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Don Marco Ceccarelli, "lo Spirito soffia dove vuole, ma non a casaccio."

XXVI Domenica Tempo Ordinario “B” – 30 Settembre 2018
I Lettura: Nm 11,25-29
II Lettura: Gc 5,1-6
Vangelo: Mc 9,38-48
- Testi di riferimento: Es 21,17; 22,28; 23,33; Pr 20,20; Ez 22,7; Mt 10,25; 12,30; Mc 3,15.28-30;
7,10; At 19,9.13-16; Rm 14,13.15.21; 16,17; 1Cor 1,12; 3,1-2.23; 5,1-5; 8,12-13; 9,27; 12,3;
14,32.36-40; 2Cor 6,3; 10,7; 2Ts 1,9; 1Gv 4,2-3; 2Pt 2,2; Ap 18,21
1. La funzione della gerarchia nella Chiesa.

- Nel nome di Gesù. Nel brano odierno di Vangelo si continua il discorso riguardo la “gerarchia”
iniziato nel Vangelo di domenica scorsa con la discussione dei discepoli su “chi fosse il più grande”.
Ora però qualcuno che non appartiene alla cerchia dei dodici che Gesù portava con sé, opera
miracoli nel nome di Gesù. Quel potere di scacciare i demoni che Gesù aveva dato agli apostoli in
Mc 3,15 non è quindi una loro prerogativa esclusiva. Anche altri possono farlo, se lo fanno nel nome
di Gesù. Ovviamente ciò non sarebbe possibile senza lo Spirito di Gesù stesso, senza essere dei
credenti in lui. In At 19,13-16 si legge che «alcuni esorcisti giudei nominavano il nome di Gesù su
alcuni posseduti dagli spiriti malvagi … ma un uomo in cui era lo spirito malvagio fu più forte di
loro e li malmenò così che dovettero fuggire via nudi e feriti». Ciò significa che l’uso del nome di
Gesù non ha niente a che fare con la magia. Si può far uso del suo nome, cioè del suo potere, soltanto
se si è dei suoi, se si possiede tale potere, cioè lo Spirito Santo. Fare qualcosa “nel nome di Gesù”
(Mc 9,37.38.39.41) significa farlo per amore suo, in onore di lui, in comunione con lui; e quindi non
a nome proprio, per amore proprio, per un proprio tornaconto. «Lo Spirito soffia dove vuole. Ma la
volontà dello Spirito non è arbitrio … Perciò non soffia da qualunque parte, girando una volta di
qua e una volta di là» (Benedetto XVI, Veglia di Pentecoste 2005). In altre parole, lo Spirito soffia
dove vuole, ma non a casaccio.
- Permettendo anche ad altri l’uso del suo nome per cacciare i demoni Gesù non sminuisce il gruppo
dei dodici. Anzi, implicitamente afferma che essi hanno il potere di impedire, anche se in questo caso
non devono farlo perché i loro avversari non stanno fra quelli che operano in nome di Cristo. La
gerarchia deve accettare la libertà dello Spirito. Nessuno nella Chiesa può avere il monopolio dello
Spirito.
- Si tratta sempre dell’unico e medesimo Spirito. Lo Spirito che agisce per vie carismatiche non è
mai in contraddizione con lo Spirito presente nella gerarchia. Lo Spirito è sottomesso allo Spirito.
In 1Cor 14,32.36-40, Paolo afferma di svolgere una funzione gerarchica di controllo sugli “spiriti”
che operano nella comunità, sui “carismatici”. Chi opera per mezzo dello Spirito non può disconoscere
che il comando della gerarchia proviene dallo stesso Spirito. Anche i “gerarchi” sono profeti
(1Cor 14,32; vedi inoltre la prima lettura).
- Chi è per noi e chi no. La gerarchia deve discernere chi veramente sta dalla parte di “noi” (v. 40),
cioè di Cristo e la Chiesa. Gli apostoli hanno questo compito di isolare chi “maledice” Cristo, chi
dice male di lui attraverso, per esempio, insegnamenti contrari. Il “dire male” (v. 39: kakologhesai)
indica la bestemmia contro Cristo, la negazione della sua funzione salvifica. Chi bestemmia contro
Cristo, cioè rifiuta di riconoscere in lui l’inviato del Padre per la sua salvezza, si autoesclude da essa.
Chi agisce sotto l’impulso dello Spirito non può dire subito “Cristo è anatema” (1Cor 12,3). Ciò
non esclude che lo possa fare in seguito, nel momento in cui non fosse più sotto l’azione dello Spirito.
- Il principio di sussidiarietà. Implica che il potere superiore riconosca quello inferiore e gli offra i
mezzi per adempiere la sua funzione. Il ruolo dei dodici è fondamentale perché si è di Cristo se si è
dalla parte degli apostoli. Gesù si identifica con essi. Attraverso gli apostoli Cristo trasmette la salvezza
agli uomini. Però questo avviene attraverso una larga partecipazione di ministeri e carismi
che gli stessi apostoli devono riconoscere e sostenere.
2. Lo scandalo.
- Il tema che prevale nel nostro brano di Vangelo è dunque quello dell’impedimento. Dopo aver detto
nel v. 39 “non glielo impedite (me kolúete)”, Gesù passa a parlare dello scandalo. Il significato
biblico del verbo scandalizzare è quello di “porre un intralcio”, un inciampo, un ostacolo che impedisce
di proseguire in una certa direzione. Gesù afferma che, per chi ostacola o impedisce a un piccolo
nella fede di proseguire nel suo cammino verso di lui, nella sua adesione di fede in lui, nel suo
apprendimento della volontà divina, sarebbe meglio che lo si gettasse in mare con una macina da
mulino (di quelle così grosse che dovevano essere girate da un asino), al collo (v. 42). Venire trascinato
in fondo al mare da una pietra pesantissima e affogare senza via di scampo. È una affermazione
terribile, probabilmente la più tremenda pronunciata da Gesù, che fa capire quanto sia grave
lo scandalo, l’impedire cioè a qualcuno di accogliere la salvezza che viene da Cristo. È qualcosa di
simile a quanto Gesù dice di colui che lo tradisce: «meglio per lui se non fosse mai nato» (Mc
14,21). Soltanto se capiamo cosa significhi accedere alla salvezza, quella salvezza che ha portato
Cristo, e per realizzare la quale ha sofferto il patibolo della croce, possiamo capire il perché di
un’affermazione così dura. Rifiutare la salvezza agli altri o a se stesso è peggio che non essere mai
venuti al mondo.
- L’unico altro luogo in Mc in cui si usa l’espressione me kolúete è in 10,14,sempre rivolto ai discepoli.
Gesù comanda loro: «lasciate che i bambini vengano a me e non glielo impedite». Si può intendere
nel senso che Gesù è il maestro a cui i bambini nella fede devono andare per essere istruiti.
Ci si può chiedere quand’è che impediamo a dei bambini di andare a Cristo. Non è soltanto, per
esempio, quando dei genitori impediscono ai figli di andare in Chiesa, di continuare nella formazione
catechistica. Ma anche quando impediamo al bambino che è in noi di essere discepolo di Gesù.
In un certo senso siamo sempre bambini nella fede (1Cor 3,1-2). In Rm 14,13 Paolo raccomanda di
non giudicare per non porre un inciampo o uno scandalo al fratello. Dunque abbiamo bisogno sempre
di far crescere nella fede quel bambino che è in noi; ma spesso c’è qualcosa, c’è uno “scandalo”,
che glielo impedisce.
- La mano, il piede, l’occhio. Continuando ad usare espressioni forti Gesù per tre volte afferma che
non si deve permettere a nulla di impedirci di entrare nella vita/regno. Entrare nel regno di Dio significa
entrare nella vita, e viceversa. Non è soltanto la volontà di rimanere nel “regno” del peccato
che ci impedisce di entrare nel regno di Dio; può essere anche un attaccamento sbagliato a realtà
buone. Parlando di mano e piede da tagliare e di occhio da gettare via, Gesù sta parlando di cose
ovviamente buone. A volte ciò che ci impedisce di andare a Cristo sono proprio le tante altre cose
buone che riteniamo importanti, magari più importanti di Cristo. Eppure lui è l’unica cosa buona,
l’unica cosa necessaria (Lc 10,42) ai fini del regno di Dio. Per questo Gesù dice che qualsiasi cosa
ci scandalizzi, cioè ci impedisca di andare a lui, occorre tagliarla, cioè privarcene, fosse anche una
mano o un piede. Possedere il regno di Dio vale più di qualsiasi altra cosa, compresa la vita fisica,
come hanno testimoniato i martiri. Se non si arriva alla fede in Cristo si è separati dalla salvezza e si
rischia di non entrare nella vita. E a che serve se si guadagna il mondo intero se si perde la vita?
(Mc 8,36). Meglio perciò separarsi da qualsiasi cosa pur di non perdere lui.

Fonte:http://www.donmarcoceccarelli.it

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