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FRA.Andrea Vaona, "le sue ultime volontà"

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II Domenica del tempo ordinario – anno 

In quel tempo, vi fu una festa di nozze a Cana di Galilea e c’era la madre di Gesù. Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli.
Venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: «Non hanno vino». E Gesù le rispose: «Donna, che vuoi da me? Non è ancora giunta la mia ora». Sua madre disse ai servitori: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela».
Vi erano là sei anfore di pietra per la purificazione rituale dei Giudei, contenenti ciascuna da ottanta a centoventi litri. E Gesù disse loro: «Riempite d’acqua le anfore»; e le riempirono fino all’orlo. Disse loro di nuovo: «Ora prendetene e portatene a colui che dirige il banchetto». Ed essi gliene portarono.
Come ebbe assaggiato l’acqua diventata vino, colui che dirigeva il banchetto – il quale non sapeva da dove venisse, ma lo sapevano i servitori che avevano preso l’acqua – chiamò lo sposo e gli disse: «Tutti mettono in tavola il vino buono all’inizio e, quando si è già bevuto molto, quello meno buono. Tu invece hai tenuto da parte il vino buono finora».
Questo, a Cana di Galilea, fu l’inizio dei segni compiuti da Gesù; egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui. (Gv 2,1-11)

II Domenica del tempo ordinario – anno C – Torna il “Tempo Ordinario” dopo il “Tempo di Avvento-Natale”: Ordinario nel senso del tempo della sequela feriale al maestro che è quel Dio bambino ormai adulto, che passa, che chiama, che agisce per testimoniare il Padre “suo” che è Padre “nostro”. E pur nel tempo Ordinario, il brano è di collegamento con le “Epifanie“ proposte dalla liturgie dal 6 gennaio (Epifania per eccellenza) ad oggi (passando per il racconto del Battesimo di Gesù della seconda domenica del tempo di Natale).

La liturgia presenta il racconto di una festa di nozze nel contesto della quale accade il miracolo del vino: questo è «il primo segno» operato da Gesù nel quarto vangelo! Distinguiamo tre parti, con una introduzione (vv. 1-2) e una conclusione (v. 11). Tre dialoghi con personaggi diversi: il primo fra la madre e Gesù (vv. 3-5), provoca il miracolo; il secondo fra Gesù e i servi (vv. 6-8); il terzo fra il maestro di tavola e lo sposo (vv. 9-10). La conclusione (v. 11) è il commento teologico dell’evangelista che fa risaltare il carattere cristologico dell’episodio. Il racconto è delimitato da una precisa cornice narrativa, cronologica e geografica (vv. 1.11-12). Siamo in Galilea dove Gesù ha chiamato i primi discepoli (cf. Gv 1,43 ss.), precisamente a Cana, un villaggio sul pendio di una collina a circa otto chilometri a nord-est di Nazaret, durante uno sposalizio.

Dal testo non si può precisare quali fossero i rapporti di Maria con gli sposi, tuttavia Maria si trova già lì, in attesa (cf. v. 1), precede Gesù. Maria è presentata da Giovanni nella sua qualità di «madre di Gesù», come sotto la croce (cf. Gv 19,25-27), ma il Figlio la chiama «donna» (v. 4), mai madre; né è mai chiamata «Maria» nel quarto vangelo. Maria interviene per sollecitare l’aiuto di Gesù agli sposi in difficoltà (v. 3). Gesù interviene e opera il primo segno. Nel quarto vangelo, i miracoli compiuti da Gesù sono definiti «segni» (cf. Gv 2,23; 4,48.54; 6,2.14; 12,37; 20,30), cioè simboli storici che rivelano il mistero della sua persona e della sua missione (cf. Gv 10,38; 14,10). Essi manifestano la «gloria» avuta dal Padre come Figlio unigenito (v. 11; cf. Gv 1,14). Maria chiede l’obbedienza dei servi: «Fate quello che vi dirà» (v. 5). Il miracolo risalta in tutto il suo splendore, soprattutto nell’effetto di condurre alla fede piena i discepoli: l’espressione «credettero in lui» (v. 11) è tipica di Giovanni per indicare la fede.

Le nozze di Cana rappresentano un’occasione per Gesù, vero sposo dell’umanità, di rivelarsi nella sua identità divina e di provocare la fede nei presenti. Il racconto dice che è Maria di Nazaret a propiziare il miracolo, invitando in modo concreto i presenti a fare quanto Gesù propone, qualsiasi cosa sia (cf. Gv 2,5). Anche se non è ancora giunta la «sua ora» il segno avviene: Gesù opera il miracolo, andando incontro a un bisogno preciso degli sposi. Maria si trova così al centro di un fatto che apre la rivelazione di Gesù, come si troverà ancora insieme al Figlio sotto la croce (cf. Gv 19,25-27), nel momento finale.

«Segno» è la parola caratteristica di Giovanni per indicare i miracoli di Gesù (è impiegato diciassette volte nel quarto vangelo), ed esprime il carattere cristologico-rivelatorio dei miracoli stessi (Giovanni ne ricorda solo sette). Il segno è un simbolo storico, che rivela ciò che Gesù è mediante ciò che Gesù opera. L’inizio dei segni a Cana rivela che Gesù è il Messia aspettato, suscita la fede nei discepoli: «credettero in lui» (Gv 2,11). La trasformazione dell’acqua in vino significa che Gesù può trasformare/modificare/trasfigurare le realtà quotidiane in segni di salvezza: il vino è poi, nel linguaggio del quarto vangelo, anche simbolo dei beni della salvezza che il Messia porta all’umanità.

Frate Antonio di Padova commenta:

«“C’era anche la Madre di Gesù. Alle nozze fu invitato Gesù con i suoi discepoli” (Gv 2,1-2). O nozze fortunate, onorate di tali e tanti privilegi, gloriose per tanti favori! In Maria, che fu vergine e madre, è personificata la castità e la fecondità; in Gesù, che fu umile e che disse: “Imparate da me, che sono mite e umile di cuore” (Mt 11,29); che fu povero – “Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli il loro nido, ma il figlio dell’uomo non ha dove posare il capo” (Mt 8,20) –, è personificata l’umiltà e la povertà; nei suoi discepoli è rappresentata l’obbedienza e la pazienza. Ecco l’onore e l’ornamento delle nozze, ecco i loro privilegi e la loro dignità» (Sermone della Domenica I dopo l’ottava dell’Epifania, 4).

E poi precisa:

«Fa’ bene attenzione che Maria, come si desume dai vangeli di Luca e di Giovanni, parlò solo sei volte, disse soltanto sei espressioni. La prima, “Come avverrà questo?” (Lc 1,34); la seconda, “Ecco la serva del Signore” (Lc 1,38); la terza, “L’anima mia magnifica il Signore…” (Lc 1,46); la quarta, “Figlio, perché ci hai fatto questo?” (Lc 2,48); la quinta, “Non hanno più vino” (Gv 2,3); la sesta, “Fate tutto quello che vi dirà” (Gv 2,5). Queste sei espressioni sono come i sei gradini d’avorio del trono di Salomone, i sei petali del giglio, i sei bracci del candelabro. Nella prima frase è indicato il fermo proposito di mantenere inviolata la sua verginità; nella seconda il suo sublime esempio di obbedienza e di umiltà; nella terza la sua esultanza per i privilegi che le furono concessi; nella quarta la sua sollecitudine per il Figlio; nella quinta la sua partecipazione alle altrui necessità; nella sesta la sua certezza nella potenza del Figlio» (ivi, 5).

E’ già quindi evidenza antica quella di individuare in questo episodio una sorta di “Testamento di Maria”. Se vogliamo potremmo parlare delle “sue ultime volontà”, che di fatto ci pongono nella felice situazione di restare nell’affetto di Maria tanto quanto ne rispettiamo la volontà: che è quella di compiere quanto ci chiede di fare il Figlio suo. Fosse anche qualcosa di irragionevole come riempire delle anfore d’acqua, fino all’orlo. Perché il segno – per quanto miracoloso – passa attraverso un “sì” molto umano che dice affidamento, che dice curiosità, che dice collaborazione: tre espressioni del “sì” di Maria.

Madre di Cristo, Madre di Dio, Madre della Chiesa.

«Santa Maria Vergine, nel mondo tra le donne non è nata alcuna simile a te, figlia e ancella dell’altissimo sommo Re, il Padre celeste, madre del santissimo Signore nostro Gesù Cristo, sposa dello Spirito Santo; prega per noi con san Michele arcangelo e con tutte le potenze angeliche dei cieli e con tutti i santi, presso il tuo santissimo diletto Figlio, Signore e maestro» (Francesco d’Assisi, Ufficio della Passione, Antifona : FF 281).

Fonte:http://bibbiafrancescana.org


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