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p. José María CASTILLO, "IL FIGLIO DELL’UOMO VIENE CONSEGNATO SE UNO VUOLE ESSERE IL PRIMO, SIA IL SERVITORE DI TUTTI"

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XXV TEMPO ORDINARIO – 23 settembre 2018 - Commento al Vangelo
IL FIGLIO DELL’UOMO VIENE CONSEGNATO SE UNO VUOLE ESSERE IL PRIMO, SIA IL SERVITORE DI TUTTI

di p. José María CASTILLO

Mc 9, 30-37
[In quel tempo Gesù e i suoi discepoli] attraversavano la Galilea, ma egli non voleva che alcuno lo sapesse. Insegnava infatti ai suoi discepoli e diceva loro: «Il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma, una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà». Essi però non capivano queste parole e avevano timore di interrogarlo.
Giunsero a Cafàrnao. Quando fu in casa, chiese loro: «Di che cosa stavate discutendo per la strada?». Ed essi tacevano. Per la strada infatti avevano discusso tra loro chi fosse più grande. Sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro: «Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti».
E, preso un bambino, lo pose in mezzo a loro e, abbracciandolo, disse loro: «Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato».
Il contrasto tra Gesù e gli apostoli (i Dodici) è forte, il più forte che si possa immaginare; quando Gesù sta parlando loro della tragica fine che lo attende, essi non capiscono nulla, non si rendono conto di una cosa così chiara e poi non vogliono capire, perché sentono paura nel chiederglielo. Gli apostoli hanno paura dell’evento centrale del Vangelo. E gli esperti nella storicità dei vangeli spiegano che questo è dovuto succedere con queste modalità, non è potuta essere una cosa capitata a Marco nel comporre il suo vangelo. Perché?
Perché in questo caso gli apostoli ci fanno una brutta figura; non si rendono conto di nulla, hanno paura, sono codardi e, al colmo, proprio quando Gesù sta dicendo loro che la sua vita finirà come finiscono gli ultimi di questo mondo (processati, condannati e giustiziati come maledetti), gli apostoli si mettono a discutere con la pretesa di essere loro i primi. Quegli uomini pensavano all’opposto di come pensava Gesù. Ed aspiravano proprio al contrario di quello che stavano vedendo e vivendo, cioè il cammino che faceva Gesù. Era evidente che Gesù si era posto accanto agli ultimi di questo mondo e li aveva difesi provocatoriamente. Per questo è finito come è finito. La discussione degli apostoli, tuttavia, è su chi fosse il primo, il più importante.
Questo fa pensare. Quando questo vangelo fu scritto, gli apostoli erano noti nelle comunità ecclesiali. I Dodici erano famosi: erano i testimoni ufficiali della resurrezione di Cristo (1Cor 15,5), rappresentavano le dodici tribù del “nuovo Israele” (Mt 19,28; Lc 22,30; At 26,7; Ap 21,12), era noto il loro modo di vivere e di lavorare (1Cor 9,4-5). E sorprende che di questi uomini, ai quali tanto doveva la Chiesa nascente, i vangeli non hanno avuto la minima difficoltà nel raccontare tutte le loro ignoranze, codardie, paure e contraddizioni. Il Vangelo ci dice quindi che per la Chiesa il meglio non è la buona immagine dei suoi capi, ma la verità e la trasparenza che ognuno vive nella sequela di Gesù.

Fonte:www.ildialogo.org

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