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fr. Massimo Rossi, Commento VIII Domenica del Tempo Ordinario (Anno C)

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Commento su Luca 6,39-45
fr. Massimo Rossi  


VIII Domenica del Tempo Ordinario (Anno C) (03/03/2019)

  Visualizza Lc 6,39-45
Il Vangelo di oggi, segue quello delle beatitudini e del perdono.

Si tratta di un unico grande discorso, articolato e complesso, che la liturgia sintetizza in pillole, una per ogni domenica...

La pagina di stamani costituisce una raccolta di brevi detti del Signore, divenuti celebri; chissà, lo stesso Gesù li avrà forse pescati dalla sapienza ebraica, da qualche commento rabbinico,...

Il detto più importante, e anche più famoso, è quello della trave nell'occhio: nei primi anni 80, la radio trasmetteva un programma satirico intitolato proprio “La trave nell'occhio”.

Questa breve parabola, con la quale il Messia mostra anche una buona dose di houmor, è un modo elegante di parlare dell'ipocrisia, il vizio particolarmente diffuso di censurare gli altri, su difetti e peccati - la cosiddetta pagliuzza - che gli stessi censori possiedono e commettono, in forma addirittura più grave - la trave -.

Nella Grecia classica, l'ipocrita era l'attore di teatro, il quale saliva sul palcoscenico per recitare una parte e, al termine, ne smetteva i panni, per rivestire i suoi e tornare ad essere se stesso.

Contro gli ipocriti, che prima o poi si rivelano per quello che sono, viene spontanea l'apostrofe: “Senti chi parla! da che pulpito viene la predica!”: un'espressione che allude agli ambienti clericali, ove, non di rado, si predica bene, ma si razzola male, altro proverbio che la dice lunga sulla stima che gode l'ambiente ecclesiastico...

Dunque l'ipocrisia: un padre rimprovera il figlio, sorpreso a fumare una sigaretta - per carità, una sciocchezza, una pagliuzza! -: si dà il caso che lui, il bravo papà, ne fumi due pacchetti al giorno - altroché sciocchezza, una trave! -... Quel padre è un ipocrita!

Dal verbo greco “ύποκρινομάι”, che significa fingere, l'ipocrita pretende di possedere capacità, virtù, autorità che non possiede davvero, ma solo in apparenza; l'ipocrisia si manifesta quando il soggetto esercita queste presunte attitudini, illudendo, o peggio ancora, ingannando la gente...

L'ipocrisia è una sorta di menzogna su di sé, di millantato credito.
Viene da chiedersi: chi controlla i controllori?

Quando l'ipocrisia diventa reato, per esempio, il fenomeno della corruzione, purtroppo diffuso nella Pubblica Amministrazione, nel mondo della politica e dell'alta finanza, siamo al cuore della questione morale, prima che religiosa, una piaga sociale, oggi più che mai, tra le più gravi, la quale squalifica e disonora i poteri pubblici, sui quali è fondato lo Stato moderno.

Nel presente caso, Gesù sta pensando ai sommi sacerdoti, agli scribi, ai capi del popolo, persone apparentemente rispettabili, che detengono appunto un'autorità religiosa, esercitano un potere politico, ma non sono degni dell'autorità che hanno ricevuto e gestiscono il potere a proprio vantaggio.
Il Signore li chiama ipocriti, e non a caso.

Ma la parabola della trave e della pagliuzza credo insegni qualcosa anche a coloro che criticano e basta, senza necessariamente essere ipocriti, cioè senza essere colpevoli del peccato che rinvengono e biasimano negli altri...

La questione della critica, del giudizio sugli errori altrui rientra nella riflessione più ampia sulla misericordia: un cristiano che si abbandona facilmente alla critica, pecca gravemente contro Dio e contro il prossimo.

La Lettera di san Giacomo, recentemente richiamata, è molto chiara al riguardo; sentite: “Non sparlate gli uni degli altri, fratelli. Chi sparla del fratello o giudica il fratello, parla contro la legge e giudica la legge. E se tu giudichi la legge, non sei più uno che osserva la legge, ma uno che la giudica. Ora, uno solo è il legislatore e giudice, colui che può salvare e rovinare; ma chi sei tu che ti fai giudice del tuo prossimo?” (4,11-12).

La critica, ipocrita oppure no, costituisce una smentita reale dello spirito di comunione, primo obbiettivo della fede; la critica gratuita corrode profondamente il tessuto comunitario - può trattarsi della famiglia, di una comunità di religiosi, della parrocchia, ma anche di una squadra sportiva, un team di colleghi di lavoro, una classe di studenti... -.

Alla critica facile si può, anzi si deve reagire con la discrezione, una delle virtù, ahimé, più rare!

Alla tentazione di criticare se ne aggiunge, infatti, un'altra, non meno insidiosa: la convinzione che si debba dire tutto, sempre e comunque, in nome della verità...

In base a tale convinzione, erronea, evitare le critiche, quando sono fondate, sarebbe una sorta di reticenza. In altri termini, criticare in nome della verità è l'atteggiamento tipico di chi pensa di dover sempre dire tutto ciò che sa sul conto di una persona, anche quando è prevedibile che la divulgazione di tali notizie getterà il discredito su quella persona.

Tutt'al più, questa obbiezione alla virtù della discrezione si può, anzi, si deve invocare in contesti particolari, quali quello giudiziario-processuale, ove si testimonia sotto giuramento. Altra cosa, quando si sta in compagnia di amici, e sembra che il passatempo preferito - e il peccato più diffuso! - sia quello di tagliare i panni addosso agli assenti...

Sapete cosa fa più male? sentir dire: “...e cosa vuoi che sia? in fondo si sta solo (s)parlando!...”; ebbene, a costoro, il Vangelo di oggi ribatte: “L'uomo buono dal buon tesoro del suo cuore trae fuori il bene: l'uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori il male: la sua bocca infatti esprime ciò che dal cuore sovrabbonda.”....E non aggiungo altro.


Fonte:www.qumran2.net


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