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don Enzo Pacini, "Dio ascolta il grido di chi soffre. E noi?"

Dio ascolta il grido di chi soffre. E noi?
Domenica 28 ottobre- XXX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO. «Rabbunì, che io veda di nuovo!».

24/10/2018 di Enzo Pacini Cappellano del carcere di Prato
È una sorta di icona quella che ci viene presentata dalla prima lettura di questa domenica (Ger 31,7-9), un’immagine epica, quella del ritorno dall’esilio del popolo salvato, dal sapore pasquale che ci ricorda l’epopea dell’esodo e che viene riproposta anche da altri profeti (cf. Is 66,20; Ez 34,16). E’ un immagine non esclusivamente sociologica, come il «quarto stato» nel celebre quadro di Pellizza da Volpedo, ma teologica perché ci fa conoscere un importante tratto del volto di Dio, colui che libera il suo popolo.

Per cui, parafrasando l’ inno liturgico «Ubi caritas», potremmo dire che laddove un popolo è oppresso lì c’è Dio, laddove un popolo aspira alla vita, alla libertà, lì c’è Dio. E come accade in altre circostanze simili, questa icona parla di Dio al di là della coscienza che ne ha il soggetto. Nell’ottica cristiana il sofferente ha incisa nella sua carne la somiglianza col Crocifisso anche se personalmente non ne ha consapevolezza, si tratta di una realtà che riguarda il suo essere più profondo; così il povero, l’oppresso, ha questa relazione con Dio al di là della propria bontà personale o meno.

Perciò anche tutto il movimento di popoli che vediamo dinanzi ai nostri occhi, ha qualcosa da dirci, deve, o dovrebbe, provocare una domanda in noi, non le risposte sbrigative che sentiamo a ogni piè sospinto, liquidare il tutto come se si trattasse di viaggi o crociere di piacere, quando non di assalti di forze primitive e caotiche, quasi subumane, al nostro mondo evoluto e di caratura superiore. Dio ha a che fare con tutto questo, ci piaccia o no. Altrimenti perché cantiamo nella notte di Pasqua che Dio «ha gettato nel mare cavallo e cavaliere?»(Es 15,1) e che,secondo la Vergine, Egli «ha rovesciato i potenti dai troni e innalzato gli umili?» (Lc 1,52).

Questo non vuol dire avere gli occhi foderati di prosciutto o avere pensieri da anime belle sulla bontà dei poveri. Don Milani lo aveva chiaro nella sua «lettera a Pipetta» quando affermava che «il giorno che avremo sfondata insieme la cancellata di qualche parco, installata insieme la casa dei poveri nella reggia del ricco... quel giorno io ti tradirò. Quel giorno io non resterò là con te. Io tornerò nella tua casuccia piovosa e puzzolente a pregare per te davanti al mio Signore crocifisso».

Dio è sempre oltre, non è data a nessuno la patente di rivoluzionario a tempo indefinito, poiché spesso, se non sempre, il rivoluzionario si trasforma a sua volta in oppressore. E’ comunque giusto ricordare come con quanta facilità, a differenza di Dio, si tende a non ascoltare il grido di chi soffre, con le più varie motivazioni. Il cieco grida a Gesù, come vediamo nel Vangelo di oggi (Mc 10,46-52) ma la gente cerca di farlo tacere: perché aggiungere questa azione di ostacolo a uno che già dei gravi problemi? La legge di Mosè obbliga a «non mettere inciampo davanti al cieco» (Lv 19,14) ma zittirlo non è la stessa cosa? E’ facile digerire le difficoltà altrui, incorniciare in un sistema le più grosse ingiustizie e stupirsi: «perché mai alzi la voce?» , «perché non accetti il tuo destino?», «perché non te ne stai a casa tua?». Anche gli occhioni dei bambini affamati fanno molta meno tenerezza quando te li trovi davanti casa, quando si battono per il diritto di uscire dal proprio recinto. Allora i recinti si fanno, si nega assistenza, si lesinano diritti, si agita come una spada di Damocle lo spettro di una diversità inconciliabile, ma rischiando anche di trovarsi dalla parte opposta rispetto all’operato di Dio.

Fonte:www.toscanaoggi.it

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