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fr. Massimo Rossi, “maletitudini”... VI Domenica del Tempo Ordinario (Anno C)

Commento su Luca 6,17.20-26
fr. Massimo Rossi  

VI Domenica del Tempo Ordinario (Anno C) (17/02/2019)

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Eccoci alle beatitudini di san Luca...meno famose di quelle di Matteo... e completate da quelle che potremmo chiamare le “maletitudini”... (che invece Matteo tace).

In verità non si tratta di un'aggiunta particolarmente significativa; è piuttosto un modo letterario per rafforzare le singole beatitudini, e ricordarci che la vita presente non finisce con la morte, che il male ricevuto si muterà in bene...e stavolta per sempre!

Dalla lettera del testo impariamo che, secoli prima, era già accaduto qualcosa di simile, con i veri profeti, insultati, calunniati, messi a tacere... e con i falsi profeti, adulati, coccolati dalle autorità, strumentalizzati ad usum delphini... secondo quella tradizione non certo lodevole, che in passato produsse il fenomeno dei poeti di corte: le autorità tolleravano, anzi, proteggevano coloro che dicevano-bene sul conto di sovrani, capi di Stato e classe dirigente; mentre maltolleravano, anzi penalizzavano, financo ad arrestarli e giustiziarli, i dissidenti: dai leaders dell'opposizione, fino all'ultimo scrittore satirico... Brutta bestia, la censura, un fenomeno vecchio quanto il mondo...

Il Vangelo ci presenta Gesù mentre sta scendendo con i Dodici da un monte, ove si era ritirato a pregare tutta la notte: sappiamo che il Signore era solito raccogliersi in preghiera, ogni volta che doveva prendere una decisione importante. In questo caso si trattava di scegliere il gruppo degli Apostoli. Dal testo si intuisce che anche dopo averli chiamati a sé, rimase sul monte a pregare insieme con loro.

L'habitus della preghiera che precede il momento della decisione è un aspetto tra i più significativi di ogni fede religiosa, compresa quella cristiana.

Molti personaggi biblici vengono descritti in atteggiamento orante, la notte che precede una missione difficile e/o particolarmente rischiosa.

Come ogni pio israelita, ma soprattutto come Figlio di Dio, anche Gesù sentiva il bisogno di parlare con il Padre celeste, per confrontarsi, chiedere consiglio, ricevere conforto,...

Un modo concreto, per inserire la ‘variabile fede' nell'algoritmo della nostra vita.

Un'altra differenza, non certo marginale, rispetto al testo di Matteo, è che Luca non parla in generale - “beati coloro che...” -, ma si rivolge direttamente ai discepoli: “Beati voi!...”.

Una situazione di reale povertà, un dolore che suscita il pianto, uno stato di indigenza grave, l'essere disprezzati,... costituiscono altrettanti punti di partenza, altrettante cause che provocano Dio a intervenire, per volgere la povertà in ricchezza, la fame in sazietà, le lacrime di dolore in canto di gioia, il disprezzo patito a motivo della fede in benedizione.
Allora chiediamoci:

- cosa mi manca, al punto da sperimentare un vero e proprio stato di povertà?
- cos'è che mi fa soffrire fino alle lacrime?
- di che cosa ho fame e sete?

- quale aspetto della mia vita mi espone, già al presente, alla derisione, all'emarginazione, oppure mi esporrebbe...se solo la gente sapesse?

Durante il tempo di Avvento, ho ripetutamente affrontato la delicata questione del desiderio; questo marker che segnala un bisogno, che sottolinea una mancanza, più tornare utile per approfondire la prima beatitudine, in base alla nostra esperienza diretta.

Matteo parla dei poveri in spirito, coloro che senza alcuna pretesa, purificati dall'orgoglio e da ogni attaccamento alle cose e agli affetti del mondo, si abbandonano in tutta umiltà alla provvidenza di Dio; dimentichi di sé, reputano la loro vita un nulla, rispetto al tutto di Dio.

Luca allude invece ai poveri in senso materiale, coloro che mancano del necessario per vivere. Siamo noi? se sì, allora, beati noi! Se non è così, il Vangelo di oggi ci offre una ragione in più per convertire il nostro sguardo e il nostro cuore nei confronti dei veri poveri. Sapete qual è uno dei peccati più ricorrenti? mi correggo: uno degli atti che la maggior parte dei fedeli che si confessano ritengono peccato... sapete qual è? Guardare in modo non benevolo coloro che chiedono l'elemosina per strada... quando non addirittura voltare gli occhi dall'altra parte.

Io non so se la carità cristiana richieda anche il sorriso... forse sì, ma anche forse no... quello che conta è l'aiuto reale che possiamo dare. Dunque, la domanda che esige risposta qui e ora, è la seguente: che cosa posso fare per aiutare in modo concreto, un povero? Dare la (classica) moneta mi mette a posto, forse, con la coscienza, ma non toglierà dalla strada quel povero...

Veniamo alla fame: la fame richiama la mente e il cuore ad un bisogno che attende di essere colmato; la fame dell'anima, spesso è una fame asintomatica... non si avverte, o può essere equivocata con altre carenze di ordine psicologico, affettivo, ma non spirituale... Se non avvertiamo questa fame, sarà molto improbabile che ci poniamo il problema e decidiamo di provvedervi.

Il pianto: san Paolo dedica una lettera ai cristiani di Colosse, ove dichiara di completare nel proprio corpo ciò che manca dei patimenti di Cristo (1,24): Cristo non cercò la sofferenza; Cristo non ama la sofferenza e non la canonizza... la vive, in segno di partecipazione alle sofferenze dei suoi fratelli che siamo noi. Vivere il dolore, vivere la sofferenza, qualunque essa sia, in termini cristiani, significa vivere la croce, abbracciare la croce, senza evitarla, senza ribellarci. Lo ripeto: la croce non si cerca - del resto non abbiamo bisogno di cercarcela! -; la croce si vive quando si presenta. Rivendicare il diritto di scelta - “croce sì, croce no”... “questa croce sì, quell'altra no”... - è una questione che rasenta l'assurdità, quando non addirittura l'idiozia!

La fragilità è nel nostro DNA; non fosse così, saremmo Dio...

Mi rendo conto che questa affermazione chiede di essere motivata, spiegata - si tratta niente meno che della questione del dolore e della morte -; ma non ne abbiamo il tempo e non è la sede.

L'ultima beatitudine allude alle persecuzioni contro chi confessa la fede in Cristo. Anche questo tema richiederebbe tempo, ma ci basti considerare un fatto: credere davvero in Cristo, esige molto coraggio. Non illudiamoci di cavarcela con una Messa ogni sette giorni - anche meno! -, o con un Pater Noster e un'Ave Maria biascicati la sera, con il pilota automatico già inserito...

Se asseconderemo le esigenze della fede, presto o tardi il mondo ci presenterà il conto...
E sarà un conto salato!

Fonte:www.qumran2.net/


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