimettere in moto l’annuncio del Vangelo che sta languendo con le nostre appassite comunità parrocchiali?

Vuoi davvero metterti dalla parte di coloro che pensano che questo cristianesimo sia da abbandonare e metterti dalla parte degli illuminati che criticano senza mettersi in gioco?

Fallo. Sei libero, straordinariamente, drammaticamente libero di credere.

O di fuggire.

Di spalancarti, o di chiuderti.

L’amore di Dio ci lascia liberi, giunge a chiedere a noi, creature fragili e incostanti, di aderire liberamente al suo progetto.



Il grande

Pietro, il grande Pietro, risponde a nome di tutti.

Poco convinto, forse, un po’ amareggiato, come gli altri undici, con tanti interrogativi sul fallimento di un brillante futuro Messianico, un po’ preoccupato del domani fattosi incerto, perplesso di questo Maestro troppo esigente, troppo grande, troppo tutto.

La sua risposta è tagliente, ferma, assoluta.

Come un vulcano che sfoga la sua forza, come un vento che abbatte i boschi, un pilastro che sostiene la nostra fragilità: Da chi andremo, Signore?

Dove vuoi che andiamo, ormai, Signore?

Dove trovare tanta serenità, tanta verità, tanto bene, tanta luce, tanto silenzio, dove, Dio santo, trovare qualcosa o qualcuno che ti sia pari? Dove, amico degli uomini, trovare compassione e futuro, dove respirare l’ebbrezza di Dio?

Ci sconcerti, Maestro, ci sfidi, è difficile convertire il nostro cuore alla tua tenerezza e luce ma – Signore – ormai la nostra vita è segnata a fuoco.

Tu ci hai sedotti.

Dove vuoi che andiamo, Signore?

Fonte:http://www.tiraccontolaparola.it/



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