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Compagnia di Gesù "La potenza della parola"

III Domenica del Tempo Ordinario - Anno C
Ne 8, 2-4. 5-6. 8-10; Sal 18; 1 Cor 12, 12-31; Lc 1, 1-4; 4, 14-21.
Congregatio pro Clericis


Le parole sono vasi eletti e preziosi e possono essere riempiti di qualunque cosa anche del vino dell’errore.

Agostino, Confessioni



La potenza della parola

«Era un leone. Immenso, irsuto e luminoso, stava di fronte al sole appena sorto e aveva la bocca aperta nel canto» e attraverso questo canto, Aslan, il leone, ridesta la vita. È l’immagine usata da C.S. Lewis ne Le cronache di Narnia per descrivere la creazione. La parola dà vita.

La Bibbia ci ricorda fin dall’inizio tale ricchezza presente nella parola, Dio crea per mezzo della parola e da quel momento anche le nostre parole - la nostra capacità di dare nome alle cose - diventano una manifestazione di quella potenza. Dio si è raccontato mediante parole umane. A Israele ha consegnato le parole di vita, la legge, quelle parole che tracciano la strada da percorrere.

Questa potenza della parola spiega il pianto di gioia che il popolo prova - come narrato nel libro di Neemia - quando ascolta le parole che Dio ha donato. Il popolo sta tornando dall’esilio, è affaticato, scoraggiato, deluso, ma ascoltare quella parola di misericordia permette di ritrovare forza. Il popolo si rende conto che non può vivere senza fare memoria di quella promessa. La parola di Dio infatti si compie ogni volta che viene ascoltata. Le nostre assemblee sono oggi, ogni volta, il luogo in cui la Parola di Dio continua a incarnarsi, luogo nel quale l’ascolto attento diventa venerazione.



La coerenza della parola

Rispetto alla riverenza per la parola, tipica della liturgia e della vita cristiana, il nostro tempo si presenta, invece, come l’epoca della parola superficiale e presto dimenticata. La parola è usata in modo rapido, volgare, immediato. E le parole, le promesse, sono spesso archiviate. Forse se volessimo cercare le radici della crisi del nostro tempo, potremmo individuarle proprio nella relazione con le parole.

Come mostra anche il brano del Vangelo di Luca, quando Dio parla si impegna. La parola ha sempre anche una dimensione operativa, riguarda il “fare”: è una promessa, un ordine, un desiderio… Non è un caso, dunque, che in questo testo Gesù dica che proprio oggi la parola si compie, nel momento stesso in cui la pronuncia. Proprio oggi, come per Zaccheo (Lc 19,5), quando la salvezza entra in casa sua nel momento in cui ascolta la parola che Gesù gli rivolge, come oggi il buon ladrone sarà in Paradiso perché ha creduto alla Parola (Lc 23,43).  Siamo messi così davanti al modo in cui noi usiamo le parole, al modo in cui ci impegniamo nelle promesse, alla sincerità del modo in cui esprimiamo il nostro parere.



La parola ci compromette

Il discorso che Gesù pronuncia nella sinagoga di Nazareth è l’incipit di una sorta di omelia o di commento che ogni israelita era chiamato a tenere al termine della lettura del testo sacro. Per i predicatori può essere utile notare lo stile di Gesù: egli parla di sé, si mette in gioco, si compromette. A volte, le omelie sono riflessioni fredde e impersonali; il predicatore, invece, è il primo che dovrebbe lasciarsi ferire dalla parola, come Papa Francesco ci ha suggerito nell’Evangelii gaudium.

Si tratta, è vero, di una sorta di discorso programmatico di Gesù, in cui egli dice chi vuole essere, ma nel Vangelo di Luca questo discorso segue all’episodio delle tentazioni, dove, con la sua stessa vita, Gesù ha già detto che tipo di Messia vuole essere, un Messia che rifiuta la logica del privilegio e del compromesso con il male: Gesù non trasforma le pietre in pane solo per soddisfare se stesso né si butta giù dal tempio per sfidare Dio e neppure si inginocchia davanti al tentatore per riceverne in cambio i regni della terra. Privilegio e compromesso con il potere: anche qui troviamo un’ulteriore radice della crisi del nostro tempo.

Gesù annuncia l’azione di Dio, ma nel contempo si fa azione. C’è una coerenza intima tra la sua parola e la sua azione: non dice solo di essere mandato ai poveri, egli va dai poveri, non proclama solo la liberazione dei prigionieri, ma libera i prigionieri, non annuncia solo la vista ai ciechi, ma ridà la vista ai ciechi…

Troppe volte la parola è usata invece con superficialità, senza tener conto delle sue conseguenze né della nostra capacità di portarla a compimento. La parola vera è frutto di un discernimento.



La parola da cui partire

La parola più difficile è quella che pronunciamo nei luoghi più familiari, dove siamo conosciuti, dove sono palesi le conseguenze dei nostri proclami. Gesù inizia la sua predicazione proprio dalla sua terra, forse per insegnarci che la missione non è mai una fuga. Tutti sanno, per esperienza, che i luoghi più ardui in cui portare il Vangelo sono la propria famiglia e la propria comunità, cioè i contesti in cui continuamente la parola è messa alla prova, ma è proprio da lì che occorre ricominciare, contando sulla forza della Parola stessa.



Leggersi dentro

-          Quale spazio e quale atteggiamento riservi all’ascolto della Parola di Dio?

-          Usi le parole con superficialità o ti prendi cura di quello che dici?



Compagnia di Gesù (Societas Iesu)

Fonte:http://www.clerus.va


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