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fr. Massimo Rossi, “Tu lo dici: io sono re"

Commento su Giovanni 18,33-37
fr. Massimo Rossi  

XXXIV Domenica del Tempo Ordinario (Anno B) - Cristo Re (25/11/2018)

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...E con questa settimana, finisce l'anno liturgico. Domenica prossima saremo già in Avvento!

In verità, l'Avvento è cominciato da un po'... Nelle strade del centro c'è già aria di Natale, il Natale dei consumi, il Natale dei regali, il Natale dei pranzi e delle cene da sentirsi male...

Beh, una volta tanto, possiamo allentare la tensione, mettere da parte per qualche ora le preoccupazioni... quelle ci sono sempre... Almeno a Natale, lasciamole nell'angolo!

Ma veniamo alla solennità odierna: l'immagine di riferimento è l'Ecce Homo.

Difficile tenere insieme i misteri della vita di Cristo, in una sorta di contemporaneità, di immediatezza, per la quale contempliamo l'unico mistero di Cristo, che li contiene tutti, dalla nascita, alla glorificazione... È il senso dell'anno liturgico, il quale ripercorre, passo dopo passo, la vita del Signore e ci aiuta a com-prendere, ma soprattutto a vivere gli stessi sentimenti, le stesse idee, le medesime scelte di colui che viene nel nome del Signore...

Immaginiamo l'anno liturgico come un cerchio: il cerchio non ha un punto di partenza, ogni punto può essere di partenza e di arrivo... Questo, per dire che è vero, l'inizio della vita di Cristo è come l'inizio di tutte le vite... coincide con la nascita; ma il senso profondo di questa nascita è racchiuso nella Sua Passione e morte. La croce di Cristo proietta (all'indietro) una luce di verità sull'intera vicenda raccontata nei Vangeli.

Ecco il motivo, per il quale il Cristo di Giovanni invoca la Verità, davanti a Pilato: “Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce”. La Verità di Cristo e della salvezza, è tutta lì: in quel corpo flagellato, vestito di un mantello di porpora, il capo coronato di spine...

Peccato, il Governatore romano non stava dalla Sua parte, e non volle riconoscere la Verità fatta carne in Gesù di Nazareth, detto il Nazareno. Per lui, per Pilato, quell'uomo era solo un povero mentecatto, un idiota - oggi si direbbe uno sfigato - un burattino nelle mani dei Sommi Sacerdoti, il capro espiatorio dell'ennesima vicenda di cronaca nera, un tumulto di piazza sedato nel sangue, con punizione esemplare.

La sentenza di morte fu un compromesso bell'e buono tra il potere di Roma e quello di Gerusalemme: per Roma, Gesù incarnava lo spettro della rivolta del popolo, che mal tollerava lo strapotere imperiale; al tempo stesso, quel “dottore senza la laurea” rappresentava un pericolo altrettanto grave per le autorità ebraiche. Uccidendo Lui, si mettevano d'accordo Stato e Chiesa, pardon, Tempio: ci si liberava di un soggetto scomodo, che blandiva le folle e toglieva il sonno agli inquilini dei piani alti....

Nessuno aveva intuito la Verità di Cristo! neanche gli Apostoli!

Capita anche a noi, quando l'ideologia politica ha la meglio sul senso critico, con il quale è sempre possibile valutare la realtà dei fatti per riconoscerne il valore intrinseco, senza dover distinguere tra destra e sinistra, tra governo e opposizione,...

Ma si sa, quando un problema viene interpretato in chiave politica, scattano i meccanismi automatici dell'analisi di partito: il fatto in sé perde la sua rilevanza oggettiva e diventa un'occasione, un pretesto per rivendicare i propri diritti, ribadire le proprie convinzioni, far valere la propria linea di pensiero... In altri termini, si riconduce il fatto nuovo al ‘conosciuto': una strategia psicologica che conosciamo bene, la quale, per un verso, ci protegge, appunto, dall'imbarazzo della novità, e nel contempo, ci conferma nelle nostre rispettive posizioni, anziché metterle in crisi.

La pagina del quarto Evangelo cha abbiamo appena ascoltato afferma un principio fondamentale per la nostra fede, ma parecchio pesante da pronunciare, specie nell'attuale clima di relativismo imperante, effetto secondario, o danno collaterale di questa tanto amata/odiata globalizzazione: (il Signore afferma che) la Verità è una sola! la Verità è Cristo!

Credere in Lui significa essere dentro la Verità; rifiutare di credere significa essere fuori dalla Verità. E dal momento che il Signore è Salvatore, chi rifiuta scientemente di credere in Lui, e agisce di conseguenza, si estromette dalla Salvezza.

Al di là dell'apparente arroganza dell'espressione, se dovessimo motivarla, che cosa diremmo? Proviamo a rivolgere a noi la domanda che Gesù rivolse a Pilato: “quello che dici di me, lo dici da te stesso, oppure te lo ha suggerito qualcuno?”

Chi è Cristo per noi? E perché crediamo in Lui? perché ce l'ha insegnato qualcuno? per tradizione? per senso del dovere? per paura? per una convinzione confortata dall'esperienza?

Quale esperienza ci ha condotti a decidere per il Dio di Gesù Cristo? quanto ci costa credere? che cosa fa di noi dei cristiani autentici?

Quante domande! Beh, finisce un anno, è tempo di bilanci, no?

E, a proposito di bilanci, il bilancio consuntivo è necessario per delineare quello preventivo... Perdonate il linguaggio un po' freddo da ragioniere - con tutto il rispetto per i ragionieri! -.

Ci sono aspetti che forse, in questi mesi, non hanno funzionato, o non come avremmo voluto; ebbene, sono proprio questi i punti sui quali concentrare la nostra attenzione e il nostro impegno, alla vigilia di un nuovo anno liturgico.

Coraggio, proviamoci ancora!

Fonte:www.qumran2.net


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