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padre Gian Franco Scarpitta, "Inderogabilmente e senza riserve"

Inderogabilmente e senza riserve
padre Gian Franco Scarpitta  

IV Domenica del Tempo Ordinario (Anno C) (03/02/2019)

  Visualizza Lc 4,21-30
Anche per esperienza personale posso affermare che uno dei segni indubbi dell'identità di una chiamata vocazione è l'iniziale senso di timore dovuto all'impressione di non essere all'altezza o di non essere degno. Quando cioè si avverte un primitivo smarrimento e ci si domanda se si sarà capaci di portare a termine una determinata missione o di perseverare in quel particolare stato di vita, quello può essere identificato come uno dei segni di vocazione certa ed effettiva. Capita effettivamente ai seminaristi e ai novizi nella vita religiosa, cosi come succedeva ai profeti e agli apostoli. Il profeta Geremia, più volte intimidito dalle avversità che la sua missione di annuncio comporta, vorrebbe più volte rinunciare all'incarico e si propone di “non parlare nel nome di costui” e tuttavia si sente sospinto in avanti e vince il timore lanciandosi senza riserva, forte del coraggio che gli infonde Colui che lo ha conosciuto sin dal seno materno e al quale non erano ignote le sue vie. In qualsiasi dimensione vocazionale infatti paure e angosce soccombono un po' alla volta alla certezza esperita di non essere soli e dalla consolazione che Chi ci ha chiamati non ci abbandona a noi stessi. Dio non abbandona né lascia provo di mezzi chi da lui è stato chiamato a svolgere un determinato compito nel suo nome e pertanto il timore, seppure pressante all'inizio, perde la sua motivazione di esistere.

Questo soprattutto quando ci si trovi ad operare nella propria terra o nel proprio contesto, dove tante volte ci illudiamo che la nostra missione riscontri maggiore successo appunto perché si parla casa propria e a persone che hanno con noi una certa familiarità. A dire il vero, se vi è un ambito missionario particolarmente difficile, nel quale non si vorrebbe mai eseguire un ruolo o un compito vocazionale è proprio la terra di origine. A causa della familiarità eccessiva che si è instaurata con parenti, amici e conoscenti, a me tante volte costa molta fatica ascoltare le confessioni nella città in cui sono cresciuto e del resto anche non pochi miei interlocutori si troverebbero in situazioni imbarazzanti quando si trovassero a conferire con il sottoscritto su argomenti di spiritualità o inerenti la Parola di Dio. E soprattutto, non vi altro luogo più ostile e refrattario se non la propria terra di origine quanto all'accoglienza della Parola di Dio.

In altri luoghi del suo ministero, il profeta ottiene consensi maggiori che nella propria terra, in primo luogo perché per i suoi interlocutori costituisce una novità e per ciò stesso una certa sorta di curiosità. Operando in luoghi diversi dai nostri si sperimenta di essere maggiormente osservati forse perché maggiormente “guardati da sconosciuti”. In secondo luogo, avviene sempre, in un certo qual modo, che la città o la terra nella quale sei ospite non è la stessa in cui ti troveresti se vivessi nel tuo ambiente di provenienza: i luoghi nei quali ti trovi a vivere da forestiero incidono non poco sul tuo atteggiamento e sulla tua personalità e impongono sempre una certa modestia e ponderatezza.

Trovandosi nella propria regione invece si vorrebbe parlare con maggiore disinvoltura e sicurezza, ma la familiarità della gente che ti ha conosciuto e ti ha visto crescere impedisce che il tuo messaggio venga veicolato con dovuta rapidità e soprattutto che la Parola che stai annunciando venga interpretata come parola divina. Quanto è tanto più refrattario quanto più ci è familiare.

A tale difficoltà Gesù dimostra di non arrendersi e alle ostinazioni del popolo che vorrebbe vederlo compiere lì i medesimi prodigi che ha compiuto altrove ribatte con la franchezza estrema dell'argomento che le scelte di Dio non seguono compromessi né parametri o criteri propriamente umani e nostrani: Dio è libero di scegliere di sanare un solo lebbroso fra molti e una sola vedova fra le tante secondo i suoi imperscrutabili disegni che non sono i nostri. Piuttosto il Signore privilegia coloro che dimostrano fede incondizionata in lui riponendo in lui ogni speranza, appunto come avevano dimostrato, in un modo o nell'altro, i personaggi succitati. Come nel loro caso, il fatto che Gesù non compia prodigi davanti ai suoi conterranei sottolinea che davvero la sua parola è verità che non bada a compromessi. La Parola di Dio non si assoggetta ai gusti singolari della gente e prescinde da propositi frivoli e capricciosi di chi vorrebbe adoperarla a proprio uso e consumo; non si modella perché il suo latore si conformi alle aspettative dei suoi amici o dei suoi parenti che sono abituati a vedere in lui il figlio del falegname e di Maria che ha trascorso l'adolescenza fra loro. La Parola è sempre se stessa e non si vende per nulla e mostra sempre la stessa efficacia senza scendere a compromessi e senza modellarsi a esclusivo vantaggio di nessuno.

Il discorso di Gesù risulta fin troppo eloquente perché possa urtare la suscettibilità degli astanti, che gli tendono tranello nel tentativo di colpirlo a morte, ma Gesù non dimentica che il Padre gli ha assegnato un ruolo non facile per il quale non gli viene a mancare alcun sostegno e per questo persevera nel suo compito inderogabilmente e senza riserve.

Fonte:www.qumran2.net


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