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P. Marko Ivan Rupnik, “Cosa vuoi che io ti faccia?”

XXX Domenica del Tempo Ordinario - Anno B
Mc 10,46-52
Congregatio pro Clericis

Siamo ancora in cammino verso Gerusalemme insieme a Gesù e oggi ci troviamo nel punto più basso, anche a livello geografico e topografico: siamo a Gerico. Da qui comincia veramente la salita verso Gerusalemme. Si inquadra la partenza di Cristo dalla città usando lo stesso termine che troviamo in Es 13, in Dt 11 e tante altre volte per dire che Israele è uscito dall’Egitto. Pertanto questo “partiva da Gerico” (Mc 10,46) rimanda a un vero exodus, ossia alla necessità di una liberazione.

Infatti il cieco che giace a terra chiedendo l’elemosina denuncia che nella terra della giustizia c’è bisogno della liberazione da una falsa terra promessa. Senza dubbio ci si riferisce alla mentalità che impedisce di vedere il Messia, che impedisce di cogliere in cosa consiste il tempo messianico, l’azione messianica e la figura stessa del Messia.

Bartimeo, figlio di Timeo, è praticamente individuato dal cognome che nella radice ha timè, onore in greco. Dunque “figlio dell’onore, dell’onorato”. Dire “figlio di” vuol indicare che è simile al padre, dunque in questo caso l’uomo che cerca onore. In tutto il vangelo di Marco solo due volte viene usato “figlio di”, sempre nel capitolo 10, per i “figli di Zebedeo” (Mc 10,35) e ora per il “figlio di Timeo” (Mc 10, 46). È interessante notare che, nel cammino verso il compimento pasquale di Cristo, i discepoli discutono su chi sia il più grande e reclamano per sé i seggi più importanti. Il cieco Bartimeo simboleggia proprio questa cecità. Così diventa più chiaro che in lui sono raffigurati i discepoli – tanto è vero che, nel vangelo di Matteo, i ciechi sono due (Mt 20, 29-34) – soprattutto i fratelli Giovanni e Giacomo, che assolutamente non capiscono lo stile del Messia che non è venuto per essere servito ma per servire e dare la vita.

Al cieco Gesù pone la stessa domanda che ha rivolto ai due fratelli, “Cosa vuoi che io ti faccia?” (cf Mc 10,36). È la domanda rivolta ai discepoli, a quelli che camminano dietro ma non lo seguono. Tanto è vero che il versetto 46 dice che “giunsero a Gerico”, al plurale, poi si torna al singolare, è Cristo che parte da Gerico in mezzo a questa folla e ai discepoli che non lo seguono. L’unico che comincerà a seguirlo è proprio il cieco. Egli, conclude il brano, “lo seguiva lungo la strada” (Mc 10,52). Gli altri, invece, continuano a seguire le proprie idee.

Ne risulta che la questione fondamentale di chi è chiamato da Gesù è stare con Lui è quella di “aprire gli occhi”, ma per vedere bisogna nascere dall’alto, avere una nuova vita (cf Gv 3,2-5). Nell’immagine del cieco di Gerico, Marco apre un passaggio che tutto l’Antico Testamento doveva varcare: passare dall’udito alla visione (cf 1Gv 1,3).

Questo è ciò che avviene nel racconto odierno: Bartimeo con l’orecchio sente che passa il Nazareno. Proprio a Nazareth si covava quell’attesa del Messia trionfante, nazionalista, che avrebbe restaurato il regno di Davide davanti a tutti gli altri popoli. L’orecchio funziona, lui sente e infatti lo chiama “Figlio di Davide” (Mc 10, 47-48). Il cieco si colloca assolutamente nella tradizione giusta, ma fa un passo che gli altri non hanno compiuto. Il motivo rimanda a questioni spiritualmente molto serie. Egli ha un’esigenza reale della salvezza, perché è lì a terra. Gli altri hanno ridotto il loro orizzonte a una liberazione puramente terrestre, a un messia culturale, storico. Non c’è dietro una questione ontologica della salvezza.

Ierah in ebraico significa luna e la luna non ha luce da sola, ma la riceve dal sole. L’uomo non ha la luce da solo, non ha la vita, la deve ricevere dal Sole: ora passa il Sole della giustizia e Bartimeo lo chiama perché sa che da sé stesso non può far niente. Chiamandolo “Figlio di Davide”, Messia, si ricollega ad Isaia e ai segni che accompagneranno il tempo messianico: i ciechi vedranno, gli zoppi cammineranno … (cf Is 29,18; 35,5).

Quando Cristo lo chiama lui butta via il mantello, parola che ritorna frequente nell’Antico Testamento. È la manifestazione della persona, è la gloria nel vero senso teologico. Il mantello rivela chi sei, a che livello sociale sei, cosa porti. Il cieco gettando via il mantello scaraventa giù la sua storia, ossia ciò che era e aveva fino a quel momento. Proprio ciò che i discepoli non potevano fare e ciò che Israele non era in grado di fare. Né gli scribi, né i sacerdoti, né i potenti riuscivano a liberarsi della loro storia, di ciò che erano o credevano di essere per accettare una novità totale. Ma il cieco ha fatto proprio questo, si è liberato di sé stesso. Questo è ciò che Cristo è venuto a fare, liberarci da noi stessi.

Il Salvatore praticamente non ha fatto nulla. Questo è uno dei pochissimi esempi dove succede una cosa enorme, totale in una persona e Cristo è completamente immobile, non fa nulla, né una parola né un gesto, neppure lo ha chiamato direttamente ma lo ha fatto chiamare e gli ha chiesto: “Che cosa vuoi che io faccia per te?” (Mc 10,51). Voleva fosse lui a fare la sua diagnosi e lui la pronuncia.

“Che io veda di nuovo!”, cioè ho visto e vorrei vedere ancora. Solo la sua verità, senza aggiunte. “La tua fede ti ha salvato” (Mc 10,52) gli risponde Cristo, come dire: “Ti ha salvato la fede con cui mi hai accolto”. “A quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio” (cf Gv 1,12).  Ecco il passaggio dall’orecchio all’occhio. Quello si è incamminato dietro di Lui, da quel momento è il vero discepolo. Solo di lui viene detto, nel decimo capitolo, che lo segue.

È proprio un cambiamento radicale esattamente su questo passaggio: lui si è affidato, si è liberato, ha buttato via le cose, non era legato a ciò che era ma era aperto al nuovo e si è realizzato esattamente quell’ “Abbi pietà di me”. Prendimi con te, non lasciarmi qui. Prendimi con te. E lui cammina dietro al Signore.



P. Marko Ivan Rupnik

Fonte:http://www.clerus.va/

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