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padre Raniero Cantalamessa,"Gesù mette in guardia contro il pericolo dell’avarizia"

Gesù mette in guardia contro il pericolo dell’avarizia
padre Raniero Cantalamessa

XXVIII Domenica del Tempo Ordinario (Anno B) 

  Visualizza Mc 10,17-30
Un'osservazione preliminare è necessaria per sgomberare il campo da possibili equivoci nel leggere ciò che il vangelo di questa domenica dice della ricchezza. Mai Gesù condanna la ricchezza e i beni terreni per se stessi. Tra i suoi amici, vi è anche Giuseppe d'Arimatea "uomo ricco"; Zaccheo è dichiarato "salvo", anche se trattiene per sé metà dei suoi beni, che, visto il mestiere di esattore delle tasse che esercitava, dovevano essere considerevoli. Ciò che egli condanna è l'attaccamento esagerato al denaro e ai beni, il far "dipendere da essi la propria vita" e "l'accumulare tesori solo per sé" (cfr. Lc 12, 13-21).

La parola di Dio chiama l'attaccamento eccessivo al denaro "idolatria" (Col 3, 5; Ef 5, 5). Mammona, il denaro, non è uno dei tanti idoli; è l'idolo per antonomasia. Letteralmente, "l'idolo di metallo fuso" (cfr. Es 34, 17). Mammona è l'anti-dio perché crea una specie di mondo alternativo, cambia oggetto alle virtù teologali. Fede, speranza e carità non vengono più riposte in Dio, ma nel denaro. Si attua una sinistra inversione di tutti i valori. "Niente è impossibile a Dio", dice la Scrittura, e anche: "Tutto è possibile a chi crede". Ma il mondo dice: "Tutto è possibile a chi ha il denaro".

L'avarizia, oltre che idolatria, è anche fonte di infelicità. L'avaro è un uomo infelice. Sospettoso di tutti, si isola. Non ha affetti, neppure tra quelli della sua stessa carne, che vede sempre come sfruttatori e i quali, a loro volta, utrono spesso nei suoi confronti un solo vero desiderio: che muoia presto e così ereditare le sue ricchezze. Teso allo spasimo a risparmiare, si nega tutto nella vita e così non gode né di questo mondo, né di Dio, non essendo le sue rinunce fatte per lui. Anziché ottenerne sicurezza e tranquillità, è un eterno ostaggio del suo denaro.

Ma Gesù non lascia nessuno senza speranza di salvezza, neppure il ricco. Quando i discepoli, in seguito al detto sul cammello e la cruna dell'ago, sgomenti, chiesero a Gesù: "Allora chi potrà salvarsi?", egli rispose: "Impossibile presso gli uomini, ma non presso Dio". Dio può salvare anche il ricco. Il punto non è "se il ricco si salva" (questo non è stato mai in discussione nella tradizione cristiana), ma è "quale ricco si salva".

Ai ricchi Gesù addita una via d'uscita dalla loro pericolosa situazione: "Accumulatevi tesori nel cielo, dove né tignola né ruggine consumano" (Mt 6, 20); "Procuratevi amici con la disonesta ricchezza, perché quando essa verrà a mancare, vi accolgano nelle dimore eterne" (Lc 16, 9).

Si direbbe che Gesù consiglia ai ricchi di trasferire i loro capitali all'estero! Ma non in Svizzera, in cielo! Molti – dice Agostino – si affannano a seppellire il proprio denaro sotto terra, privandosi anche del piacere di vederlo, a volte per tutta la vita, pur di saperlo al sicuro. Perché non seppellirlo addirittura in cielo, dove sarebbe ben più al sicuro e dove lo si ritroverebbe, un giorno, per sempre? Come fare questo? È semplice, continua S. Agostino: Dio ti offre, nei poveri, dei facchini. Essi si recano là dove tu speri un giorno di andare. Dio ha bisogno qui, nel povero, e ti restituirà quando sarai di là.

Ma è chiaro che l'elemosina spicciola e la beneficenza non è più oggi l'unico modo per far servire la ricchezza al bene comune, e neppure forse il più raccomandabile. C'è anche quello di pagare onestamente le tasse, di creare nuovi posti di lavoro, di dare un salario più generoso agli operai quando la situazione lo permette, di avviare imprese locali nei paesi in via di sviluppo. Insomma, far servire il denaro, farlo scorrere. Essere dei canali che fanno passare l'acqua, non laghi artificiali che la trattengono solo per sé.

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