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FIGLIE DELLA CHIESA, Lectio XXV Domenica del Tempo Ordinario

XXV Domenica del Tempo Ordinario
 Lun, 17 Set 18  Lectio Divina - Anno B

“Dio ci ha chiamati mediante il Vangelo, per entrare in possesso della gloria del Signore nostro Gesù Cristo”, così il canto al Vangelo di questa XXV Domenica del Tempo Ordinario ci fa cantare e ci porta al cuore della nostra chiamata che conduce al possesso della gloria del Signore. La nostra è dunque una chiamata alla gloria, non al dolore e alla tristezza, non alla penitenza e al pianto, come troppo spesso viene definito il cristianesimo, ma un cammino che conduce alla gloria, quella che il Signore ha già preparato per noi. Dov’è allora l’ostacolo? Come mai questo annuncio di gioia è troppo spesso frainteso? Nella pericope evangelica Gesù smaschera il falso desiderio che abita ciascuno di noi e ci conduce ad ambire a una gloria effimera, fallace, che altro non fa che renderci più poveri, più soli, più tristi. L’uomo è alla ricerca della gloria terrena che lo coinvolge in uno sfrenato arrivismo che arriva a giustificare anche la sopraffazione e la prevaricazione pur di raggiungere un obiettivo falso. S. Giacomo nella seconda lettura, con la sua spiccata chiarezza, ci pone di fronte il vero scenario nel quale viviamo: “gelosia e spirito di contesa, c'è disordine e ogni sorta di cattive azioni”, indicandone chiaramente quali conseguenze questo comporta: “Da dove vengono le guerre e le liti che sono in mezzo a voi? Non vengono forse dalle vostre passioni che fanno guerra nelle vostre membra? Siete pieni di desideri e non riuscite a possedere; uccidete, siete invidiosi e non riuscite a ottenere; combattete e fate guerra…”. E quanto la descrizione di duemila anni fa rispecchi la situazione in cui viviamo è sotto i nostri occhi!

Con l’abilità che lo contraddistingue, Gesù comprende il disagio dei discepoli che cercano di soddisfare i grandi desideri del cuore con un cibo che non sazia e li conduce a riconoscere qual è il vero modo per giungere a quella gloria che è già stata preparata per loro. Così come ai discepoli, anche a noi è donata l’opportunità di riconoscere qual è il cammino che ci conduce alla realizzazione di quella gloria che tutti desideriamo e che il Signore non mortifica, ma appaga. Il Vangelo di questa domenica ci viene allora offerto come medicina ai nostri tanti arrivismi e manie di potere che abitano costantemente il nostro cuore.

v.30 – 31a: «Partiti di là, attraversavano la Galilea, ma egli non voleva che alcuno lo sapesse. Insegnava infatti ai suoi discepoli» La lettura corsiva del vangelo di Marco in questa domenica prevede un taglio abbastanza rilevante e omette la narrazione della trasfigurazione e della guarigione dell’indemoniato epilettico, che ne costituiscono un contesto importante, senza il quale si rischia di falsare l’interpretazione del brano proposto. Nella scorsa domenica, infatti, abbiamo sentito risuonare il “Va dietro a me, Satana” che Gesù rivolge a Pietro e la conseguente convocazione della folla a cui Egli dà i criteri della sequela.

Subito dopo, il cuore dei discepoli fedeli è riscaldato con la manifestazione gloriosa del Signore che tuttavia conduce ad un’ulteriore cocente sconfitta dei discepoli, incapaci di guarire l’indemoniato. Quando partono dal luogo della guarigione dell’epilettico vivono in un faticoso stato d’animo che ci fa intravedere un clima pesante. E in tutto questo c’è ancora quest’ordine del Maestro di non dire a nessuno dove va, che i discepoli proprio non capiscono! È una situazione a noi molto familiare: nella relazione con il Signore ci capita anche abbastanza di frequente di non comprendere cosa sta facendo nella nostra vita e per quale motivo ci chiede cose che volentieri vorremmo evitare.

La ragione del silenzio è però spiegata dall’evangelista: “insegnava, infatti…”! Gesù vuole rimanere nell’anonimato non perché ha un piano o ha timore di qualcosa, ma perché sa che per istruire i suoi ha bisogno di staccarli dalla frenesia in cui si sono cacciati, dalla smania di diventare presto grandi, con questo Messia che fa miracoli. E forse è quanto ha fatto o sta facendo nella nostra vita concreta: tirarci via dalla frenesia in cui ci siamo cacciati, che ci impedisce di riconoscere le vere motivazioni per cui vale la pena spendersi.

v.31b – 32: «…diceva loro: “Il Figlio dell'uomo viene consegnato nelle mani degli uomini…”. Essi però non capivano queste parole e avevano timore di interrogarlo». Anche i discepoli scelgono la via del silenzio, ma evidentemente è diversa la motivazione. Alla base della nostra incapacità di accogliere le parole del Signore e di fidarci di Lui, c’è la paura che amplifica le nostre normali difese. Stupisce sempre tanto la sottolineatura degli evangelisti sull’incomprensione dei discepoli. Per la verità Gesù non sta dicendo cose che richiedono ragionamento o particolari competenze per poter cogliere il senso. Egli dice con chiarezza che lo uccideranno, ma che questa morte non è l’ultima parola sulla sua vita, perché succederà qualcosa di sconvolgente che darà un significato diverso alla sua vita…ma i discepoli non capivano.

C’è un linguaggio che pur essendo comprensibile nella forma, non arriva al cuore e non produce nessun effetto ed è quello che comunica agire e criteri che non condividiamo o che addirittura fuggiamo. Questo meccanismo è il più comune nella relazione con il Signore, in quanto il suo modo di vivere, i suoi criteri, le sue scelte non sono quelle che vorremmo noi. In questa ottica si comprende anche perché i discepoli non chiedono spiegazione: hanno capito benissimo che cosa succederà, ma non hanno nessuna intenzione di accogliere questa verità che li spaventa, li destabilizza. La via migliore è non fare domande, assicurandosi la possibilità di rimanere con le proprie idee, portare avanti i propri progetti e non compromettersi. È una malattia che colpisce anche la nostra vita spirituale, con il rischio di anestetizzarci.

v.33 – 34a: «Giunsero a Cafàrnao. Quando fu in casa, chiese loro: "Di che cosa stavate discutendo per la strada?". Ed essi tacevano». È bellissima questa tenacia di Gesù! Questi pochi versetti ci mostrano che Egli non rimane nella tristezza perché ai suoi non gliene importa nulla che morirà, non si ferma a compiangersi e a recriminare, come siamo soliti fare noi, ma è totalmente proiettato verso l’attenzione all’altro, l’attenzione ai suoi per i quali è disposto a morire, senza contraccambio. Se ci pensiamo bene, questo atteggiamento di Gesù è davvero destabilizzante! Per quanto possiamo sforzarci, non siamo capaci di vivere questo distacco dal contraccambio, che al contrario diventa la nostra cartina tornasole. Il Suo segreto sta nel sentirsi amato dal Padre: Egli sa che la fonte da cui trarre l’amore necessario per la sua vita non è nel compiacimento dei suoi amici, ma il cuore del Padre e in questo cuore impara ad amare ciascuno con una enorme libertà. È questo Amore che libera il cardine della sua vita e delle sue scelte.

v.34b: «Per la strada infatti avevano discusso tra loro chi fosse più grande».Il silenzio dei discepoli ha un grave motivo che ci mostra come il miracolo che il Signore ha fatto nella pericope precedente dell’indemoniato epilettico, che era sordo e muto, è figura della condizione spirituale dei discepoli e della nostra.

La discussione su chi è il più grande “è il motivo per cui, ascoltando la Parola, non intendono, e, interrogati, non rispondono. Lo spirito sordo muto, comune a tutti per il peccato, si esprime nel protagonismo, criterio supremo di azione di chi non si sente amato, non si ama e non ama. Per esso l’uomo sacrifica la propria vita agli idoli dell’avere, del potere e dell’apparire di più, distruggendo la propria realtà di Figli di Dio. Quando si litiga e si discute, anche all’interno della Chiesa, non è mai per amore della verità. Per questa si ricerca, si ascolta, si comunica e si dialoga. Questo desiderio mette ciascuno in lotta con sé e con gli altri, e disgrega la comunità” (S. Fausti).

v.35a: «Sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro…» Il momento è solenne perché Gesù sa che questo è proprio il cuore del nostro problema, per cui la narrazione si rallenta e descrive ogni movimento dandogli un valore sacramentale. La prima azione che il Signore fa è sedersi, in un clima che possiamo immaginare molto pesante, data la gravità della situazione. Il sedersi è l’atteggiamento del Maestro che vuole comunicare un insegnamento particolarmente importante e per questo dopo essersi seduto, chiama i Dodici. È la terza chiamata descritta dall’evangelista Marco nella quale è mostrata la vera identità degli apostoli e dunque la vera identità di ciascun credente. Nei nomi che Gesù chiama c’è anche il nostro: anche a noi che non ci sentiamo amati e non ci amiamo, è chiesto di sederci ai piedi del Signore per ascoltare la nuova legge che ci salva.

v.35b: «Se uno vuole essere il primo, sia l'ultimo di tutti e il servitore di tutti» È il segreto di Gesù! Con una incredibile tenerezza, tra lo stupore dei discepoli (e nostro) che si aspettavano un rimprovero solenne, Gesù ci spiega come fa a vivere nella libertà di amare tutti e ciascuno. È incredibile soffermarsi a contemplare il cuore di questo nostro Dio e vedere come Egli non rinnega il desiderio che abbiamo di primeggiare, perché sa che ci appartiene per il fatto stesso che siamo umani. La sua azione è orientare questo desiderio per farci diventare veri uomini liberi e felici, indicando che il modo di appagare questa sete di protagonismo è l‘“agere contra”, ossia agire all’opposto in fatto di Amore. Il desiderio non è condannato, è al contrario riconosciuto come valido e ne viene indicato come realizzarlo pienamente facendo il contrario di quello che umanamente si potrebbe pensare: vuoi essere il primo? Ok, allora mettiti nella condizione di essere ultimo e di non contare nulla! Possiamo pensare che i discepoli siano rimasti ancora più sconcertati, sentendo le resistenze che si scatenano immediatamente nel nostro cuore al solo pensiero di essere all’ultimo posto, di essere considerati ultimi. Infatti questo è possibile solo se si è fatta esperienza di essere amati di un amore enorme, come è l’esperienza di Gesù nei confronti del Padre.

v.36 – 37: «E, preso un bambino, lo pose in mezzo a loro e, abbracciandolo, disse loro: "Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato"» Anche in questi versetti la scena è rallentata e Gesù, per rendere più chiaro il messaggio annunciato, prende un bambino, lo mette nel centro perché tutti lo vedano e lo abbraccia: questo è il modello dei discepoli e nostro. Oltre alla sua vita, il Signore lascia ai credenti come immagine di sequela un bambino, che agli occhi dei discepoli era davvero l’ultimo. I bambini infatti nella cultura ebraica del tempo erano considerati nulla e non avevano, come le vedove, nessuna attenzione e nessuna stima.

“Il bambino è l’uomo non realizzato, ultimo di tutti. Insufficiente a sé e bisognoso degli altri, è ciò che gli altri ne fanno. Riceve tutto ciò che fa ed è vivendo di dono e di accoglienza gratuita. E lo fa con semplicità, perché si sente amato” (S. Fausti). Ecco la meta che Gesù ci propone: smettere di preoccuparci e di affannarci a diventare il primo e come un bambino tra le braccia della sua mamma, vivere dell’amore che con la sua vita, morte e risurrezione, il Signore ci ha già donato.

Fonte:figliedellachiesa.org

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