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Don Marco Ceccarelli, "Un cieco che ci vede"

XXX Domenica Tempo Ordinario “B” – 28 Ottobre 2018
I Lettura: Ger 31,7-9
II Lettura: Eb 5,1-6
Vangelo: Mc 10,46-52
- Testi di riferimento: Sal 119,18; 146,8; Qo 3,11; 8,17; Is 6,9; 29,10-12.18; 35,5; 42, 42,6-7.16-20;
44,18; 49,6; Ger 29,13; Mt 15,23; Mc 8,17-25; 10,36; Gv 9,39-41; At 9,18; 26,18; Col 1,12-13; 1Pt 2,9

1. Il tema del “vedere” in Mc.
- Una educazione alla comprensione. Quello che si narra nel brano evangelico di oggi non è uno dei
tanti miracoli, un’ennesima dimostrazione del potere divino posseduto da Gesù per risanare gli uomini.
Il racconto serve piuttosto da metafora per descrivere il compimento di quel percorso educativo
(chiamiamolo così) che Gesù ha fatto con i suoi discepoli e che l’evangelista vuol fare con i suoi
lettori. Il “vedere” corrisponde al “capire”. Uscire dalla cecità, cioè vederci, è spesso inteso come il
ricevere una rivelazione (Sal 119,18). Per questo a volte il vederci è messo in parallelo con il sentirci
(cfr. Is 29,18; 32,3; 35,5). Interessante soprattutto a questo proposito il testo di Is 29,10-12 dove
il vedere è chiaramente una metafora per il “capire” la rivelazione divina. Dunque se uno non vede
è perché gli manca uno sguardo divino sulla realtà, ha un impedimento che non gli permette di vedere
“le meraviglie di Dio” nella storia (1Pt 2,9), per comprendere quello che Dio dice e fa (Is 6,9;
42,18-20; 44,18). La guarigione consiste nel rimuovere ciò che impedisce di vedere.
- Durante la lettura di Mc si è potuto notare come il nostro evangelista insista in modo particolare
sulla difficoltà che i discepoli hanno di comprendere, per esempio, la missione del loro maestro. Essi
sono dei ciechi di fronte a Gesù, anche se magari pensano di vederci bene. Si tratta di una durezza
che rende difficile la comprensione degli insegnamenti di Gesù e del significato dei suoi miracoli
(Mc 8,17-21; 9,32). Non è facile per essi giungere a vederci bene, nonostante tutte le opere di Gesù.
È qualcosa di simile a quel cieco descritto in Mc 8,22-26 che riacquista la vista gradualmente. In At
9,18 si dice che, quando Saulo riacquista la vista, gli cadono delle squame dagli occhi. La sua cecità,
iniziata con l’apparizione sulla via di Damasco, è simbolo di una più profonda, di quella sua incapacità
a riconoscere e comprendere l’opera di Dio. Anch’egli pensava di vederci bene, cioè di
aver capito la realtà di Gesù e dei suoi discepoli, ma in realtà non era così. Invece il personaggio del
Vangelo odierno mostra di vederci meglio degli altri, pur essendo cieco.
2. Un cieco che ci vede.
- Il cieco di Gerico diventa così figura del vero discepolo, del cammino che tutti i discepoli di Cristo
devono fare. Tale cammino parte dalla consapevolezza della propria cecità. Sapere di essere ciechi è
già vederci. Se uno sa di essere cieco cercherà la luce. Se uno sa di non sapere cercherà umilmente
di capire. Si può notare per esempio come la domanda “Cosa vuoi che io ti faccia?” che Gesù rivolge
a Bartimeo (v. 51) rifletta l’identica domanda che Gesù aveva fatto a Giacomo e Giovanni (Mc
10,36; vedi Vangelo di domenica scorsa). L’ironia sta nel contrasto fra i due atteggiamenti (infantile
quello degli apostoli e umile quello del cieco) e fra le due richieste (inopportuna la prima, opportuna
la seconda).
- La “vista” del cieco sta anche nel sapere a chi rivolgersi. Egli ha visto giusto nel capire che colui
che passava era il Messia che poteva guarirlo. Dio concede la sapienza a chi è già provvisto di sapienza.
È proprio del sapiente sapere dove si può trovare la sapienza e che essa può essere data solo
da Dio (Sap 8,21). In Mc c’è dunque questa sottile ironia nel contrasto fra i discepoli che vedono e
ascoltano Cristo eppure non comprendono, e il cieco che pur non vedendo e non ascoltando comprende
che in lui c’è la salvezza. Possiamo dire che solo chi riconosce di essere cieco sarà in grado
di vedere oltre, di riconoscere in Cristo l’inviato di Dio, il Servo, che viene ad illuminare le nazioni
con la sua dottrina (Is 42,6-7; 49,6). Gli apostoli che pensavano di vederci bene non hanno compre-
so. Però Cristo vincerà anche la cecità dei discepoli, i quali alla fine del vangelo sapranno che Cristo
li precede in Galilea dove lo vedranno (Mc 16,7). Nel momento in cui Gesù non sarà più visibile
ai loro occhi essi saranno in grado di vederlo. Solo chi è cieco al mondo può vederci bene per comprendere
il mistero di Cristo e attraverso di lui quello dell’esistenza umana. Per questo Gesù è venuto
nel mondo per un giudizio, affinché quelli che non vedono vedano e quelli che vedono diventino
ciechi (Gv 9,39).
- Un bambino del regno. Bartimeo attualizza quanto Gesù aveva detto riguardo ai bambini in 10,13-
15. Egli è veramente quel bambino che deve andare a Cristo, e che vuole andare a Cristo, per essere
istruito. Infatti molti lo sgridavano (come sgridavano i bambini in Mc 10,13) perché volevano impedirgli
di gridare, di importunare Gesù; ma insiste finché Gesù comanda che egli vada da lui. Questo
è ciò che significa “accogliere il regno di Dio come un bambino” (Mc 10,15); si tratta di accogliere
la luce che ci viene portata da Cristo, sapendo di non possederla in proprio. L’ostacolo più
grande per andare a Cristo è pensare di vederci bene. Per questo, come dice ancora in Gv 9,41, «se
foste ciechi non avreste peccato; ma siccome dite: “Noi vediamo”, il vostro peccato rimane».
- La fede e il gridare. Bartimeo può acquistare la vista perché già ci vede, cioè già crede in Gesù. La
fede è la vista. È questa “vista” che lo ha salvato. Infatti Gesù, a differenza del miracolo sul cieco di
Betsaida (8,22-26), non fa nulla su di lui. È la fede del cieco che lo ha salvato. Non tanto la fede nel
fatto che Gesù poteva guarirlo, ma la fede nella identità profonda di Gesù, in quanto “Figlio di Davide”,
cioè Messia. La prova di questa “vista”, di questa fede, è la sua insistenza nel gridare,
un’insistenza che costringe Cristo a fermarsi. Chi insiste è perché vuole veramente qualcosa, ed è
perché conosce da dove quella cosa gli può venire. Gesù sembra aspettare di vedere fino a che punto
veramente Bartimeo abbia fede. Lo lascia gridare, anche contro i rimproveri della gente; aspetta
che sia il cieco stesso a recarsi da lui. Gesù aspetta di vedere fino a che punto Bartimeo creda in lui;
fino a che punto egli voglia guarire. Gesù può guarirci da qualsiasi peccato. Ma se non c’è un vero
desiderio di guarire egli non farà nulla perché aspetta la nostra fede. E quello che manca di solito è
proprio il desiderio sincero di ricevere la guarigione, di uscire dal peccato. Magari la fede c’è, ma il
desiderio no. Per questo il desiderio si dimostra nell’insistenza con cui ci si rivolge a lui, come fanno
i bambini quando vogliono qualcosa. Anche in questo senso Bartimeo ha accolto il regno come
un bambino.
3. Il discepolato. Bartimeo rappresenta il vero cristiano, ciò che sono chiamati a fare i discepoli alla
fine del Vangelo. Bartimeo segue Cristo non tanto perché è stato guarito, ma perché è stato salvato
(v. 52). E chi si sente veramente salvato segue Cristo. Il discepolato nasce da una esperienza di salvezza
che comporta un riconoscimento del Salvatore che va al di là della mera guarigione. Tanti sono
stati guariti, ma non hanno seguito Cristo. Per tanti Cristo è un taumaturgo di cui bisogna servirsi,
ma non il Salvatore dell’intera esistenza a cui donare tutta la propria vita. L’incontro con Cristo
può nascere da un bisogno contingente; ma chi giunge veramente alla fede sa vedere al di là della
soluzione di quel problema occasionale. Sa vedere che Cristo è venuto a redimere l’intera esistenza
umana e non semplicemente rattoppare delle situazioni infelici. E chi trova in lui la salvezza continuerà
a seguirlo, e a seguirlo verso Gerusalemme (cfr. 10,32), nello stesso cammino della missione
di Gesù.

Fonte:http://www.donmarcoceccarelli.it

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