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Don Marco Ceccarelli, “Tu non pensi le cose di Dio …”

XXIV Domenica Tempo Ordinario “B” – 16 Settembre 2018
I Lettura: Is 50,5-9
II Lettura: Gc 2,14-18
Vangelo: Mc 8,27-35
- Testi di riferimento: 2Sam 19,22; Sal 118,22; Sap 9,13-14; Is 53,3; 55,8-9; Mt 4,10; 7,13-14;
11,25; Mc 1,13.17.20; 10,33-40; 12,10; 14,61; 15,32; Gv 4,42; 6,69; 11,27; 12,25-26; 15,15; At
4,11-12; 13,10; Rm 8,5.17-18; 1Cor 1,20-28; 2,14-16; 1Cor 4,9; Fil 2,5; 3,10; Col 1,24; 3,2; Eb
13,13; 1Pt 1,11; 2,4-8.21-25; Ap 2,10
1. Il Messia sofferente e ammazzato.
- L’episodio narrato nel brano di Vangelo odierno costituisce un momento centrale nel ministero di
Gesù e nell’insegnamento che egli svolge verso i discepoli. Più volte abbiamo constatato come Gesù
abbia di mira innanzitutto la formazione dei suoi discepoli, i quali dovranno continuare la sua
opera. E in questa formazione – che è oggi ugualmente anche per noi – Gesù deve portarli al riconoscimento
della sua persona come il «Cristo, figlio di Dio» (Mc 1,1). Allora nell’episodio odierno
siamo, sembra, a buon punto, quando Pietro giunge ad affermare «Tu sei il Cristo» (v. 29). “Cristo”
significa Messia. Pietro – e non è per nulla scontato – riconosce in Gesù quella figura salvifica, quel
“figlio di Davide” annunciato dai profeti e atteso dalla fede ebraica come il portatore della redenzione
definitiva. L’affermazione di Pietro ha perciò un rilievo di fede veramente eccezionale. Lui è
il primo ad avere capito qualcosa dell’identità profonda di Gesù; è lui il primo a chiamarlo “Cristo”.
E tuttavia gli manca ancora parecchio per arrivare alla vera comprensione del mistero del Messia
sofferente.
- Che con la professione di Pietro siamo appena ad un inizio lo si capisce dal fatto che Gesù proibisce
ai discepoli di divulgare la sua identità. E soprattutto dal fatto che soltanto da questo momento
Gesù “comincia” ad insegnare loro in cosa consista la sua missione (v. 31). E la descrive con dei
tratti che ricordano da vicino alcuni testi del libro di Isaia (vedi prima lettura), in cui si annuncia la
fine ignominiosa di un inviato di Dio per la salvezza del popolo. Gesù “comincia ad insegnare”
queste cose ai suoi discepoli, i quali evidentemente erano ben lontani dall’essere disposti a recepire
un tale insegnamento. Gesù deve far capire che egli è sì il Messia, ma non è per nulla il Messia glorioso,
trionfante, che essi probabilmente si aspettavano. E deve continuare a farlo capire a tanti che
anche oggi ascoltano Cristo e lo ritengono l’inviato di Dio per la loro salvezza, ma ciononostante
non sono disposti ad accettare un tipo di salvezza diversa da quella che hanno in testa loro. Questi
discepoli di oggi, come quelli di allora, pretendono da Cristo una salvezza secondo i loro criteri;
vorrebbero una salvezza da situazioni contingenti che avvertono come un peso. Ma non capiscono
che la vera salvezza sta da un’altra parte, perché il male dell’uomo, il vero problema dell’uomo, sta
da un’altra parte (vedi Vangelo di due domeniche fa). Nella logica di Pietro, come in quella di tanti
discepoli di oggi, la croce non ha – o non dovrebbe avere – nulla a che fare con la missione del Salvatore.
Non solo il Messia non deve patire la croce, ma deve liberare anche gli altri dalla croce. È la
logica di coloro che diranno a Gesù: «Il Cristo … scenda ora dalla croce …» (Mc 15,32).
2. Le parole di Gesù a Pietro (v. 33).
- “Vai dietro di me”. Il rimprovero che Pietro rivolge a Gesù (v. 32) esprime il disappunto per quanto
egli ha loro prospettato. Se Gesù è il Messia, le sue parole sono del tutto insensate, del tutto fuori
luogo. Il suo destino deve essere glorioso, tutt’altro che finire ammazzato. Bisogna correggere questo
atteggiamento dimesso, remissivo, di Gesù, bisogna “insegnargli” cosa deve fare il Messia; bisogna
insegnargli la strada. Anche qui vediamo l’atteggiamento di tanti discepoli che pretendono di
insegnare a Dio come comportarsi. Certo che Dio è proprio strano. Dovrebbe, per esempio, punire i
cattivi e ricompensare i buoni, e invece tante volte vediamo che sono i malvagi a prosperare (Ger
12,2). Chi ha questo atteggiamento di volere insegnare a Dio, non si accorge però dell’assurdità,
della schizofrenia nella quale sta vivendo. Pretende di essere un discepolo, e invece vuol fare il
maestro. Dice di stare seguendo Cristo e invece gli va davanti. Quando Gesù aveva chiamato Pietro
e gli altri discepoli, aveva detto loro: «Venite dietro di me» (Mc 1,17); ed essi «andarono dietro di
lui» (Mc 1,20). Questo è ciò che deve fare il discepolo; a lui il maestro traccia la strada, insegna dove
camminare (secondo il linguaggio biblico per cui “camminare” indica il modo di vivere). Ma se
il discepolo si mette davanti diventa lui stesso un “satana”, un avversario. Ora Pietro (e con lui gli
altri) vuole essere lui ad andare davanti, vuole essere lui ad insegnare cosa si deve fare. Vuole lui
fare il maestro e costringere Gesù a essere suo discepolo. Qui c’è tutta l’assurdità della situazione.
Per questo Gesù, rimproverando a sua volta Pietro, gli dice: «Vai dietro di me». Gli dice cioè che se
vuole essere suo discepolo deve mettersi lì dove è il suo posto, dietro di lui, e imparare lui a seguire
Cristo. Per questo aggiunge subito dopo: «Se qualcuno vuol venire dietro di me …» (v. 34). Non si
può pretendere di essere discepoli di Gesù andandogli davanti, costringendolo a seguire noi, i nostri
piani, i nostri desideri. Nessuno è obbligato a seguirlo. Ma chi vuole farlo, deve appunto seguire e
non precedere.
- “Satana”.
• Il termine ebraico/aramaico (come anche il suo equivalente greco “diabolos”) significa qualcuno
(o qualcosa) che sbarra la strada. Uno sta camminando e si trova di fronte un ostacolo che gli impedisce
l’avanzamento (cfr. 2Sam 19,22). Si capisce bene, dunque, in che senso Pietro sia un “satana”.
Egli mettendosi davanti a Gesù, nel senso che abbiamo detto prima, vuole impedirgli di adempiere
la missione nei modi che egli ha rivelato. Ma in un certo senso Pietro in questo momento è anche
un “satana” come quello di Mc 1,13 che nel deserto voleva distogliere Gesù dal seguire il disegno
del Padre. Perciò Gesù lo rimette al suo posto, vale a dire “dietro”, perché egli non permette a
nessuno di impedire l’adempimento della sua missione.
• L’espressione “andare dietro di” Gesù significa che i discepoli vengono associati a Gesù nella sua
“guerra” contro Satana; una guerra che avrà il suo culmine nell’evento della passione. Nel rapporto
con Cristo il discepolo deve decidere dove stare, se con lui o contro di lui, se dietro di lui o davanti
a lui, se unito alla sua missione nella lotta contro Satana o unito a Satana nella lotta contra Gesù per
impedirgli di svolgere la sua missione.
- “Tu non pensi le cose di Dio …”. Come ha scritto Giovanni Paolo II, «Ogni uomo è in certo qual
modo un filosofo e possiede proprie concezioni filosofiche con le quali orienta la sua vita. In un
modo o nell’altro, egli si forma una visione globale e una risposta sul senso della propria esistenza:
in tale luce egli interpreta la propria vicenda personale e regola il suo comportamento» (Fides
et Ratio 30). Ognuno di noi ha una sua “filosofia”, un modo di intendere la vita e di impostare la
propria vita, di fare delle scelte, secondo dei criteri stabiliti da una propria sapienza. La “filosofia”
di Dio però è diversa da quella degli uomini. I pensieri di Dio sono infinitamente distanti da quelli
degli uomini (Is 55,8-9). E infatti, «la pietra che i costruttori hanno rigettato Dio l’ha resa pietra angolare»
(Mc 12,10). Non è possibile imparare la Sapienza di Dio, il suo modo di ragionare, di valutare
la realtà, se non si è disposti a rinunciare alla propria sapienza (1Cor 1,21-25), a pensare alla
maniera umana. È impossibile essere cristiani continuando a seguire il proprio modo di intendere la
realtà. Senza un cambio profondo di mentalità (metanoia = conversione) saremo soltanto un “ostacolo”
a Cristo. Per questo occorre, per seguire Cristo e quindi la volontà di Dio, rinnegare se stessi,
cioè le proprie convinzioni, le proprie idee e, come Cristo, assumere la propria croce. Perché soltanto
così impareremo che è perdendo la propria vita che la si salva.
3. Il cammino del discepolo. Lungi dall’essere un cammino “glorioso” (cfr. Mc 10,37), quello del
discepolo di Cristo è invece un cammino di estrema ignominia. Il “portare la propria croce” richiama
l’umiliazione somma del condannato che porta sulle proprie spalle il legno sul quale sarà crocifisso.
L’immagine che Gesù ha adoperato doveva suonare certamente molto più scandalosa a quel
tempo che a noi oggi. Ma la logica della croce è il cammino della salvezza che Dio, in Cristo, ha
mostrato al mondo. Il discepolo è chiamato ad andare dietro a Cristo, seguendo le sue orme (1Pt
2,21), cioè il suo stesso stile di vita, e portando, come lui, la propria croce. Partecipando alle sue
sofferenze ne condivideremo anche la gloria (Rm 8,17-18).

Fonte:http://www.donmarcoceccarelli.it

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