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DON Tonino Lasconi, "La battaglia più difficile "

XXV Domenica del Tempo Ordinario - Anno B - 2018

Come Gesù, anche noi dovremmo servire e non cercare di farci servire. Questa è stata la sua consegna. Ma è dura da rispettare.

Non è irrispettoso dire che gli episodi in cui Gesù sperimenta l'insuccesso o addirittura il fallimento sono consolanti, perché i suoi insuccessi ce lo fanno sentire molto vicino, quasi un compagno di strada che accusa come noi le difficoltà del viaggio, incoraggiandoci a non fermarci e a non cedere alle difficoltà.
Questi sentimenti ci suggerisce il vangelo di questa domenica con uno degli insuccessi più clamorosi di Gesù: il tentativo di convincere i suoi discepoli che non bisogna cercare di farsi servire, ma servire; che non bisogna aspirare ai primi posti e brigare per ottenerli, ma accettare gli ultimi; che non bisogna cercare la propria salvezza a danno di quella degli altri, ma essere disposti anche a dare la vita per gli altri. Lo ha predicato e ripetuto tante volte, ma questo messaggio non ha trovato varchi per entrare.

Ed ecco l'episodio di questa domenica. In maniera che più chiara ed esplicita non si può, Gesù ha rivelato ai suoi discepoli che "il Figlio dell'uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma, una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà". L'evangelista annota: "Essi però non capivano queste parole". Più che non capirle, però, non volevano capirle, per la paura del significato che esse contenevano e che intuivano molto scomodo da accettare. Infatti "avevano timore di interrogarlo". È ciò che capita quando, sospettando che la notizia che ci arriva non sia bella – magari la risposta delle analisi cliniche – preferiamo rimandarne il più possibile la conoscenza. Così fanno i discepoli.

Dopo un annuncio di Gesù così grave ci si poteva aspettare che ne parlassero, che lo commentassero. Macché! Gesù, che li aveva visti e sentiti confabulare, entrati in casa, chiede: «Di che cosa stavate discutendo per la strada?». Silenzio imbarazzantissimo: "Essi tacevano. Per la strada infatti avevano discusso tra loro chi fosse più grande".

E Gesù pazientemente ricomincia la lezione con una piccola sceneggiata, sperando forse di imprimere indelebilmente l'immagine del bambino tra le sue braccia nella mente e nel cuore non solo di quei discepoli, ma di tutti coloro che sarebbero arrivati in seguito.

È rimasta quell'immagine dentro di noi? Nelle tele dei pittori sicuramente sì, e probabilmente anche nella nostra immaginazione e nei nostri discorsi, perché è bella da vedere. Ma la pratica del messaggio che Gesù voleva trasmettere con essa molto poco, perché il desiderio di non avere sopra di noi nemmeno Dio è incancellabile, e la conseguente volontà di emergere sopra gli altri è inarrestabile. Questo è per l'appunto il peccato originale dal quale scaturiscono tutti gli altri.

Che fare? Ci arrendiamo e come i discepoli di Gesù facciamo finta di non capire, tanto l'istinto è più forte di noi? No. Se non possiamo cancellare questo istinto, lo possiamo controllare, combattendo dovunque ci troviamo a vivere i sentimenti che lo nutrono, in modo da dominarli o almeno devitalizzarli, scaricandone l'energia. L'apostolo Giacomo li indentifica come: "gelosia e spirito di contesa". Lo spirito di contesa è la smania di arrivare primi e di salire più in alto. La gelosia è lo sguardo oscuro verso chi ci sembra avere chances per passarci davanti, o è effettivamente avvantaggiato.

Ma perché combattere questi sentimenti? Perché da essi vengono le guerre e le liti che sono in mezzo a noi: in famiglia, nel condominio, nel posto di lavoro, tra gli amici, in parrocchia. Quando ci ricordiamo che Gesù ci chiede di seguirlo non nel farsi servire, ma nel servire, non dobbiamo pensare a imprese eroiche, ma ai mille gesti quotidiani che impediscono allo spirito di contesa e alla gelosia di raggiungere livelli troppo alti, oltre i quali scattano le guerre.

Fonte:http://www.paoline.it

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