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don Fabio Rosini, "DISCEPOLI DELL’AMORE SCONFINATO DI DIO"

VIII Domenica del Tempo Ordinario (Anno C) - 3 Marzo 2019
DISCEPOLI DELL’AMORE SCONFINATO DI DIO

Non vi è albero buono che produca un frutto cattivo, né vi è d’altronde albero cattivo che produca un frutto buono [...]. L’uomo buono dal buon tesoro del suo cuore trae fuori il bene; l’uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori il male.

Luca 6,39-45
 

«Ogni albero si riconosce dal suo frutto». L’abside della basilica romana di San Clemente (XII-XIII sec.) presenta la Chiesa come una rigogliosa pianta di vite che si dipana in tralci che partono dalla croce di Cristo. Ogni tralcio porta un frutto che rappresenta uno dei doni che si incarnano, organicamente, nei vari cristiani.

È inevitabile che gli uomini e le donne del nostro tempo prima o poi, spostata qualche foglia, osservino da vicino il frutto che trovano in questo albero che siamo noi cristiani… C’è da dire che non dobbiamo essere molto saporiti, se in gran numero si allontanano disinteressati, anche se, grazie a Dio, non è sempre così.

Il Vangelo di questa domenica pone questo parametro del frutto buono o cattivo nel contesto della stigmatizzazione dell’atteggiamento di chi guida l’altro senza avere luce su sé stesso, di chi analizza pedantemente le imperfezioni altrui convivendo con la crassa ignoranza delle proprie.

Una cosa, purtroppo, non ci manca mai: le Signorine Rottermeyer, i correttori non richiesti e invadenti, contraddistinti da un pH di acidità preoccupante. In questi pessimi maestri è prevalente la tendenza al rimprovero, alla paternale e all’uso generoso del senso di colpa, leva principale dei cattivi formatori, totem intoccabile della struttura mentale dei portatori di pali oculari.

Ma cosa è questa cecità inconsapevole che rende pessimi didascali? È una luce mancante e un occhio malato, come dice Gesù nello stesso Luca: «La lampada del corpo è il tuo occhio. Quando il tuo occhio è semplice, anche tutto il tuo corpo è luminoso; ma se è cattivo, anche il tuo corpo è tenebroso. Bada dunque che la luce che è in te non sia tenebra.» (Lc 11,34s).

La prima parola che Dio dice nella Bibbia è: «Sia la luce!». Tutto comincia dal Padre che dà vita alle cose. Gesù è definito nel prologo di Giovanni: «La luce vera, quella che illumina ogni uomo». Senza questa luce siamo al buio.

UN CATTIVO TESORO. Cosa è dunque la trave nell’occhio di chi assilla il prossimo con le analisi pedanti? Il nostro testo la collega all’esistenza di chi non sa fare il discepolo ma fa il maestro lo stesso, di chi si porta un cattivo tesoro nel cuore, e da quel tesoro tira fuori i suoi frutti amari.

Quel tesoro tragico è la mancanza dell’esperienza del perdono.

Dice Gesù ai farisei alla fine della storia della guarigione di un cieco dalla nascita: «Siccome dite: “Noi vediamo”, il vostro peccato rimane.» (Gv 9,41). Mi credo vedente, ma il peccato resta lì, non è tolto, non è stato rimesso. Gli occhi si aprono solo con l’esperienza del perdono dei peccati. Altrimenti siamo guide cieche che portano le persone nel fosso del moralismo. Solo la misericordia sana l’uomo dal vero buio che è non conoscere l’amore.

Quel che abbiamo veramente da insegnare al mondo è l’amore di Dio, il resto è conseguenza. Vivere da discepoli di questo amore sconfinato è stare a una scuola in cui non si impara mai abbastanza. Questo amore toglie la trave dai nostri occhi e ci fa guardare tutto con tenerezza e premura.


Fonte:http://www.famigliacristiana.it


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