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don Enzo Pacini, "Il matrimonio secondo Gesù"

Il matrimonio secondo Gesù
Domenica 7 ottobre - XXVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO. «L’uomo non divida quello che Dio ha congiunto»

03/10/2018 di Enzo Pacini Cappellano del carcere di Prato
La liturgia della parola ci presenta oggi la celebre controversia di Gesù con i farisei sulla questione del ripudio (Mc 10,2-16) alla quale è affiancato il brano della prima lettura (Gen 2,18-24) come una sorta di fonte normativa. Tutto il dibattito, in realtà, va molto oltre il problema specifico per toccare il senso stesso del rapporto del credente con il testo sacro. Gesù Cristo, infatti, pone un’alternativa fra la parola di Mosè, scritta per la durezza del cuore umano, e l’originario disegno di Dio.

Il problema è che entrambe le posizioni sono presenti nella stessa Scrittura: la narrazione di Genesi viene sceverata nelle sue conseguenze pratiche da Dt 24,1 che prevede la possibilità del ripudio in caso di contrasto fra i coniugi. Si tratta di una parola della Torah esattamente come l’altra, ma che evidentemente, a detta di Gesù, non traduce e non comunica la reale volontà di Dio, è in qualche modo inquinata, magari a fin di bene, a causa della durezza dell’ascoltatore incapace di porgere il proprio orecchio con piena disponibilità. Si tratta di una frattura non da poco.

Sappiamo bene che la parola di Dio è sempre mediata dalla parola umana, limitata per definizione, come pure è limitato il nostro orecchio; del resto è Cristo stesso la parola finale e definitiva, anche se essa pure racchiusa dal limite della natura umana e del suo linguaggio. Allora sarà necessario un cambiamento profondo nel nostro modo di ascoltare. Agostino diceva che solo l’uomo nuovo può cantare il cantico nuovo (Serm. 34); potremmo dire anche che solo l’uomo nuovo può ascoltare una parola nuova (cf. Mc 1,27), per non rischiare di vedere il Cristo semplicemente come un restauratore, un rigorista che propone ideali irraggiungibili e porta a ribattere come in Mt 19,10-11 «se questa è la condizione dell’uomo rispetto alla donna, non conviene sposarsi». Gesù risponde che non tutti possono capire, tranne coloro ai quali è dato.

In che senso tutto ciò può essere compreso? E’ un caso, una scelta divina imponderabile? Oppure è questo termine, il «dato» che fa la differenza? Spesso è difficile spiegare a un’altra persona le ragioni di un’importante scelta di vita. Perché sei diventato prete? Perché ti sei innamorato proprio di quella persona? Perché hai speso la tua vita in quell’impegno? A volte mancano le parole per esprimere tutto ciò, tranne che è qualcosa che ci è «dato», da Dio, o dalla vita stessa, qualcosa che richiede il silenzio dell’inesprimibile, più grande di tutte le parole. Così la parola nuova di Cristo diventa comprensibile: non è nella concatenazione delle convenienze, nell’assimilazione delle norme, nella rigidità della lettera che posso trovare il senso. La voce dello Spirito padroneggia l’inesprimibile, anzi è essa stessa gemito che solo il Padre comprende (cf. Rm 8,26) ma può rendermi ascoltatore dall’orecchio rinnovato.

Allora il punto di partenza potrebbe essere proprio questo: cosa mi è stato dato? Cosa significa vivere le persone, gli eventi, i momenti della vita come qualcosa che è posto nelle mie mani? Potrebbe cambiare la visuale nei rapporti quotidiani con me stesso e gli altri? Come percepisco il mio coniuge, le persone a me affidate per servizio, lavoro, volontariato a partire da questo «dato»? Non significa forse fare «eucarestia» a partire da tutto ciò, una celebrazione quotidiana che ha in quella domenicale «il culmine e la fonte» (SC 10)?

Cappellano del carcere di Prato

Fonte:www.toscanaoggi.it

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