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Don Paolo Zamengo, "Travi e pagliuzze "

VIII Domenica del Tempo Ordinario (Anno C) 
Travi e pagliuzze     Lc 6, 39-45

Ognuno di noi sbaglia. La cosa non è molto grave quando ce ne rendiamo conto. Ma è pericoloso sbagliarsi nel giudizio sul bene e sul male.

Chi può conoscere il bene? Come separare il grano buono dalla paglia, l’illusione dalla verità? E se non saprò farlo per me, come oserò pretenderlo dagli altri? Che grande responsabilità!

Non c’è scena più tragicamente comica di quella descritta nel vangelo dei due fratelli l’uno con una trave  nell’occhio e l’altro con la pagliuzza, e il primo, che non ci vede, pretende di  vedere per l’altro.

Conoscete la favola di Fedro tramandataci da Esopo? Eccola. “Giove ci impose due borse: ci mise dietro, sulle spalle,  quella piena dei nostri difetti e davanti, sul petto, quella con i difetti degli altri. Perciò non vediamo i nostri difetti ma, non appena gli altri sbagliano, siamo pronti  a giudicare e condannare.

Il problema non è dare un giudizio sul bene e sul male, ma sulle persone. Gesù ci  consiglia pazienza e prudenza. Meglio attendere il tempo della mietitura per separare giustamente il buon grano dalla zizzania.  Quanta fatica facciamo a riconoscere i nostri sbagli! Quanto sono pronto a giustificarli, a scusarli fino a nasconderli.

Con noi stessi siamo comprensivi e benevoli, con gli errori degli altri siamo giudici spietati. Dovremmo semplicemente rovesciare le cose. Dopo tutto, i nostri difetti sono i soli che dipende da noi modificare e correggere

Impariamo a vedere noi stessi e gli altri come ci vede Dio. Non si tratta di non vedere il male ma di cambiare il criterio di riferimento, di vedere le cose con lo sguardo pieno di speranza del Padre.

Gesù ci chiede una grande conversione, cioè guardare in modo diverso. Non serve paragonarci agli altri ma serve confrontarci con il sogno di Dio che ci vede come suoi capolavori, pezzi unici, figli.

Dai frutti si riconosce la qualità dell’albero. È coraggioso interrogarsi sulla propria vita, sulle cose che crediamo importanti, sulle nostre scelte. Che frutti diamo? Siamo sereni, pieni di vita, capaci di affrontare le avversità? Ma se, invece, il lavoro è sempre più ingombrante, l’ansia del benessere o la voglia di apparire ci danno inquietudine, fermiamoci e abbiamo l’umiltà di innestare la retromarcia.

Un giorno un non vedente era seduto a terra con il suo cappello per l’elemosina. Aveva appoggiato un cartello: “Sono cieco, aiutatemi, per favore”.  Passò un artista e vide che nel cappello c’erano pochissimi centesimi. Allora prese il cartello, lo girò e vi scrisse un’altra frase.

Ritornò nel pomeriggio per sapere come era andata la giornata. Il cieco riconobbe la sua voce e chiese se era stato lui a modificare la frase e cosa aveva scritto. “Nulla che non sia vero”, rispose l’artista, ho solo scritto in un altro modo”.  Ecco: “Oggi è primavera e io non posso vederla, aiutatemi per favore”.


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