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don Enzo Pacini, "La tentazione di essere i primi"

La tentazione di essere i primi
Domenica 21 ottobre - XXIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO. «Il figlio dell’uomo non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto di molti»

17/10/2018 di Enzo Pacini Cappellano del carcere di Prato

Nel brano evangelico di questa domenica (Mc 10,35-45) possiamo cogliere una dissonanza, fastidiosa e penetrante come lo scricchiolio del gesso sulla lavagna, cosa non nuova e presente in varie pagine della Scrittura, ma stavolta conclamata, espressa a piena voce senza ritegno: vogliamo il posto assicurato. Non è lo sdegno scaturito dall’annuncio della passione in nome di un Messia politicamente corretto (cf. Mc 8,32), neppure il chiacchiericcio nascosto di manovre sottobanco per assicurarsi un qualche scampolo di eredità (cf. Mc 9,33), ma il colpaccio, l’asso calato sul banco, il bluff del giocatore.

Da questo punto di vista potremmo notare un certo parallelismo con i racconti della tentazioni di Cristo in Matteo e Luca (non in Marco che è estremamente stringato nel suo racconto). Anche lì assistiamo a una progressione nella strategia del maligno: da suggerimenti rivestiti da una patina di plausibilità, perfino di religiosità, alla richiesta esplicita di essere adorato in cambio delle ricchezze (cf. Mt 4,1-11); in questo caso, invece, sono i discepoli ad essere tentati in quel deserto che a loro appare in questo momento la vicenda del Maestro, con la loro incapacità di accogliere la discesa del Messia nello svuotamento di sé stesso e soprattutto di assumere il suo metro di giudizio, cioè che il più piccolo è il più grande.

E’ inutile nascondersi dietro un dito: è uno scoglio per il credente di ogni tempo, sempre pronto a volgere il suo sguardo altrove piuttosto che a questo punto nodale, vale per la Chiesa di allora come di oggi, alle prese con dissidi al suo interno, giochi di potere, manovre di ogni genere per assicurarsi qualche misero premio di consolazione, anche meno del regno, un titolo o una nomina. Gesù Cristo non solo non si presta alla manovra dei discepoli ma gliela rovescia contro: nel tentativo di scambio fra calice e ricompensa (intanto diciamo di sì, assicuriamoci la caparra, poi si vedrà) egli assicura proprio il calice, la partecipazione alla sua vicenda, mentre nessuna caparra è assicurata: il regno continua ad essere degli ultimi, per i quali è stato preparato, questa legge fondamentale non può essere in nessun caso sovvertita.

Giacomo e Giovanni apriranno e chiuderanno la testimonianza apostolica, il primo nel sangue e l’altro nella fatica di una lunga vita di «costanza e tribolazione» (cf. Ap, 1-9). E’ interessante questo versetto all’inizio dell’Apocalisse, dove Giovanni , finalmente, si presenta innanzitutto come fratello e compagno in questa tribolazione, è diventato capace di piangere con chi piange e gioire con chi gioisce (cf. Rm 12,15), non è più l’impetuoso «figlio del tuono» (cf. Mc 3,17) pronto a sparare a destra e a manca (cf. Lc 9,54) e brigare per un posto al sole. E come non ricordare Giacomo che diventa il prototipo del pellegrino nel cammino verso Compostela? Chi ha camminato lungo quei sentieri non può dimenticare gli spazi e i cieli sfolgoranti o imbronciati ma sempre immensi, e le persone che si incontrano, stranieri o residenti, sempre pronti a dare una mano, una bottiglia d’acqua, un’indicazione. Fino ad arrivare all’abbraccio dell’apostolo, una reliquia barocca e preziosa, ma circondata da un popolo maleodorante di scarpe e sudore, immagine quanto mai adatta che ci dice, ancora una volta, che non esiste gloria che non passi per la polvere delle nostre strade, la via che Cristo ha battuto.

Cappellano del carcere di Prato

Fonte:www.toscanaoggi.it/

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