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p. José María CASTILLO"IL FIGLIO DELL’UOMO E’ VENUTO PER DARE LA PROPRIA VITA IN RISCATTO PER MOLTI"

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XXIX TEMPO ORDINARIO – 21 ottobre 2018 - Commento al Vangelo
IL FIGLIO DELL’UOMO E’ VENUTO PER DARE LA PROPRIA VITA IN RISCATTO PER MOLTI

di p. José María CASTILLO

Mc 10, 35-45
[In quel tempo], si avvicinarono a Gesù Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedèo, dicendogli: «Maestro, vogliamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo». Egli disse loro: «Che cosa volete che io faccia per voi?». Gli risposero: «Concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra».
Gesù disse loro: «Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io bevo, o essere battezzati nel battesimo in cui io sono battezzato?». Gli risposero: «Lo possiamo». E Gesù disse loro: «Il calice che io bevo, anche voi lo berrete, e nel battesimo in cui io sono battezzato anche voi sarete battezzati. Ma sedere alla mia destra o alla mia sinistra non sta a me concederlo; è per coloro per i quali è stato preparato».
Gli altri dieci, avendo sentito, cominciarono a indignarsi con Giacomo e Giovanni. Allora Gesù li chiamò a sé e disse loro: «Voi sapete che coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono. Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti. Anche il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti».
Il problema fondamentale posto da questo vangelo non è il rifiuto della superbia, ma il rifiuto del potere. Perché i discepoli comprendano quello che il Vangelo chiede loro, Gesù, come esempio di quello che bisogna evitare, non fa quello degli orgogliosi, ma dei potenti. Tuttavia, di fatto nella Chiesa si è inteso e giustificato il “ministero apostolico” come “sacerdozio” dotato di “potere” (Trento, sessione 23, DH 1764, 1771) e come “episcopato” dotato di “piena e suprema potestà” (Vaticano II, LG 22). Il problema che ha la Chiesa con il Vangelo non sta nel possibile orgoglio, nella vanità o nella superbia che possono avere alcuni dei suoi membri, ma nel potere che il “ministero apostolico” esercita sugli altri cattolici.
Nel dire questo, non si tratta di affermare che nella Chiesa non ci devono essere presbiteri, vescovi e papa. Il problema non sta nell’esistenza del potere, ma nell’esercizio di questo potere. Gesù non vuole che gli apostoli (ed i loro successori o collaboratori) esercitino il potere come lo esercitano i capi politici. Tuttavia, è scioccante il fatto che il testo evangelico nel quale Gesù proibisce questo in maniera perentoria (Mc 10,43; Mt 20,26) non si cita neanche una volta nei documenti principali del Magistero della Chiesa (DH, pp. 1583 ss). È inevitabile pensare che il magistero ecclesiastico ha scelto dal Vangelo quello che ha giustificato il suo potere ed il suo modo di esercitare il potere, mentre ha emarginato la questione aperta dal più serio problema dell’esercizio del potere ecclesiastico.
I documenti ecclesiastici sul potere nella Chiesa non sono l’ultima parola su questa questione. La Chiesa ha il diritto ed il dovere di continuare a cercare il modo di esercitare il potere che sia coerente con il Vangelo. Un potere mai basato sulla sottomissione incondizionata di alcuni (i laici) ad altri (presbiteri, vescovi, papa), ma sulla sequela di Gesù, il Signore. Perché la sequela genera, da sola e da se stessa, esemplarità e felicità. È urgente che la Chiesa offra a questo mondo di tanti poteri oppressori un altro modello di esercitare l’autorità.


Fonte:www.ildialogo.org/

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