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Don Marco Ceccarelli, Commento V Domenica Tempo Ordinario “C”

V Domenica Tempo Ordinario “C” – 10 Febbraio 2019
I Lettura: Is 6,1-8
II Lettura: 1Cor 15,1-11
Vangelo: Lc 5,1-11
- Testi di riferimento: Gen 26,24; 46,3; Es 19,12.20-24; 20,19; Nm 4,5-20; 31,15.18; Dt 5,25; Gs
2,13; 3,3-4; 6,25; 9,20; Gdc 6,23; 13,22; 1Sam 6,20; 2Sam 6,6-10; 8,2; 2Cro 25,12; Gb 42,5-6; Qo
4,17; Is 33,14-15; 43,5; Mt 17,6; Gv 3,13; 2Tm 2,26; Eb 12,18-29

1. Il tema principale di questa domenica pare essere quello della manifestazione di Dio, il cui apice
si realizza in Cristo. Attraverso l’umanità di Gesù Dio rivela se stesso, si fa conoscere, comunica la
sua parola, compie la sua salvezza. Se ci si ferma però all’uomo Gesù, quell’uomo che ha condiviso
in tutto la condizione umana dei suoi concittadini, si finisce per non accogliere la salvezza. Così è
successo a Nazareth. L’episodio descritto nel brano di Vangelo odierno è una sintesi del cammino
che farà Pietro e che deve fare ogni discepolo; un cammino che va dall’umanità di Cristo alla sua
divinità. Abbiamo infatti il riconoscimento di Cristo prima come maestro (vv. 1-5: la gente accorre
da Gesù per ascoltare la parola di Dio, Gesù insegna, Pietro lo chiama “maestro”), poi come profeta
(v. 5: Pietro obbedisce alla parola di Gesù), infine come Dio (v. 8: “Signore”). Per giungere a questa
professione di fede Pietro ha dovuto accogliere la parola di Gesù come parola divina; e facendo ciò
ha raccolto i frutti di quella parola, che a un primo livello sono i pesci pescati, ma ad un livello più
profondo è l’incontro con Dio presente in Gesù. Se si obbedisce alla parola del maestro e del profeta
si potrà vedere in lui la potenza di Dio, anche se si è totalmente indegni e incapaci di stare alla presenza di Dio.
2. La reazione dell’uomo.
- Nonostante la sua indegnità, nonostante il suo essere peccatore, Pietro sta alla presenza di Dio. E
può farlo non perché lui sia salito al cielo, ma perché Dio è disceso dal cielo. Quello di voler incontrare la divinità tramite le proprie forze è un tema ricorrente (cfr. ad esempio Gen 11,1-9). Tuttavia
ciò non è possibile. “Nessuno può salire al cielo se non il figlio dell’uomo che è disceso dal cielo”
(cfr. Gv 3,13). Si può trovare Dio soltanto se Lui si abbassa e si fa piccolo così che l’uomo possa
incontrarlo senza rimanere annientato. È la stessa esperienza di Isaia descritta nella prima lettura.
Isaia si trova nel tempio e vede il Signore. Questa visione lo sconvolge, sapendo che nessun essere
umano può stare alla presenza di Dio. L’apparire della santità di Dio ci “fa” impuri, cioè rende manifesta la condizione peccaminosa dell’uomo, la sua non santità. La reazione di Isaia, come quella
di Pietro, manifesta l’esperienza primaria dell’uomo davanti a Dio. È impossibile stare alla presenza
di Dio e non riconoscersi peccatori. Se stiamo davanti a Dio e ci sentiamo giusti significa che quello
non è Dio, ma un idolo, cioè un dio a nostra misura, un dio che ci siamo fabbricati noi. Poiché
l’uomo non può avvicinarsi a Dio, Isaia pensa di essere in procinto di morire. Però Dio lo rende
“idoneo” per stare alla Sua presenza. È una esperienza analoga a quella del sommo sacerdote il quale, per poter entrare nel santo dei santi, alla presenza di Dio, ad offrire il sangue per l’espiazione dei
peccati (cfr. Eb 9,7) doveva sottoporsi ad una profonda purificazione.
- La richiesta di Pietro a Gesù di allontanarsi da lui esprime la stessa consapevolezza. Il riconoscimento del proprio peccato davanti alla manifestazione di Dio è indispensabile per non rimanere
“bruciati”. Chi pensa di poter mettere la mano nel fuoco senza rimanere bruciato è stupido; avvicinarsi a Dio senza riconoscere la propria non-divinità, non-santità, è altrettanto stupido e pericoloso.
Nessuno è all’“altezza” di Dio; nessuno è degno di stare alla sua presenza. Rispetto a Lui noi siamo
totalmente altro (soltanto se diventiamo consapevoli di questa verità possiamo apprezzare cosa significhi che il Dio trascendente si sia fatto uomo per farsi vicino a noi). I padri spirituali antichi dicevano che più ci si avvicina a Dio e più ci si accorge della propria distanza da Lui. Viceversa possiamo dire che soltanto se ci si rende conto della propria realtà di peccatori si può essere certi di essere alla presenza di Dio. La superbia che spinge l’uomo ad elevarsi fino a voler essere dio è ciò che gli procura la rovina (cfr. Gen 11,1-9).
Al contrario, il riconoscimento della nostra distanza da Lui è
la condizione essenziale per ricevere da Lui la purificazione, la santità, e la missione. Questa sarà
l’esperienza che Pietro nel momento della passione di Gesù, nel momento in cui veramente sperimenterà la sua condizione di peccatore, dopo aver creduto di essere all’altezza di seguire Cristo (Lc
22,33). Ed è anche l’esperienza di Paolo descritta nella seconda lettura odierna, in cui dichiara la
sua raggiunta consapevolezza di essere “come un aborto”, e che, nonostante ciò, per la grazia di Dio
egli è un apostolo.
- Proprio perché la paura è la normale reazione dell’uomo davanti Dio, Dio gli dice: “Non avere
paura” (vedi testi di riferimento). Dio si fa vicino all’uomo per farsi conoscere da lui e per chiamarlo. In Cristo Dio si fa vicino a Pietro e lo chiama ad una missione particolare, una missione profetica e sacerdotale. Pietro dovrà essere catturatore di uomini per portarli a Cristo, perché ricevano il
perdono dei peccati, come il sommo sacerdote si avvicinava a Dio per il perdono dei peccati del popolo.
3. La chiamata e la missione. Da quanto detto sopra ricaviamo che davanti alla chiamata di Dio
l’uomo deve evitare due atteggiamenti. Da un lato la presunzione di sentirsi all’altezza della chiamata e della missione. Nessuno è mai all’altezza o degno di servire Dio. D’altro lato, l’inopportuna
umiltà da rinunciare alla chiamata a motivo della propria indegnità e inadeguatezza. E ciò per il fatto che Dio, nonostante la nostra fragilità, ci darà tutte le grazie necessarie per realizzare la missione.
Nessuno si deve tirare indietro adducendo come pretesto la propria debolezza. Questo sarebbe mancare di fede nella potenza di Dio. Sulla parola di Cristo possiamo gettare le reti lì dove con tutta la
nostra fatica non siamo arrivati a nulla.
4. “Catturatore (zogron) di uomini” (Lc 5,10). Il verbo zogreo, usato da Lc a differenza degli altri
sinottici, significa “catturare (qualcuno) vivo”, “mantenere in vita”, “far vivere” nel senso di liberare dalla morte (vedi testi di riferimento). L'immagine è dunque paradossale, ma anche significativa.
Infatti, mentre un pescatore provoca la morte dei pesci facendoli uscire dall’acqua Pietro, al contrario, darà la vita agli uomini facendoli uscire dalle acque della morte, salvando coloro che stanno annegando, risparmiando la vita a quelli che sono condannati a morte. La formula della frase rivolta
da Gesù a Simone significa in definitiva: “salverai gli uomini da morte sicura”. Il verbo zogreo lo si
ritrova nel Nuovo Testamento soltanto in 2Tm 2,26, applicato a coloro che «sono stati catturati (dal
diavolo) per fare la sua volontà». Cristo è venuto a “slegare” quelli che stanno sotto il potere di satana (Lc 13,16). “Da ora in poi” (Lc 5,10) appare qualcosa di nuovo sulla terra: il potere di salvare
gli uomini e permettere loro di vivere. Questa attività è affidata alla Chiesa di cui Pietro svolge un
ruolo preminente (Lc 22,32), il ruolo di legare e slegare (cfr. Mt 16,19). Quella liberazione dei prigionieri che Cristo aveva annunciato nella sinagoga di Nazareth (Lc 4,18) ora viene affidata a Pietro
e alla Chiesa. La Chiesa è il luogo dove possiamo avvicinarci a Dio (Eb 12,22-24) per ascoltare la
Sua parola ed essere purificati dai peccati.

Fonte:http://www.donmarcoceccarelli.it


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