ARCHIVIO PER RICERCHE N. OMELIE 16200

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Padre Paolo Berti, “Se uno vuol essere il primo, sia l'ultimo di tutti e il servitore di tutti”

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XXV Domenica del T. O.        
Mc 9,30-37 
“Se uno vuol essere il primo, sia l'ultimo di tutti e il servitore di tutti”

Omelia 

Gesù attraversò la Galilea facendo in modo che nessuno se ne accorgesse, non volendo che si producessero attorno a lui clamori, osanna, al pensiero che andasse andando a Gerusalemme per esservi incoronato re. Il Messia non poteva rimanere lontano da Gerusalemme poiché là doveva insediarsi per regnare, ma ciò sarà con una corona regale ben diversa da quella che pensavano gli uomini, perché sarà di spine. Indosserà come un re una veste di porpora, ma la porpora sarà il suo sangue. Salirà su di un trono, ma il trono sarà una croce. Gli sarà dato lo scettro del comando, ma non da un'acclamazione degli uomini, bensì dal Padre che gli darà ogni potere in cielo e in terra, poiché egli gli ha obbedito sempre.
Il pensiero di un'acclamazione di Gesù a re ormai aleggiava tra la gente (Gv 6,15) e anche i discepoli ne erano sedotti, per questo Gesù presentò loro una seconda volta (Mc 8,31) la sua imminente passione, morte e risurrezione. Egli non eserciterà la sua potenza di Figlio di Dio, ma rimarrà nella debolezza del "Figlio dell'uomo". Non bisognava aspettarsi che Gesù si desse una vita d'eccezione, una vita da re, piena di trionfi ed aureole di luce. No, Gesù non è venuto per darsi una vita d'eccezione, ma per abbracciare in tutto, fuorché nel peccato, la nostra condizione umana. Egli, il Figlio di Dio, volle vivere da “Figlio dell'uomo”.
I discepoli non comprendevano, dice l'evangelista. Il perché di questo non comprendere ci viene detto dalle parole che Gesù rivolse agli avviliti discepoli di Emmaus (Lc 24,25s): "Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?". Dunque, i discepoli non comprendevano perché avevano il cuore stolto e lento . Indubbiamente avevano inteso che a questo mondo per essere odiati basta dire la verità, ma, ecco, il loro pensiero era che il Cristo poteva annientare quelli che l'odiavano con un semplice moto di quell'onnipotenza che dimostrava di avere nei miracoli. La stoltezza e lentezza di cuore dei discepoli era la convinzione che la reazione contro un avversario doveva essere in termini di rivalsa, di reazione dura. La stoltezza del loro cuore era quella di omologare al loro cuore quello di Cristo, invece di adeguare il loro a quello del maestro. La loro lentezza di cuore era la mancanza d'agilità nel comprendere l'Amore. Gesù è misericordioso, non inchioda i discepoli alla loro stoltezza, ma invece li cura con illimitata pazienza; come cura ciascuno di noi con illimitata pazienza. Posto un Messia vincente e in cammino verso l'incoronazione, per loro era già il momento di stabilire chi fosse il più grande. Già si preparavano a gestire gli onori, pensando di sapere come sarebbe finita, cioè con un grande trionfo a Gerusalemme, anche se lui parlava di morte. La cosa che li prendeva era quella di mettere in chiaro chi fosse il più grande tra di loro. Andrea, che con Giovanni aveva per primo riconosciuto Gesù e dato la notizia a Pietro era da considerarsi il primo; o Pietro che aveva ricevuto parole straordinarie da Gesù? E Giovanni? Aveva i suoi diritti; ed ecco la madre dei figli di Zebedeo, cioè Giovanni e Giacomo, correre da Gesù per dare una bella sistemazione ai suoi figli: uno alla sua destra e uno alla sinistra del re.
Divisione del potere, dunque, e questo per giunta senza l'interessato. Da qui la vergogna nel vedersi scoperti. Ma questo fatto mette in luce come Gesù non si era scelto i migliori del mondo, né si era allevato dei fanciulli, pian piano. Aveva preso del materiale rozzo per far sì che tutti - anche noi - si sentano oggetto della sua volontà santificatrice.
Con grande pazienza, dunque, prese un bambino e lo pose in mezzo a loro, affinché giungessero a percepire il suo divino cuore, il suo volto interiore.
Il bambino accolto nel nome di Gesù fa sì che chi lo accoglie vede in quel bambino un riflesso della mitezza, dell'innocenza, della bontà di Gesù. E così accogliendo quel bambino accoglie lui, Gesù; così come chi accoglie lui, vede in lui, immagine del Padre, il volto del Padre.
A questo punto non ci resta che predisporci all'esperienza. Non ci resta che accogliere un puero nel nome di Gesù. Un puero, perché un fanciullo di oggi è già tutto elettrizzato dalla tv e dai giochi tra i quali i genitori lo lasciano solo. Dunque, guardando un puero sentiamo affiorare in noi un disagio profondo, così come avvenne per i discepoli scoperti nella loro discussione sul più grande. Disagio profondo per non ascoltare il Maestro come un puero che assorbe incantato i modi e le parole di papà e mamma. Vergogna per avere scartato Gesù dai nostri progetti. Vergogna di avere discusso e ridiscusso tra di noi chi sia il più bravo.
E così, abbiamo misconosciuto quel Cuore che non si indurì mai, che di fronte ai nemici si dilatò nell'amore; quel Cuore serrato dai tormenti, non si indurì, ma raggiunse vertici inimmaginabili d'amore. "Mettiamolo alla prova con insulti e tormenti, per conoscere la mitezza del suo carattere e saggiare la sua rassegnazione" dissero gli uomini e la risposta fu risposta di immisurabile amore.
Guardando un puero abbiamo accesso alla dolcezza di Gesù, alla voglia di vivere la sapienza che viene dall'alto di cui parla Giacomo: quella sapienza che è "anzitutto pura (cioè che non cade in compromessi inquinanti con la sapienza del mondo: carnale, diabolica); poi pacifica, mite arrendevole, piena di misericordia e di buoni frutti, senza parzialità, senza ipocrisia". E sul confronto con un bimbo Gesù ci ritornerà presentandolo come un modello da cui non si può prescindere (Mc 10,15): "In verità io vi dico: chi non accoglie il regno di Dio come lo accoglie un bambino, non entrerà in esso".
Accogliendo Gesù si accoglie pure il Padre, perché Gesù è l'immagine del Padre. I discepoli videro presentarsi loro non più il Dio del Sinai di tremenda maestà, il Dio che si era presentato in tutta la sua assoluta trascendenza, ma Dio che si rivelava Padre misericordioso, che in un amore senza limiti aveva mandato il suo Figlio nel mondo. Il Figlio del Padre, nato nel tempo nel grembo verginale di una donna. Il Figlio che ha assunto un’umanità quale veste di pietà per noi. Il Figlio datoci come sommo sacerdote e nello stesso tempo quale vittima di espiazione dei nostri peccati.
Gli apostoli intesero, poi la pesantezza li riprese. Così, quando Pietro vide il Maestro che stava per essere arrestato nell'orto degli ulivi credette che la sua logica umana coincidesse con quella di Gesù e sguainò la spada, ma Gesù gli disse (Gv 18,11): "Rimetti la spada nel fodero: il calice che il Padre mi ha dato, non dovrò berlo?”. Gesù avrebbe vinto con l'amore. E il Cristo ha vinto, ed è stato costituito dal Padre giudice dei vivi e dei morti, e come giudice condannerà i suoi nemici, cioè quelli che avranno rifiutato la somma, della somma, della somma, del suo amore. Per essere odiati dal mondo basta dire la verità, cioè spezzare la congiura delle apparenze; ma occorre anche molto amare se non si vuole che un'ombra di quell'odio ci investa. Se si vuole vincere l'odio e farlo fuggire dai cuori, come fuggono le tenebre di fronte alla luce, bisogna amare. Il nostro mondo! Povero mondo, stupefacente nelle sue conquiste tecniche, ma poco saggio nelle ricadute ambientali. Il nostro mondo, sempre più buio nei comportamenti. Povero mondo dove si vuole portare la pace con le armi, con sbrigativi aiuti economici. Povero mondo che non conosce la pace di Cristo, cioè quella pace che nasce dalla certezza che Dio non ci lascerà delusi. "Il soccorso gli verrà", dicono beffardamente gli empi, pensando che nessuno sottrarrà il giusto dalle loro mani violente; ma il giusto vincerà, trionferà e sarà sottratto dalle loro mani perché esse non potranno toccare l'anima, nella quale rimarrà la pace; una pace non superficiale, ma profonda, stampata nel centro dell'anima. Giacomo ci presenta i risultati del mondo, animato dall'invidia e dal voler prevalere. Una vera anticamera dell'inferno: (Gc 4,2): "Siete pieni di desideri e non riuscite a possedere; uccidete, siete invidiosi e non riuscite a ottenere; combattete e fate guerra!”. Ma (Gc 3,18): "per coloro che fanno opera di pace viene seminato nella pace un frutto di giustizia". Un “frutto di giustizia!” Un frutto che rimane; una ricompensa che nessuno potrà impedire; un possedere un frutto che sarà dato da Dio come eterno premio, e il frutto è lui stesso. Amen. Ave Maria. Vieni, Signore Gesù.

Fonte:http://www.perfettaletizia.it

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