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FIGLIE DELLA CHIESA, Lectio XXVII Domenica del Tempo Ordinario

XXVII Domenica del Tempo Ordinario
 Lun, 01 Ott 18  Lectio Divina - Anno B

Il capitolo 10 del vangelo di Marco è interessante perché tenta, da una parte, di chiarire ulteriormente il concetto di sequela – che dal cap 8 in poi si va sempre più precisando come un viaggio verso la Croce – e, dall’altra, di applicarla a tre situazioni concrete: la relazione tra l’uomo e la donna nel matrimonio, il problema della ricchezza e dell’autorità (che troveremo nei vangeli delle prossime domeniche). Gesù si trova in cammino verso Gerusalemme. L’annotazione, di per sé non essenziale, inquadra però la domanda dei farisei e la risposta di Gesù nel contesto di quel cammino di avvicinamento a Gerusalemme, nel momento cruciale della vita di Gesù che sta per compiersi a Gerusalemme. I tre annunci della passione esplicitati, pongono il discepolo di fronte a quel passaggio che Gesù deve compiere e che diventa l’orizzonte in cui è veramente possibile la comprensione più profonda del suo annuncio, così come rende esplicite le esigenze della sequela

La citazione del passo della prima lettura odierna costituisce il punto di forza della risposta di Gesù ai suoi interlocutori riportata nel vangelo. Nel racconto della creazione, in cui non si vuole dare una spiegazione scientifica, ma del senso della creazione, l’uomo sta di fronte alla donna non semplicemente come una realtà complementare, ma reciproca. Il rapporto tra i due è visto nell’ottica dell’alleanza, dell’impegno scambievole delle due libertà.

v.2: La domanda non può non colpirci dal momento che la legge di Mosè ha dato una chiara risposta: ogni ebreo sposato poteva ripudiare la propria moglie presentandole un documento di divorzio; nel giudaismo la disputa verteva solo sulle motivazioni che giustificavano la separazione. La domanda dei farisei è dunque una finta domanda, che ha lo scopo di “mettere alla prova” Gesù. L’insegnamento con cui Gesù svolge la sua opera di rivelazione evidenzia quanto sarebbe necessaria agli uomini la rivelazione di Dio: eppure essi non capiscono.
La legittimità del ripudio sembra dunque non essere posta in questione, quanto piuttosto le condizioni che potevano determinarlo. Su queste, la discussione era aperta. Si opponevano due diverse scuole: una, più rigorosa, interpretando le parole del Deuteronomio in senso restrittivo, ammetteva il divorzio solo in caso di adulterio; l’altra, più larga, applicava il passo a ogni possibile pretesto (persino quello che la donna avesse lasciato bruciare il cibo). Ma proprio su ciò che pareva a tutti essere fuori discussione, cioè la legittimità del divorzio, Gesù richiama l’attenzione.

v.3: La domanda che Gesù pone ai farisei chiede a questi di fare riferimento costante alle Scritture. Questo invito deve diventare anche il modo con cui le nostre comunità vivono il loro rapporto con ogni cosa: il riferimento costante alle Scritture.
Gesù parla per due volte di “comandamento” mentre i farisei parlano due volte di ciò che è permesso o lecito. Gesù si preoccupa della volontà di Dio, gli altri dei loro diritti. Comincia a delinearsi la diversità di obiettivi tra Gesù, che cerca il bene assoluto del comando di Dio e i suoi interlocutori che cercano invece ciò che interessa e aggrada loro.

v.5: La discussione sui casi di ripudio non interessa a Gesù; ne prende spunto per richiamare il significato dell’unione sponsale a partire da ciò che è all’origine stessa del patto matrimoniale, a partire dal suo senso più profondo. Riflettere sull’origine vuol dire riscoprire come le cose sono state pensate dal Creatore, ciò che corrisponde più pienamente alla vocazione della creatura umana. La stessa legge data da Mosè venne a regolare piuttosto la condizione umana decaduta, bisognosa di indicazioni che limitassero le conseguenze di una natura umana coinvolta nel peccato di origine. Secondo il parere di Gesù Mosè intende limitare i danni dovuti alla durezza di cuore di Israele, causata dalla ripetuta disobbedienza ai precetti divini ed intenzione della legge mosaica sarebbe di proteggere in qualche modo la parte più debole, cioè la donna ripudiata.

v.6: Gesù porta la questione alla sua sorgente. Il significato del matrimonio lo si comprende solo con il riferimento a ciò che Dio ha voluto fare nella creazione (Gen 1,27 e Gen 2,24). Si parte dall’idea di solitudine e di comunione. L’uomo, nella sua componente maschile, è nella terra dove c’è ogni bene che gli viene affidato. Ma viene evidenziata la solitudine: ha bisogno di un aiuto che “gli sia simile” meglio: “che gli stia come a fronte”, cioè i miei occhi sono alla stessa altezza dei tuoi, perché ci sia parità. L’uomo dà un nome a tutti gli animali, ma nel dare un nome esercita un potere, una autorità; pertanto non c’è parità e la sua solitudine non è superata. “Allora il Signore fece scendere un torpore sull’uomo, che si addormentò; gli tolse una delle costole e rinchiuse la carne al suo posto. Il Signore plasmò con la costola, che aveva tolto all’uomo, una donna e la condusse all’uomo”. L’uomo (ish) riconosce che l’essere che gli sta di fronte (issha: donna) è lui stesso al femminile; riconosce la propria incompletezza e che la donna è la parte di lui che gli manca e riconosce che questa incompletezza può essere colmata solo attraverso un incontro. L’incompletezza, di per sé fonte di sofferenza, è qui riconosciuta gioiosamente di fronte alla donna che viene condotta all’uomo. La relazione uomo-donna è in una condizione di parità, perché non c’è un potere dell’uno sull’altro. “E i due saranno una sola carne”: l’antropologia semitica è unitaria; l’uomo è tutt’uno. Dire una sola carne significa riconoscere un’unica realtà, cioè la totalità delle dimensioni in cui avviene l’unione. Nella prospettiva semitica la separazione è una amputazione, è qualcosa di distruttivo. Distruggere questa unità vitale che si è instaurata tra uomo e donna riporta l’uomo (e la donna) nella incompletezza dolorosa.
Con il peccato originale è distrutto il rapporto di comunione tra uomo e donna. L’uno può essere un pericolo per l’altro. Così l’uomo dà il nome alla donna, perché rivendica un’autorità, ma ritorna solo. Secondo la Bibbia, dopo il peccato originale, le realtà creaturali sono corrotte, ma non eliminate. Il rapporto tra uomo e donna mantiene tracce del bene, ma viene alterato. La storia della salvezza è redenzione, restauro di queste realtà corrotte.

v.7: È l’idea di Alleanza, che il Cristo sta vivendo nella sua scelta messianica, che guida fin dall’inizio il piano di salvezza. È l’Alleanza di Dio con il suo popolo: una fedeltà definitiva e senza pentimenti, una solidarietà senza compromessi. Giovanni Crisostomo scrive: “Come lo sposo, lasciato il padre, si reca dalla sposa, allo stesso modo anche Cristo, lasciato il trono del Padre, si è recato dalla sua Sposa: non ci ha chiamato in alto, ma lui stesso è venuto da noi”. È l’Alleanza nuova in Cristo che illumina il senso definitivo dell’alleanza matrimoniale. Il matrimonio viene infatti nel NT confermato nella sua realtà e bontà creaturale (espressione della volontà di Dio Creatore), ma acquista anche il significato ulteriore di Alleanza, di patto tra Dio e l’uomo sigillato nel sangue di Colui che sta andando a Gerusalemme, per venire consegnato nelle mani degli uomini. Come nella creazione la donna nasce dal costato di Adamo addormentato, così la chiesa e l’umanità nasce dal costato trafitto di Cristo morto in croce. Il legame nuziale tra uomo e donna è segno del legame nuziale di Cristo con la sua chiesa e con l’umanità.

Fonte:www.figliedellachiesa.org/

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