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p. José María CASTILLO"RABBUNI’, CHE IO VEDA DI NUOVO"

XXX TEMPO ORDINARIO – 28 ottobre 2018 - Commento al Vangelo
RABBUNI’, CHE IO VEDA DI NUOVO

di p. José María CASTILLO

Mc 10, 46-52
[In quel tempo], mentre Gesù partiva da Gèrico insieme ai suoi discepoli e a molta folla, il figlio di Timèo, Bartimèo, che era cieco, sedeva lungo la strada a mendicare. Sentendo che era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!».
Molti lo rimproveravano perché tacesse, ma egli gridava ancora più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!». Gesù si fermò e disse: «Chiamatelo!». Chiamarono il cieco, dicendogli: «Coraggio! Àlzati, ti chiama!». Egli, gettato via il suo mantello, balzò in piedi e venne da Gesù.
Allora Gesù gli disse: «Che cosa vuoi che io faccia per te?». E il cieco gli rispose: «Rabbunì, che io veda di nuovo!». E Gesù gli disse: «Va’, la tua fede ti ha salvato». E subito vide di nuovo e lo seguiva lungo la strada.
Questo racconto è redatto in maniera tale che spiccano tre cose: 1) La situazione di Bartimeo: era cieco e mendicante; 2) La fede ferma ed insistente che ha avuto quest’uomo; 3) Quando la fede è così forte, colui che la possiede – nel caso di un cieco – inizia a vedere la realtà così come è. Quando nei vangeli si parla di ciechi che incominciano a vedere, quello che importa di meno è se si sia verificato o no un “miracolo”. Quello che importa veramente è il “significato” che ha per noi il racconto. Ed il significato consiste nel fatto che troppo spesso non vediamo la realtà, ma nostre interpretazioni o rappresentazioni della realtà. La fede, quando è autentica, ci fa vedere la realtà della vita e della società nella quale viviamo.
Ma la forza di questo racconto si comprende se si considera: 1) Che la cecità era considerata allora come un castigo di Dio (Es 4,11; Gv 9,2; At 13,11); 2) Che i ciechi si vedevano obbligati con frequenza a mendicare (Mc 10,46; Gv 9,1); Che la guarigione di un cieco si considerava come un fatto portentoso (Gv 9,16); 4) Che la cecità era simbolo delle tenebre dello spirito e della durezza del cuore (Is 6,9 s; Mt 15,14; 23, 16-26; Gv 9,41; 12,40) (X. Léon-Dufour).
È evidente che Gesù abbia ridonato a quest’uomo la vista, lo abbia liberato dalla sua condizione di mendicante e gli abbia restituito la dignità che le convinzioni religiose e la società gli avevano strappato. La religione attribuisce a castighi divini quello che sono disgrazie umane. E la società emargina e disprezza chi non è riconosciuto e stimato per la sua misera posizione economica, per la sua indegnità etica o per la sua cattiva immagine come credente. Gesù rompe con tutto questo. Per Gesù la cosa decisiva è l’integrità della vita, la felicità delle persone e la dignità di quelli che la “buona” società e la religione più “ortodossa” considerano indegni.


Fonte:www.ildialogo.org

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