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fr. Massimo Rossi Commento IV Domenica del Tempo Ordinario (Anno C)

Commento su Luca 4,21-30
fr. Massimo Rossi  

IV Domenica del Tempo Ordinario (Anno C) (03/02/2019)

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Continua la riflessione sugli esordi del ministero pubblico di Gesù, esordi non proprio felici, come già abbiamo avuto modo di vedere domenica scorsa.

La gente che lo ascoltava in sinagoga, cambiò progressivamente atteggiamento, man mano che il figlio di Giuseppe parlava: dalla meraviglia ammirata, allo sdegno, al furore omicida...

Del resto non c'è da stupirsi; accade sempre così: finché si parla, le parole lasciano il tempo che trovano; siamo troppo abituati ai proclami di piazza dei nostri ‘amati' politici, che rasentano spesso la demagogia... Non si illude più nessuno - magari! -. Ma quando le parole sono comprovate dai fatti, beh, allora non si può più dire: “Sono solo parole!”.

Ed è proprio così che Gesù ammaestra in nome di Dio il suo popolo ostinato e recalcitrante: dalle parole ai fatti: nel presente caso si tratta di fatti remoti, accaduti secoli prima, ma ancora vivi nella memoria collettiva. È verosimile pensare che gli Israeliti non vi avessero dato una particolare interpretazione. La provvidenza di Dio non guarda in faccia nessuno: non bada al colore della pelle, all'appartenenza sociale o religiosa, alla ricchezza...

E così, quella povera vedova e il suo bambino erano stati miracolosamente premiati dal Cielo per la carità manifestata nei confronti del profeta Elia. Lo stesso, per il generale siriano, tale Naaman, lebbroso, che aveva creduto alle parole di Eliseo, si era lavato sette volte nel Giordano ed era stato mondato dalla lebbra.

Fu l'interpretazione data da Gesù a mandare i compaesani su tutte le furie; o forse, si trattava di una proiezione gratuita di ciò che avevano indebitamente dedotto dalle parole di Lui: in sostanza, la magnanimità di Dio si era rivelata a favore di quei pagani, non solo per la loro bontà e fede, ma perché in Israele nessuno aveva mostrato la stessa bontà e la stessa fede!

In altri termini, Dio aveva fatto una scelta; e la scelta non era stata favorevole al suo popolo.
Ma siamo certi che Gesù avesse proprio voluto dire questo?

Fatto sta che questa preferenza ostentata verso i non-circoncisi, non poteva essere accettata dai Nazaretani, e neppure ascoltata! Il nazionalismo politico-religioso degli Ebrei era proverbiale.
E forse ancora lo è.

Si potrebbe interpretare la misericordia che il Padre usa anche verso chi non lo conosce e non crede in Lui, strumentalizzandola a favore della causa pro-stranieri...

Ma non son convinto che questa sia una vera e propria strumentalizzazione.
Credo piuttosto che nessuno è straniero, agli occhi di Gesù.
Lo stesso non si può dire di Lui, agli occhi degli uomini.
I fatti della passione e resurrezione lo provano.

L'intera vicenda terrena del Figlio di Dio è la storia di un uomo rifiutato dai suoi, perché ritenuto troppo diverso; mantenuto a distanza dai sacerdoti; messo a tacere dalla classe politica perché la sua franchezza, la sua santità, la sua coerenza di vita, erano a dir poco imbarazzanti e compromettevano i rapporti diplomatici tra Roma e la Provincia di Palestina.

Parlando del giusto, l'icona del Messia, l'autore del Libro della Sapienza, al cap.2, scrive: “Tendiamo insidie al giusto, perché ci è di imbarazzo ed è contrario alle nostre azioni; ci rimprovera le trasgressioni della legge e ci rinfaccia le mancanze contro l'educazione ricevuta. (...) E' diventato per noi una condanna dei nostri sentimenti; ci è insopportabile solo al vederlo, perché la sua vita è diversa da quella degli altri, e del tutto diverse sono le sue strade. Moneta falsa siam da lui considerati, schiva le nostre abitudini come immondezze.”(vv.12-16), e avanti di questo passo...

Allontanatosi da Nazareth - non ci sarebbe più tornato, in seguito - (Gesù) raggiunse nuovamente Cafarnao e anche lì entrò in sinagoga, in giorno di sabato, per santificare la festa, secondo quanto prescritto nella Legge di Mosè: anche a Cafarnao, stessa storia: Gesù si alza a predicare, suscitando meraviglia e stupore tra tutti i fedeli; tutti tranne uno...posseduto dal demonio; il quale dichiara di conoscerlo e rivela pubblicamente la Sua identità di Messia, chiamandolo “il Santo di Dio”: il Signore gli intima di tacere e di andarsene da quel pover'uomo.

Ormai lo sappiamo: si tratta del segreto messianico che il Figlio di Dio impone a tutti coloro che confessano il Suo Nome, prima della Risurrezione. Sappiamo anche il motivo per il quale il Maestro di Nazareth non vuole che lo si riconosca come il Cristo, prima che sia venuta la sua ora.

Siamo in dirittura di arrivo...

È doveroso spendere una parola sulla seconda lettura, il famoso inno alla carità che san Paolo indirizza ai cristiani di Corinto: lo sappiamo per esperienza personale: la carità non è una dote da bambini: è una virtù per adulti maturi, così come la fede e la speranza.

Possiamo a ragione affermare che la carità è il frutto più maturo della fede e rappresenta il carattere distintivo del perfetto cristiano: colui che è passato attraverso lo stato infantile del perfetto egoista, ne ha colto i limiti e le profonde incongruenze rispetto alla fede, lo ha rinnegato e lo ha superato... Con grande lucidità, l'Apostolo dei pagani delinea il cammino della vita cristiana, invocando il rapporto in divenire tra l'indole del bambino e quella dell'adulto: la logica della crescita, che tutti siamo in grado di capire e che nessuno si sentirebbe di non sottoscrivere, curiosamente va in crisi, e si inceppa, quando si comincia a parlare di vita cristiana, di virtù, di perfezionamento della fede... La famosa parabola dei talenti (Lc 19,12-27) è tristemente attuale e si applica, nostro malgrado, alle virtù teologali. Fede, speranza e carità, soprattutto la prima, costituiscono quei talenti che istintivamente seppelliamo, con l'intento di restituirli, integri, al termine della vita, senza averli trafficati e moltiplicati.

Tornando all'Inno paolino, la carità è una virtù definitiva, scrive san Paolo; meglio: la virtù definitiva; nel senso che la fede e la speranza si possono, anzi si devono vivere ‘solo' nella vita presente; non in quella futura.

La fede è la relazione con Dio, quando ancora non lo conosciamo pienamente.

Dal canto suo, la speranza funziona da combustibile per camminare verso il compimento della missione ricevuta in questa vita.

Forse, allora, appare più chiaro il motivo per il quale la fede e la speranza scompariranno nella vita eterna, quando la nostra esistenza sarà finalmente compiuta e godremo per sempre della contemplazione di Dio.

Fonte:www.qumran2.net/


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