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Compagnia di Gesù, "I bivi della nostra vita"

VI Domenica del Tempo Ordinario - Anno C
Lc 6, 17. 20-26.
Congregatio pro Clericis



«Due strade divergevano in un bosco d’autunno

e dispiaciuto di non poterle percorrerle entrambe,

essendo un solo viaggiatore, a lungo indugiai

fissandone una, più lontano che potevo

fin dove si perdeva tra i cespugli».

Robert Frost



I bivi della nostra vita

La vita ci mette continuamente davanti a non poche alternative tra cui scegliere. Ci ritroviamo, infatti, continuamente davanti a un bivio. La filosofia, secondo alcuni interpreti, inizia proprio così, da quel poema che narra di Parmenide, il quale si trova davanti due strade, quella dell’opinione e quella della verità, una che porta verso la superficialità ingannevole e l’altra che conduce alla pienezza della vita intellettiva. Occorre scegliere!

Troppo spesso indugiamo, lasciando che la vita scelga per noi. La realtà si presenta talvolta ambigua e complessa e soprattutto facciamo fatica a intravvedere il punto d’arrivo. Eppure abbiamo la responsabilità, mentre siamo davanti a quel bivio, nel nostro punto di partenza, di raccogliere tutte le informazioni necessarie per poter decidere da che parte andare.

Per quanto difficile, non possiamo nascondere che il criterio fondamentale delle nostre scelte sia quello di essere felici. La via migliore è certamente quella che porta verso un vita pienamente realizzata. Siamo infatti simili a un cespuglio che cerca acqua, come descritto da Geremia nella bellissima immagine che usa nel capitolo 17. La vita è sempre ricerca di una fonte per poter sopravvivere, ma a volte andiamo a cercare l’acqua proprio dove non c’è, stazioniamo accanto a pozzi avvelenati o confidiamo in chi ci promette un’acqua che non ci darà mai.



La lezione di Gesù sulla felicità

Come nel Vangelo di Matteo, anche in quello di Luca Gesù riserva una lezione specifica alla domanda fondamentale che ogni uomo si porta nel cuore da sempre: il desiderio di essere felice.

Se nel racconto di Matteo, Gesù saliva su un monte - come Mosè che saliva sul Sinai per ricevere da Dio la Legge - in quello di Luca, Gesù è in un luogo pianeggiante e, per parlare alla gente, deve alzare gli occhi, quasi come se fosse più in basso, come se si mettesse umilmente al di sotto, ma anche come chi lascia emergere le sue parole dalla preghiera che sta rivolgendo al Padre.

La felicità ci sta a cuore e ci affanniamo a trovare ricette per una vita realizzata. Fin dal mondo antico, i filosofi hanno provato a dare risposta a questa domanda, eppure Gesù non usa qui lo stesso termine usato ordinariamente tra i sapienti greci per parlare di felicità. Aristotele, per esempio, usava il termine eudaimonia, e parlava di felicità come quel bene ultimo che cerchiamo di raggiungere mediante i nostri comportamenti. Ogni azione è finalizzata quindi a raggiungere quella meta ultima.

Gesù usa invece l’aggettivo macharioi, invitando a riconoscersi fin d’ora felici, non perché si fanno delle cose meritevoli o virtuose, ma perché ci si trova in situazioni tali che consentono di essere felici. A ben guardare sono tutte situazioni in cui sperimentiamo un vuoto, una mancanza, un’assenza. Al contrario, le situazioni in cui non siamo felici, situazioni che Luca aggiunge rispetto alla versione di Matteo, sono quelle in cui siamo saturi, pieni e autosufficienti.

Sembra dunque che per Gesù la felicità consista in uno spazio in cui Dio può entrare. Chi è povero, manca del necessario, cioè non è autosufficiente, non è chiuso in se stesso, ha bisogno di chiedere, è costretto a rendersi conto di aver bisogno degli altri. I poveri sono qui gli ptochoi, coloro che possono contare solo su Dio. E proprio questo li rende felici. Non sono i poveri che ostentano la loro povertà, perché questo termine viene infatti da un verbo che significa propriamente nascondersi. Chi è povero sa ricevere, sa accogliere, ha l’umiltà di lasciarsi aiutare. Siamo poveri quando lasciamo che Dio si manifesti nella nostra vita.

Allo stesso modo, la fame e il pianto di cui parla Gesù sono reali. È la fame che egli stesso ha sperimentato nei quaranta giorni nel deserto, così come il pianto sarà quello che sperimenterà più tardi davanti alla morte dell’amico Lazzaro.



Povertà o ricchezza?

Solo chi è povero sa ancora desiderare, sa sperimentare quella incompletezza che continua a farci camminare e sentire vivi. Chi invece è ricco non sente più alcuna spinta. Quando abbiamo tutto, siamo infelici, perché non siamo più capaci di desiderare, non abbiamo più motivi per andare avanti nella vita, diventiamo depressi. Il ricco è la triste immagine di chi spera che nulla cambi, il povero invece è colui che spera nel cambiamento, colui che non sta fermo e non si accontenta.

Per Gesù la felicità è il Regno, ma a differenza della prospettiva di Aristotele, questo sommo bene non è da guadagnare o da raggiungere. Il Regno è ricevuto, accolto, riconosciuto.

Nella meditazione sulle due bandiere, al n. 142 degli Esercizi spirituali, Sant’Ignazio individua nella ricchezza il primo gradino che spinge l’uomo verso tutti gli altri vizi, al contrario Cristo chiama alla povertà e da qui a tutte le altre virtù: «Vi sono perciò tre scalini: il primo è la povertà opposta alla ricchezza, il secondo l’umiliazione e il disprezzo opposti al vano onore del mondo, il terzo l’umiltà opposta alla superbia; da questi tre scalini li guideranno a tutte le altre virtù» (Esercizi spirituali 146).



Leggersi dentro

-         Qual è il tuo ideale di felicità?

-         Sai stare nelle situazioni di povertà o cerchi continuamente di difendere le tue ricchezze?





Compagnia di Gesù (Societas Iesu)

Fonte:http://www.clerus.va


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