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Padre Paolo Berti, “… e stava loro sottomesso”

Sacra Famiglia       
Lc.2,41-52 
“… e stava loro sottomesso”

Omelia 

Matteo presenta la Santa Famiglia in relazione all'inserimento di Gesù in Israele, e per questo l'evangelista pone l'accento su Giuseppe, padre putativo e quindi legittimante Gesù. L'evangelista Luca, invece, ci presenta la Santa Famiglia nelle sue relazioni interne e pone l'accento su Maria.
Il terzo evangelista ci dice, innanzi tutto, che la relazione di Maria con Giuseppe fu una relazione verginale, chiara fin dall'inizio. Maria dirà all'angelo il "non conosco uomo" non come un fatto provvisorio, ma permanente. Detto ciò, non sarebbe stato onesto da parte sua impegnarsi per un cammino di vita comune con Giuseppe non presentando subito la sua consacrazione verginale, e così si deve pensare che Maria abbia presentato subito il suo proposito verginale a Giuseppe. La consacrazione verginale di Maria, ispiratale da Dio, divenne feconda del Cristo, per la potenza dello Spirito Santo. Ciò ebbe conseguenze nella coppia dei giovani vergini, perché Giuseppe accoglierà Maria in ragione del Cristo, e quindi non in ragione del vincolo contrattuale come avveniva nel Vecchio Testamento: "Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa . Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo" (Mt 1,20). L'unione sponsale tra Maria e Giuseppe fu così sacramento, poiché fu in ragione di Cristo.
Luca ci dice, con acutezza di psicologo, che i pastori quando entrarono nella capanna videro Maria, Giuseppe e il Bambino. La prima ad essere nominata è Maria, poi Giuseppe e quindi il Bambino. Il Bambino è il centro dei due, ma Maria è nominata prima di Giuseppe; la più forte relazione è quella esistente tra la Madre e il Bambino. Perfettissimo, proprio perché la prima relazione di un bambino è sempre quella che ha con la madre.
L'evangelista, tuttavia, presenta anche l'autorità di Giuseppe all'interno della Santa Famiglia. Nel momento della presentazione di Gesù al tempio Luca dice "Il padre e la madre", ma anche Maria stessa presenta il ruolo di capofamiglia di Giuseppe, nel momento del ritrovamento di Gesù al tempio: "Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo". Fuori dubbio, la famiglia è una piccola società e come tale ha un suo ordine interno. L'uomo è il capofamiglia, ruolo che non va affatto confuso con quello di capoufficio o di caporeparto o di capofabbrica o di caposala. E' un ruolo di protezione, di responsabilità nei confronti del contesto sociale di cui fa parte una famiglia; un ruolo d'amore, per nulla di oppressione, che emerge quando una coppia diventa, per la nascita dei figli, una famiglia. Un ruolo dove la donna - di pari dignità dell'uomo - ha parte piena nella maturazione delle decisioni.
L'evangelista presenta, infine, l'autorità di entrambi, di Maria e Giuseppe, su Gesù; dice infatti che "stava loro sottomesso". Ma tutto ciò dopo che il Vangelo di Luca ha presentato Gesù dipendente innanzi tutto dal Padre.
La relazione fondante ogni realtà della Santa Famiglia è quella tra Gesù e il Padre.
"Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?"; da questo Maria e Giuseppe avrebbero dovuto dedurre che quell'assenza scaturiva da un dovere superiore. Ma non compresero queste parole di Gesù, ci dice Luca; non le compresero non quanto al fatto che Gesù doveva occuparsi delle cose del Padre suo - ci mancherebbe! -, ma che ciò significasse assenza futura di Gesù da loro, e che loro non avrebbero dovuto cercarlo. Sapevano che Gesù avrebbe sofferto, infatti Simeone si era espresso proprio in tal senso (Lc 2,33), ma non compresero che ci sarebbero state delle dolorose assenze, delle dolorose separazioni, dove il cercarlo sarebbe stato un errore. Sapevano anche delle sofferenze del servo di Jhavéh del carme di Isaia (53,1s), ma non potevano comprendere che nelle parole di Gesù era inclusa una futura dolorosa separazione dove il cercarlo sarebbe stato inutile, prima che avvenisse di nuovo l'incontro; che avverrà con Maria all'alba del giorno della sua risurrezione.
Ogni famiglia cristiana trova il suo modello nella Santa Famiglia e coglie che tale modello è modello di elevazione vicendevole, di formazione vicendevole.
Anche il Cristo trovò formazione nella Santa Famiglia nella sua sottomissione a Maria e a Giuseppe, che gli diedero infatti, in quanto avente una natura umana che Gesù non volle sottrarre alle regole dell'età, quella formazione che a loro competeva dargli.
Indubbiamente la famiglia cristiana è una "scuola di elevazione". Una scuola dove si scopre sempre più la fecondità delle relazioni e come queste chiedano una continua crescita d'amore. "L'amiamoci gli uni gli altri" (1Gv 4,7) trova una densità vivissima nella famiglia.
I due sposi incominciando la vita in comune vengono a scoprire inevitabilmente aspetti di sè e dell'altro che prima non erano affiorati. Non si tratta che uno abbia ingannato l'altro su aspetti importanti di sé, tanto che se l'altro li avesse saputi non si sarebbe congiunto in matrimonio, ma di difetti in una complessiva bontà. I due si amano, si capiscono, eppure in certi momenti emergono aspetti di irritazione, di impazienza, di affermazione di sé. Non bisogna allarmarsi; tutti noi siamo eredi del peccato originale, che ci è stato tolto nel Battesimo, ma le cui conseguenze pesano ancora su di noi.
Maria, che era Immacolata, crebbe; Gesù che era la Perfezione, crebbe; e pure Giuseppe crebbe. Nel momento in cui prese Maria con sé, dopo l'annuncio angelico avuto in sogno, Giuseppe si trovò liberato dalla colpa originale, e quindi con l'anima rinnovata dalla presenza di Dio con i suoi doni; gli rimase il peso della carne. Giuseppe così crebbe, ma dovendo anche vincere il peso della carne.
La famiglia è una scuola di elevazione.
Per elevarsi i due hanno bisogno di tre cose: di fortezza, di purezza e di tenerezza. Queste tre cose sono indispensabili. Fortezza nei momenti della difficoltà. Purezza per mantenere la relazione sponsale lontana dall'essere un "festino", o anche molto peggio. Tenerezza, perché tutto sia soccorso e pace. Una famiglia dove non ci siano queste tre note non regge. L'egoismo non costituisce in stabilità la famiglia.
La stabilità familiare è tutelata dell'esterno mediante leggi sociali, e dall'interno mediante la crescita dell'affetto.
Oggi si demanda tutto all'affetto interno, ma se questo non è fondato su Dio, non può reggere la famiglia. Se regge è solo per "un partito preso", è solo per un impegno che non ha più il sapore dell'affetto, ma quello dell'impegno civico, di una militanza ideologica alla quale corrisponde un gelo di fatto; il suo fuoco è freddo. La stabilità laica del matrimonio è questa, e non dura come i fatti ci dicono.
La stabilità fondata sull'affetto richiede Dio. Ma certo è necessario anche l'aiuto della società. Leggi che sembrano andare pietosamente incontro ai casi difficili si sono rivelate destabilizzanti la famiglia. Così alla fine la "pietas laica" diventa impietosa per la società.
La Santa Famiglia si è retta sull'affetto fondato su Dio. Per questo l'amore tra Giuseppe e Maria crebbe e si compattò sempre nella sopportazione delle vicissitudini e anche delle insinuazioni pesanti circa il fatto che Maria mise alla luce il figlio, computando il tempo dal momento della coabitazione con Giuseppe, mesi prima. La Santa Famiglia crebbe di fronte ai disagi materiali, all'isolamento nella quale la relegarono molti, che non ne condividevano le scelte di umiltà e di preghiera. Crebbe di fronte agli innumerevoli e gratuiti consigli sull'educazione di Gesù, che sembrava a molti irreale, vuota di prospettive pratiche.
Una famiglia regge, anzi cresce, se mantiene un costante rapporto con Dio. Se serve la vita, come dono di Dio.
Una famiglia è un luogo dove ha pieno diritto di presenza la preghiera. Così era nella Santa Famiglia.
La relazione Cristo-Padre presente nella Santa Famiglia si trova ora nella famiglia cristiana, realtà sacramentale della Chiesa.
Il Cristo vivente nei coniugi per mezzo dello Spirito Santo li costituisce figli adottivi di Dio, e questa loro relazione col Padre nel Figlio e nello Spirito Santo viene a dare un carattere alto alle loro relazioni interne. Esse sono tutte improntate alla carità.
E non esiste solo l'autorità del padre sui figli. La donna non può essere estromessa nella sua autorità di madre e ha il diritto di concertare con il marito la linea comune di educazione dei figli. E non esiste solo il comandamento di onorare il padre e la madre, esiste anche il dovere di onorare i figli quale dono di Dio. Anche i figli devono essere dunque onorati. E come dono di Dio, vanno indirizzati a Dio.
Grande fu Anna, decisa a offrire il figlio Samuele al servizio di Dio, se il Signore lo avesse richiesto (1Sam 1,28). Grande fu Maria che fece altrettanto fin dall'inizio, sapendo che Gesù era "il richiesto", e che farà ancor ben di più quando lo offrirà - sacerdotessa - al Padre ai piedi della croce.
Grandi sono le coppie che, con piena fede, portano i figli al Battesimo, e li istruiscono con la parola e la loro vita per la Comunione e la Cresima. In tal modo essi presentano i loro figli a Dio, affinché diventino in Cristo figli suoi. Amen. Ave Maria. Vieni, Signore Gesù.


Fonte:http://www.perfettaletizia.it/


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