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P. Marko Ivan Rupnik, Commento XXVIII Domenica del Tempo Ordinario

XXVIII Domenica del Tempo Ordinario - Anno B
Mc 10,17-30
Congregatio pro Clericis

Cristo continua a rovesciare la logica religiosa del suo tempo e soprattutto dei suoi discepoli che non riescono a capirlo. Oggi è narrata la vicenda di un uomo che corre e si getta in ginocchio davanti a Gesù. Nel vangelo di Marco troviamo solo due personaggi che corrono da Gesù: l’indemoniato di Gerasa (Mc 5,1-20) e quest’uomo. In Medio Oriente non si usa correre, in quanto lo si ritiene offensivo nei confronti di colui verso il quale si corre. Ci si deve, invece, avvicinare lentamente, con rispetto. Nel racconto evangelico, invece, corrono i lebbrosi o gli indemoniati, le persone appesantite da un disturbo, quelli che non ce la fanno più. La loro situazione prevale sul galateo, per loro la cultura viene scavalcata dalla pressione interiore, in loro lo schiacciamento è così forte che hanno fretta di essere liberati e sanno che la persona verso cui corrono può procurare il cambiamento della loro situazione drammatica.

Nel brano di oggi, però, è un uomo ricco e anche molto religioso che corre. Eppure egli ha la sensazione che non vivrà, gli sembra che la propria vita gli sfugga. Ciò che lo interessa è la zoè, la vita dell’eterno, la vita che non perisce, un modo di essere che non è più minacciato dall’incombere della morte. Sta sperimentando la vita come minaccia, non è felice perciò è oppresso come se avesse la lebbra, come se uno spirito immondo non lo lasciasse in pace. L’appellativo “Maestro buono”, con cui si rivolge a Gesù, non è un titolo generico di bontà, come se dicesse “di buon cuore”, ma significa insigne, grande, il più grande di tutti quelli cui certamente si è già rivolto e che non gli hanno saputo dare risposta. Gesù, in modo piuttosto curioso, gli risponde praticamente che un maestro insigne ce l’ha già, è Dio con la sua legge (cf Mc 10,18-19). La domanda infatti è posta male. Chiedere cosa si deve fare per avere in eredità la vita dell’Eterno rivela un punto di partenza errato. Per ereditare non devi far altro che essere figlio. Egli pensa di dover fare qualcosa per avere l’eredità, ma “se siamo figli siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo” (Rm 8,17). Bisogna appartenere, non fare qualcosa. Perciò Gesù conclude con un “appartienimi”, “vieni con me”. O comprendi la vita secondo il concetto pagano di religione, cioè come un tuo impegno, o concepisci la tua vita come un atto di fede, che significa accoglienza dell’opera di Dio.

Egli cerca “in eredità la vita eterna”, ossia cerca qualcosa da Dio, perché l’eredità nell’Antico Testamento è sempre un’opera del Signore di Israele che preserva l’eredità di Abramo, dei suoi figli. Vorrebbe fare qualcosa per Dio o verso Dio, per avere da Dio l’eredità della vita eterna. Egli cerca la sicurezza della vita, della vita senza tramonto, però pensa che per ereditare deve compiere qualcosa nei confronti di Dio. Gesù, allora, cita la seconda tavola della legge, quella che declina l’atteggiamento verso l’uomo, perché tutto ciò che tu vuoi fare a Dio passa per l’uomo. La fede passa attraverso l’altro e tutto ciò che vuoi fare di bene a Dio - per avere qualcosa da Lui - deve passare per l’uomo. Come pure insegnava il monachesimo antico di san Basilio, quando permetteva a uno di diventare eremita soltanto dopo essere arrivato alla perfezione nel cenobio, quando i rapporti verso gli altri erano arrivati al compimento. Quando la carità è perfetta, allora puoi veramente stare solo con Dio, perché sei in perfetta comunione con gli altri.

Con sicurezza il personaggio risponde che fa tutto questo già sin dalla giovinezza: è infatti un osservante, è religioso, è devoto, ci tiene alla legge, ci tiene alla vita secondo la legge, la sua mentalità “religiosa” si esprime perfettamente nella domanda che ha posto. Il “cosa devo fare” è in fondo la domanda di ognuno di noi, domanda cui in qualche modo la storia della spiritualità ha abituato pure noi, riempiendo la gente di doveri e precetti che non sono riusciti a fare la felicità di nessuno. È una mentalità che non rende vivo l’uomo, non lo porta alla sorgente della vita, non lo rende felice.

È la decadenza dell’Alleanza dove è scritto: “Io sarò il tuo Dio e tu sarai il mio popolo”. L’Alleanza dice appartenenza, dice identità; dice di chi è la mia vita, chi è il mio Signore, a chi appartengo, perché “non avete più nulla a che fare con Cristo voi che cercate la giustificazione nella Legge; siete decaduti dalla grazia” (Gal 5,4), è lo “Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla” (Gv 6,63).

Da cosa dipende la mia vita? Di chi è? Delle cose? È basata sulle cose, è bìos, basata sulla mia forza? O sulla psyché intesa come mia volontà di vivere? Oppure è zoé, un dono ricevuto? Se è zoé, se è la vita del Figlio, è un dono e allora il testo diventa chiaro, ogni forma di possesso è sbagliata, perché se la vita è dono l’unico modo di viverla è come un dono, al fine di arrivare così lontano dal progetto di Dio, tanto da possedere nient’altro che se stessi, anche se per via religiosa.

È quanto accade nel brano di oggi: Cristo lo amò ed egli se ne andò triste. “Chi vuol salvare la propria vita la perderà” (Mc 8,35). Chi ha la logica del “fare per ottenere”, ha la mentalità del possesso e questo modo di pensare non contempla il dono, l’amore gratuito. Cristo lo ama e fissa lo sguardo su di lui. Il verbo emblepo significa leggere dentro, vedere dentro. Ma il protagonista del Vangelo di oggi non coglie l’amore. Infatti “una cosa sola ti manca”, letteralmente “uno ti manca”. È proprio la contrapposizione tra cose e l’amore. L’amore passa per il volto; l’amore passa per la persona.

Egli se ne va triste. Alla fine dei conti la misura della vita giusta è la felicità. E questa si misura nei confronti degli altri, attraverso le relazioni, in tutti i sensi, ovvero nel rapporto con le cose, con noi stessi, con gli altri, con Dio. Se c’è qualcosa che ci rende tristi, che ci rinchiude in noi stessi, ancora non stiamo vivendo il dono, come dono; ancora cerchiamo di fare qualcosa per cui noi meriteremmo qualcosa. E perciò alla fine ci disturbano gli altri, ci disturbano le cose, ci disturba Dio stesso. E così rimaniamo lontani da questo sguardo d’amore che ci rimane sconosciuto e ci riduciamo a ritenere – è una lettura stolta! – che Dio ci ama solo quando le cose ci vanno bene.

La logica è proprio un’altra. La domanda del vangelo di oggi è profonda: Di chi sono? Di chi è il flusso che scorre dentro di me? Lo lascio scorrere e portarmi alla sorgente della vita che ricompone tutto a unità, o cerco di incanalarlo e gestirlo diventando vittima di tanti affanni e preoccupazioni che scompongono le persone in individui soli e tristi?



P. Marko Ivan Rupnik

Fonte:http://www.clerus.va

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