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DON PaoloScquizzato, Epifania del Signore. Anno C

Omelia Epifania del Signore. Anno C

«Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, ecco, alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme e dicevano: «Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti adadorarlo». All’udire questo, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. Riuniti tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo, si informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Cristo. Gli risposero: “A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta:
E tu, Betlemme, terra di Giuda, / non sei davvero l’ultima delle città principali di Giuda: / da te infatti uscirà un capo
che sarà il pastore del mio popolo, Israele”.
Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire da loro con esattezza il tempo in cui era apparsa la stella e li inviò a Betlemme dicendo: “Andate e informatevi accuratamente sul bambino e, quando l’avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch’io venga ad adorarlo”. Udito il re, essi partirono. Ed ecco, la stella, che avevano visto spuntare, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Avvertiti in sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese». (Mt 2, 1-12)



La festa di oggi, detta dell’Epifania, mi piace pensarla come un elogio all’inquietudine.

I Magi, sono gente inquieta. Vivono declinando verbi come: lasciare, abbandonare, prendere il largo, partire, cercare, domandare, dubitare. È gente viva, perché non hanno alcuna certezza. Non si accontentano di nulla, per questo possono mettersi in cammino. Dubitano di tutto, per questo possono sperare di avere fede.

I Magi, parlano del desiderio di compimento inscritto nel cuore di ogni uomo, del non accontentarsi, dell’intuire che il compimento del cuore sta sempre oltre quella stella che pensavano potesse donare il senso del vivere; sapere che la vita è un perenne movimento per cui non è dato bagnarsi due volte nella stessa acqua.

«L’uomo si distingue dagli altri animali non tanto per la sua perfezione, ma per la sua «perfettibilità» (Rousseau).

Non siamo esseri compiuti ma perfettibili.In via di compimento. E allora occorre camminare, scoprire orizzonti nuovi, e non accontentarsi di verità prestabilite, di sterili definizioni dogmatiche, di catechismi inamidati. La tradizione ebraica sostiene che «non vi sia nulla di scritto una volta per tutte e che, sempre, il senso vada ancora scoperto»(M. Muller Colard).

La vita c’insegna spesso che ciò che alla fine è gravido di vita è ciò che nasce da una ferita, una contrarietà, una deviazione, un’uscita di strada.

I Magi pagani, sono molto evangelici in realtà. Perché il vangelo non dà soluzioni, non indica strade obbligate, non semplifica la vita. Il vangelo è per gli inquieti, per coloro che lasciano tane e nidi (cfr. Lc 9, 57-61), per coloro che rifiutano che le pietre si trasformino in pane per evitare la sciagura di averne a disposizione per tutta la vita (cfr. Mt 4, 3).

Il cristianesimo è l’avventura (fede) di chi fa propria l’accettazione del rischio, contro la religione che usa il proprio dio come polizza assicurativa sulla vita.

Essere cristiani significa disimparare a colorare rimanendo dentro i margini, imparando a ribellarsi e trasgredire tutte quelle leggi (comprese quelle sedicenti divine) che non porteranno mai l’umano a sbocciare. Solo allora si farà esperienza della ‘grazia’, come i Magi hanno fatto esperienza del bambino. Ma con la consapevolezza che «‘grazia’ non è la pace, e che la pace non è la tranquillità»(M. Muller Colard).

Essere discepoli di Gesù insomma significa non diventare migliori, ma diventare finalmente sé stessi. E – come i Magi – finalmente potersi inchinare dinanzi alla vita fragile e indifesa, donando ciò che ognuno ha in sé di più caro, consapevoli che solo chi condivide con l’altro il proprio mondo interiore, può nutrire la speranza di trasformare il mondo intero.

Fonte:www.paoloscquizzato.it/


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