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Frati Domenicani d'Italia settentrionale, “Il lieto annunzio ai poveri”


III domenica del tempo ordinario
“Il lieto annunzio ai poveri”
Le omelie
da una collaborazione di un gruppo di frati del convento di Santa Maria delle Grazie a Milano
27 gennaio 2019

LETTURE: Ne 8,2-4a.5-6.8-10; Sal 18; 1Cor 12,12-30; Lc 1,1-4;4,14-21

“Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel vangelo”. Con queste parole Gesù dà inizio al suo ministero in Galilea, secondo il racconto di Marco, seguito da Matteo con parole analoghe: “Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino”. Allo stesso modo, i primi due sinottici collocano più avanti (Mt 13, Mc 6) il breve soggiorno nazaretano di Gesù, che è mal ricevuto dai suoi compaesani. Diverse le scelte dell’evangelista Luca, che – come si legge questa domenica – colloca proprio nella sinagoga di Nazaret l’esordio del ministero pubblico del Signore. Nel luogo dove era solito andare al sabato e in cui spesso leggeva la parola dei profeti, proprio lì, fra la sua gente, Gesù fa la prima solenne proclamazione pubblica, dice chi è e qual è la sua missione. L’antico oracolo di Isaia che ha appena finito di leggere parlava di un profeta investito dallo Spirito di Dio che promulgava un tempo di grazia, buona notizia per i poveri, gli oppressi, i prigionieri. Con straordinario coraggio Gesù riferisce a sé l’adempimento di questa profezia: “Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato”.

Al termine di una lunga storia, dopo secoli di umiliazione in cui la parola dei profeti che dischiudeva un futuro messianico di benedizione si era a poco a poco trasformata in attesa apocalittica di un trionfo finale delle forze del bene, Gesù rivendica per sé, con sé, in sé, il compimento degli antichi oracoli: “Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato”. Questo è il lieto annunzio ai poveri. Non si tratta certo della magica, istantanea fine di ogni discriminazione, né tantomeno dell’immediato soddisfacimento di ogni bisogno fino ad ora negato. Piuttosto è la proclamazione di una vicinanza, di una solidarietà, di una consolazione che proprio all’inizio del suo ministero pubblico – come qui – Matteo formulerà nelle beatitudini con cui Gesù principia il suo discorso inaugurale: Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli!

Domenica prossima il seguito di questo episodio metterà sotto il segno della croce questo straordinario annuncio del Signore. Oggi esso resta così, come se le parole di Gesù ci fossero rivolte proprio questa domenica e noi ci trovassimo così di fronte ad esse ed alla forza interrogativa di quell’oggi. Perché è proprio qui che si fonda la nostra fede,  è proprio qui che possiamo valutare l’autenticità del nostro essere cristiani. Da qui le domande: il lieto annuncio ai poveri che Gesù proclama essersi adempiuto in lui, lo riconosco vero, sempre attuale e dirompente nella storia mia e del mondo? O piuttosto ritengo che tutto sia sempre uguale, che in realtà nulla sia cambiato e che il “lieto annuncio” sia soltanto la promessa di un futuro da attendere o meglio ancora da sperare? Accostando un povero, oppure essendo davvero povero io stesso, accolgo e annuncio la parola di Gesù come autentica buona notizia, vera e buona “oggi”, oppure la proietto in un futuro immaginato e ultramondano dove finalmente troverà la sua attuazione? Domande decisive che mettono bene in luce se prendiamo sul serio Gesù e il suo vangelo, che provocano la nostra fede e la nostra speranza.

Iniziamo a leggere piuttosto continuativamente il vangelo di Luca, in queste domeniche del tempo ordinario dell’anno “C”; abbiamo davvero voglia di verificare la veridicità di quest’oggi proclamato come giunto oppure preferiamo fare come gli Ateniesi delusi alla fine del discorso di Paolo che annunciava la verità della risurrezione: “Su questo ti sentiremo un’altra volta”(At 17,32)? Perché è proprio qui che si gioca la nostra fede in Cristo: credere che ai poveri sia stato già portato un lieto annuncio, ai prigionieri sia stata già proclamata la liberazione e ai ciechi sia stata già ridonata la vista. Questa è la beatitudine conseguente al lieto annuncio, in altri termini , questi sono i frutti del vangelo. E ognuno di noi dovrebbe con la sua vita essere la prosecuzione, l’attualizzazione di questo lieto annuncio.

“Ora voi siete corpo di Cristo e, ognuno secondo la propria parte, sue membra”. Così abbiamo letto nella seconda lettura, dalla prima lettera ai Corinzi. Facendo suo il famoso antico apologo del corpo e della membra, l’apostolo ci ha ricordato l’intima connessione che ci lega fra di noi, e noi con Cristo. Ognuno di noi, per la sua parte, è estensione di Cristo nel tempo e nello spazio: è la straordinaria bellezza e la forza dell’essere cristiani, è il dono che il battesimo ha deposto in ognuno di noi e che la partecipazione all’eucaristia costantemente mantiene e vivifica. Così ogni cristiano dovrebbe essere con la sua stessa vita la concretizzazione storica, la riattualizzazione dell’incontro di Gesù con tutti gli umiliati e gli oppressi, con tutti i ciechi e i prigionieri.

Ancora una volta, nella celebrazione eucaristica, ci mettiamo come l’antico Israele in ascolto della Parola di Dio (cf. la prima lettura). Ancora una volta, come l’antico Israele, rispondiamo: “Amen, amen”. Ancora una volta questo ascolto penetra dentro di noi e richiede la nostra risposta credente e operosa. Ancora una volta lo Spirito del Signore è dato ad ognuno di noi per essere con la sua vita “lieto annunzio ai poveri” che il Signore mette sulla nostra strada. Ci chiede di prestargli la nostra bocca e le nostre mani per poterli incontrare insieme a noi.

Fonte:http://www.domenicani.it


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