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Don Marco Ceccarelli, “contrasti” in Luca

VI Domenica Tempo Ordinario “C” – 17 Febbraio 2019 I Lettura: Ger 17,5-8 II Lettura: 1Cor 15,12.16-20 Vangelo: Lc 6,17.20-26 - Testi di riferimento: Dt 6,10-12; 8,12-14; 32,15-18; 1Sam 2,8; Sal 17,14-15; 22,26; 49,6-21; 69,8- 13; 146,3-7; Is 25,6-9; 31,1-3; 36,6; 55,1-2; 65,11-14; Ez 29,6-7; Am 6,1-7; Mt 5,10; 13,44-46; Lc 12,15-32; 13,28; 14,21.24; 16,13.22; 18,24; At 14,22; 1Tm 6,17; Gc 2,5; Ap 3,17-18 1. 

“contrasti” in Luca. - Nel Vangelo odierno si presenta il primo di una serie di contrasti specifici di Lc. Il nostro evangelista ama mostrare, attraverso un gioco di opposizioni, di antitesi, come davanti a noi si aprano due possibili direzioni diametralmente opposte. In questo caso si tratta del contrasto fra le beatitudini e i guai (non presenti in Mt). Ciascuno di noi può vivere o nella benedizione o nella maledizione (cfr. Lv 26; Dt 28). È un tema tipico dei libri sapienziali dell’Antico Testamento, quello delle due vie, quello del saggio e dello stolto che scelgono di assumere uno stile di vita completamente diverso. In questi libri la felicità è diretta conseguenza di uno stile di vita improntato alla sapienza. Il saggio è colui che, avendo imparato quella sapienza che Dio ha iscritto nell’universo e che alla fine coincide con la Sua volontà, ha imparato l’arte del vivere e quindi, vivendo bene, è felice. La sua vita è piena di benedizione. Al contrario uno vivrà male, come sotto una “maledizione”. Lc si pone in questa scia. Però, rispetto all’Antico Testamento dove il fattore discriminante era il rapporto con Yahvè, ora invece diventa quello con Cristo e il regno. Diventare discepoli di Cristo significa aver fatto la scelta giusta, avere imboccato la via della vita. Accogliendo Cristo, il suo messaggio, la sua salvezza, significa entrare nel regno e quindi vivere nella benedizione. Al contrario, vi si rimane esclusi. Occorre quindi saper prendere la strada giusta, adottare il giusto comportamento. Cosa che non è così scontata. - Il contrasto che appare nel Vangelo odierno ha a che fare con l’impostazione della propria vita. Si può assumere uno stile di vita secondo Dio o secondo la “carne”. Questo termine usato nella prima lettura indica in senso lato le realtà umane. In quel contesto si dice che “confidare nell’uomo” e “porre nella carne il proprio sostegno” è fonte di maledizione. Vale a dire: niente di tutto ciò che è creaturale può dare all’uomo la salvezza e quindi la felicità. Al contrario, la benedizione sta nel confidare in Dio. Gesù dirà che non si può servire a due padroni, ponendo il contrasto fra Dio e le ricchezze (Lc 16,13). Queste rappresentano la sintesi di tutto quanto esprime la forza delle realtà umane. La fiducia nelle realtà umane per far valere i propri diritti, per farsi giustizia, per sentirsi sicuri, si contrappone alla fiducia nell’unico Dio. 2. I poveri e i ricchi. - Il termine “povero” ha un rilievo particolare in Lc. Gesù è presentato fin dall’inizio del suo ministero come colui che è stato mandato ad annunciare la buona notizia ai poveri (4,18; cfr. anche 7,22). La buona notizia è per i poveri, per quelli che entreranno nel regno (Lc 14,21). I poveri sono coloro che, come Lazzaro (Lc 16,20.22), hanno posto la loro fiducia in Dio, che non hanno mezzi umani per far valere i loro diritti, che come la povera vedova pongono tutta la loro vita in Dio (Lc 21,3). Il povero nella Scrittura è infatti colui che pone il suo rifugio, la sua sicurezza, la sua speranza di salvezza solamente in Dio, indipendentemente dalle sue condizioni economiche. Da qui si può capire che non è dunque un peccato essere ricchi, come ovviamente non lo è essere sazi o essere lieti. Il peccato, la “maledizione”, sta appunto nel “porre nella carne”, cioè nella realtà umane, la propria sicurezza, la propria speranza di riuscita, di felicità. Il ricco, il sazio, il gaudente, è colui che dice “non ho bisogno di nulla”, “sono a posto” (Ap 3,17); è colui che si attornia di sicurezze, facendo alleanze umane, accumulando beni, e pensando che queste realtà gli daranno la salvezza. È colui che trova in queste cose la sua consolazione e così si priva di orientarsi verso la vera consolazione e di attendere quella. È colui che ha già qui il suo paradiso e non ne attende un altro. Il povero è colui che si sente bisognoso sempre (vedi per esempio il ricco Zaccheo: Lc 19,1-10), e che perciò è pronto ad accogliere la salvezza quando si presenta l’occasione. È colui che troverà il suo paradiso all’avvento del regno di Cristo (Lc 23,42-43). È colui che, pur disponendo di mezzi materiali, di appoggi umani, di possibilità di farsi giustizia, pone ugualmente la sua fiducia in Dio solo, e lascia che sia Dio stesso a difenderlo. Per questo la continuazione del Vangelo odierno parla dell’amore ai nemici e della non resistenza al male. D’altro lato, chi invece, pur essendo a corto di mezzi economici, in situazioni di ingiustizia, oppresso, ma vuole usare mezzi umani per farsi valere, allora costui esce dalla categoria di povero. - In definitiva il vero povero è Cristo. Egli andava ai banchetti, entrava nelle case dei ricchi, mangiava con peccatori, faceva festa; ma va a soffrire una morte ingiusta, senza far ricorso a una difesa umana, ponendo invece tutta la sua speranza in Dio. Però egli ha detto ai suoi discepoli: Beati voi poveri. I discepoli di Cristo sono dunque coloro che seguono le orme del povero. Anche se difficilmente entrerà nel regno dei cieli chi ha ricchezze (Lc 18,24), i ricchi di questo mondo, come Zaccheo, possono entrare nel regno, possono accogliere la salvezza accogliendo Cristo e rinunciando a porre la propria fiducia nella ricchezza (Lc 19,2.8). San Paolo raccomanda «ai ricchi di questo mondo … di non porre la speranza nell’incertezza delle ricchezze ma in Dio» (1Tm 6,17). - La difficoltà di mantenere la “stato” di povertà, di fiducia nel Signore, sta nel fatto che troppo spesso chi si appoggia sulle realtà umane prevale. I malvagi sembrano prevalere, sembra che a loro vada tutto bene. Sarebbe facile confidare nel Signore se le vie degli empi finissero sempre male, ma spesso non sembra questo il caso. Per questo il parallelo povertà = benedizione, ricchezza = maledizione non è per nulla ovvio. Non di rado troviamo proteste nella Scrittura per il fatto che gli empi hanno successo e prevalgono sul giusto (Ger 12,1-2; Sal 73; Gb 21,6-34). Che cosa può trattenere i giusti dalla tentazione di difendersi con il male? (Sal 125,3). L’aver capito che l’unica vera ricchezza, quella che sazia, che consola, che rimane per sempre, è l’appartenenza al regno, è l’aver ricevuto Dio come Padre. Chi ha scoperto Dio come Padre, chi ha quella garanzia che gli viene dalla fede di essere figlio di Dio, allora è tranquillo e sereno come un bimbo nelle braccia della madre. Allora anche quando sembra che tutto prevalga contro di lui, può dire “Padre, nelle tue mani affido il mio spirito”, sapendo di non restare deluso. Ed è questo l’anticipo del regno dei cieli sulla terra: quella certezza che c’è una vita oltre la morte, che c’è una giustizia oltre l’ingiustizia, che c’è una salvezza che non è umana e quindi destinata ad essere parziale, limitata a questa terra, ma che è quella che dà la vita eterna, che fa entrare in quel regno dove non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, ma solo sazietà e allegria (Is 25,6-9).


Fonte:http://www.donmarcoceccarelli.it


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